Ninshubur
Mi scalcia dentro come un capretto sull’altare di Anu.
Porto la mano sul ventre, lo accarezzo, riesco a sentire la gobba del suo piccolo piede sotto la tunica.
Non so per quanto tempo ancora potrò celarlo. Il mio corpo cambia, le mammelle traboccano, una linea nera congiunge l’ombelico al pube, macchie scure si addensano intorno alle labbra tumide.
Inanna, Signora del Cielo e della Terra, potentissima nel paese di Sumer, tu che hai voluto concedermi la gioia della fertilità, dona alla creatura che porto in grembo salute e saggezza; che i suoi occhi siano pozze di acqua limpida, così come il cuore. Infondigli coraggio nel petto, perché non esiti a impugnare la lancia a difesa del suo popolo testa nera.
O forse mi sto sbagliando. Non è gioia, questa; è morbo senza cura, è patimento, castigo. Se castigo può nascere dall’amore.
Egli è venuto a me nel buio della stanza, ha premuto la bocca sulla mia, ho dormito con lui mano nella mano. Sono stata insolente, e ne sconto il fio. Ma la prudenza non si addice all’amore, tu lo sai bene, Inanna. È destino delle donne, mortali o dee, inseguire chimere, perdersi dietro alle lusinghe, cedere alle illusioni, restare sole.
Mi chiedo quale delle due nature vincerà in lui. Se la mia, di schiava capo chino, o quella del padre, stirpe divina.
I miei avi crearono l’ordine dal caos, mi disse sotto un firmamento di astri. Arrivarono sulla terra, migliaia di lune fa, da un pianeta lontano. Nibiru è il suo nome.
Che cosa cercavano? gli chiesi.
Oro.
Enki
Da Nibiru, folto di boschi e di acque, i miei avi scesero sulla terra e resero schiavi gli uomini scimmia che brancolavano nelle foreste in cerca di cibo. Si muovevano in gruppi, facendosi riparo dalle belve col fuoco, mangiavano come pecore i frutti del suolo, bevevano l’acqua dai fossi, si nutrivano di carcasse di animali. Camminavano sulle gambe, il tronco flesso, le braccia lunghe ciondolanti sui fianchi come remi di barca, il capo ricoperto da orrido pelo, così come il viso, la fronte sporgente, le narici larghe. Quanta disarmonia in quegli orribili corpi, quanta sgradevolezza nei suoni emessi dalla bocca, quanta distanza da noi, alta statura, corpo leggiadro, pelle chiara, capelli come spighe di grano, occhi di luce.
Fu facile per noi Anunnaki stirpe divina piegarli al nostro volere, costringerli ad addossarsi le nostre fatiche, fargli estrarre l’oro dalle miniere, trasformarli in schiavi.
Da molte lune un oscuro veleno corrodeva l’atmosfera di Nibiru rendendola irrespirabile. Fummo costretti ad abbandonare le nostre case e cercare un luogo dove reperire il prezioso metallo. Ci serviva per sopravvivere. Quegli esseri erano poco più che bestie, la loro vicinanza ci provocava repulsione. Noi Anunnaki, progenie principesca, già al tempo avevamo raggiunto un grado di conoscenza superiore a quello di qualunque altro essere vivente. Non usammo le mani per impastare l’argilla, assemblare armi e monili, seminare i campi, trascinare il vomere. Le usammo per manipolare l’uomo, attraverso quel materiale in cui sono inscritte le istruzioni indispensabili alla vita.
All’inizio provammo a incrociare specie diverse, con esiti agghiaccianti, a ricordarlo inorridisco ancora. Esseri deformi, corpi con due teste, uomini con zampe di maiale, cani con testa di cavallo, tori con testa di uomini. Alla fine ci riuscimmo. La soluzione era a un passo da noi, davanti ai nostri occhi. Innestammo la scintilla divina negli uomini scimmia, li plasmammo a nostra immagine e somiglianza. Sottraemmo l’uomo alla ferinità e lo rendemmo simile agli dei.
Conclusa la missione non siamo rimasti a guardare, abbiamo continuato a muovere i fili. Gli Anunnaki vivono ancora; sono l’ordine, il potere, la grandezza, la bellezza. Sono i Signori della Terra. Siamo stati generati per compiere imprese eccelse, ed essere eternati nei secoli dei secoli.
Per questo non potrai custodire la mia casa, mia dolce Ninshubur, delizia dei miei occhi. A Enki, nobile signore, discendente dalla progenie degli Anunnaki, dei del cielo e della terra, non è concesso unirsi a te. Non potrò offrirti doni preziosi, né giacere con te nel talamo nuziale. Il mio cuore ti sarà accanto, continuerà, anche da lontano, a dispensarti teneri baci e ardite carezze. Ma il mio corpo no, il mio corpo si piegherà al destino grande che la mia condizione m’impone.
I soldati si radunano, i cavalli scalpitano, l’esercito di Sargon di Akkad bussa alle porte di Ur. Il dovere mi chiama, sarò guida sicura per il mio popolo. Non ci arrenderemo, difenderemo la libertà del popolo testa nera fino a quando l’ultima goccia di sangue avrà cosparso la fertile terra che si estende tra i fiumi.
Concedimi soltanto un’ultima notte, mia amata, perché possa stringerti ancora una volta e portare con me l’impronta del tuo dolce sorriso.
Ninshubur
Non c’è stata un’ultima notte per noi, mio signore, né mai ci sarà. Gli dei non ci hanno concesso il tempo di salutarci, di appoggiare le labbra dell’uno su quelle dell’altro, di sussurrarci all’orecchio dolci parole, perché io potessi rubare il suono della tua voce e chiuderlo per sempre nello scrigno del cuore.
Lo shamal ha preso a soffiare, l’estate è vicina, fa già molto caldo. Enki gioca con le biglie sulla sponda del fiume, sta attento a non farle cadere nell’acqua, non ha il permesso di tuffarsi, è troppo piccolo. Le fa rotolare, una alla volta, ne ammira i colori, le lancia lontano e corre a cercarle. Come faccia a trovarle in mezzo al folto dell’erba è un mistero per gli altri, non per me. È più agile di un capriolo, nella corsa nessuno lo batte. A volte s’incanta a osservare le zattere, più spesso guarda il cielo. Conosce a memoria i nomi degli astri, di notte scorre con gli occhi la volta celeste e ad una ad una chiama per nome le stelle. A scuola i suoi riccioli biondi bruciano fra il nero delle teste, gli occhi sono lapislazzuli regali. I bambini pendono dalle sue labbra, lo adorano come un piccolo dio, gli offrono in dono animaletti d’argilla, sassi colorati, gusci di lumache.
Questo fanciullo non è come gli altri, mi ha detto lo scriba. Lo ha preso sotto la sua protezione, è il suo scolaro preferito. Enki avrà un’istruzione, e se riuscirà a domare l’impeto che domina il suo cuore diventerà anche lui uno scriba. Che onore immenso sarebbe per me, madre che non ha mai assaporato il dolce frutto della libertà. Di strada davanti ne ha tanta, e tanto da imparare.
Giorni fa giocava sull’erba di fronte a casa, mi sono allontanata per prendere lo scialle, quando sono tornata non c’era più. Il dolore mi ha piegato le gambe. Ho perso i sensi, tutti pensavano che fossi morta. Lo hanno cercato per ore, alla fine lo hanno trovato nel tempio, in cima alla ziqqurat. Come sia arrivato fin lì nemmeno gli scribi lo sanno; il controllo delle guardie è serrato, solo i sacerdoti e il re hanno accesso al sacro luogo, e gli dei, quando scendono dal cielo per entrare nel tempio.
Non angosciatevi, madre, mi ha detto quando me lo hanno riportato a casa. Non sapete che devo occuparmi di cose più grandi di me? Quali siano queste cose non ha voluto dirmelo, né io gliel’ho chiesto.
Peccato tu non possa vederlo. Delle due nature ha vinto la tua, mio signore stirpe divina. Gli Anunnaki hanno impresso nel corpo del piccolo Enki un sigillo indelebile. È nato sulla terra da ventre di donna ma appartiene al cielo. Primeggerà sempre, nostro figlio, terrà il capo alto, nessuno glielo farà abbassare.
La mia padrona voleva vendermi. Con quella pancia non vali neanche tre sicli d’argento, mi ha urlato. Sono scappata, maledicendola sottovoce. Mi avrebbe sfregato la bocca con il sale se mi avesse sentito, le piace punire così gli schiavi quando mancano di rispetto ai padroni. Non avrei potuto impedirglielo. Niente può impedire una schiava, le tocca sempre abbassare il capo.
Sono entrata nell’acqua del fiume fino alle ginocchia, era fredda ma non la sentivo. Sentivo solo il gelo dentro al petto. D’un tratto Enki ha preso a capovolgersi dentro di me; una, due, più volte, spinte così violente che pareva volesse squarciarmi il ventre. Il dolore mi bloccava il respiro. Si è calmato soltanto quando sono tornata a riva. Ha compiuto la sua prima impresa: mi ha salvato la vita e l’ha salvata a sé.
Ho dormito nel bosco tutta la notte. Il mattino dopo mi ha svegliato una voce di uomo. Ukubu, umile pastore, è stato la mia ricompensa. Gli devo tutto. Mi ha accolto nella sua capanna, mi ha dato da mangiare, da bere, un letto in cui riposare. Si prende cura ogni giorno di me e del piccolo Enki. Gli ha fatto da padre, quel padre che tu non sei stato né potrai essere. Hai scelto la gloria, l’hai anteposta alla vita, anche a lui, ed è giusto così, perché così si addice a te, Enki nobile signore, discendente dalla progenie degli Anunnaki, dei del cielo e della terra.
Un giorno, forse, seduti sulla riva del fiume, gli parlerò di te. Gli dirò di un pianeta lontano di nome Nibiru, che ogni tremilaseicento anni si avvicina alla terra, e degli Anunnaki, stirpe divina, che scesero dal cielo e crearono l’uomo a immagine e somiglianza degli dei.
L’Autrice
Maria Francesca Laganà vive a Reggio Calabria. Dopo la laurea all’Università La Sapienza insegna Lettere al Liceo Scientifico. Il suo primo amore è stato il pianoforte, che ha studiato fin da piccola sino a conseguire il diploma al Conservatorio. È autrice di tre romanzi, per ora inediti, e di racconti pubblicati su blog e riviste letterarie.
