Così è la vita. Si nasce, si vive, si muore. Soprattutto si muore, in modo pirotecnico, tragico, stupido, si muore da vecchi dentro un letto o da giovani, giovanissimi e innocenti: si muore continuamente nel Novecento martoriato dalle Guerre Mondiali. Per quanto sia facile morire, è difficilissimo parlarne senza scadere nel cliché e senza pietismi e – in particolare – riuscire a dire qualcosa di nuovo su un tema così abusato e masticato, analizzato da sempre da schiere di filosofi, storici, scrittori, cineasti, cantautori. Parlare della morte senza annoiare a morte è quasi un paradosso.
Kurt Vonnegut Jr. però ci riesce, a modo suo, con la voce che l’ha reso grande fra i grandi della letteratura americana. È naturalmente merito del suo capolavoro Mattatoio n° 5, che evita il tono elegiaco della canzone strappacuore e l’andamento lento del kolossal per percorrere di buon passo la strada obliqua e accidentata dell’ironia.
E se – come dice l’immortale Cardinale Tesorone in Parthenope di Paolo Sorrentino – alla fine della vita resterà solo l’ironia, possiamo tranquillamente affermare che Vonnegut non ha paura di guardare dentro la fine, anzi di mescolare tempi e luoghi proprio per rubare alla morte il primato di solennità che continuamente rivendica a danno della vita.
Mattatoio n° 5 si apre con un prologo in cui l’autore parla direttamente ai lettori assicurando che non scriverà un libro epico sulla guerra, qualcosa da far interpretare a Sinatra e John Wayne. Sarà un libro onesto sul bombardamento di Dresda, almeno in parte, sarà un libro sulla variegata umanità che in guerra viene mandata a morire senza troppi complimenti: la gioventù, l’innocenza, i membri riluttanti di ogni maledetta crociata dei bambini.
Non è dato sapere se ciò che racconta nel prologo sia veramente avvenuto o se, ancora una volta, sia una burla letteraria delle sue: è certo però che la sua promessa è stata mantenuta.
Il libro si apre sulla vita assurda dell’assistente cappellano Billy Pilgrim – nomen omen – che si troverà a combattere nell’offensiva delle Ardenne durante la Seconda Guerra Mondiale. Pilgrim non è il tipico soldato americano destinato a diventare immortale su poster e pellicole cinematografiche: è un esserino gracile, inadatto alla guerra e privo di ogni fervore patriottico.
Billy è una vittima perfetta, eppure – così è la vita – è destinato a sopravvivere all’inferno che fu la guerra vista da dentro: il suo destino sarà quello di diventare un ottico benestante, sposare una donna molto ricca, avere una figlia premurosa e un figlio che si arruolerà nei Berretti Verdi e – non da ultimo – finire rapito dagli alieni del pianeta Tralfamadore.

La persistència de la memòria (1931)
Billy vive la sua esistenza terrena con il fatalismo di chi assiste impotente all’ennesima replica di un film già visto, viaggiando di continuo avanti e indietro nel tempo fra la vita agiata di un alto borghese americano nel dopoguerra, quella malandata del ragazzino sperduto nella pancia ribollente del conflitto mondiale e quella assurda e annoiata dell’ospite di uno zoo umano allestito per mostrare agli alieni com’è la vita sulla terra.
Rimbalziamo così fra l’Europa e l’America, in un continuo andirivieni che mescola passato e presente e che rende tutto tanto illogico quanto stranamente familiare: Billy sarà sempre lì, prigioniero a Dresda o in un campo militare in attesa del trasferimento, sarà sempre con una pornostar nello zoo degli alieni e in ospedale cullato dal disprezzo dei compagni di stanza e dalla preoccupazione della figlia.
Nulla avviene per caso, è tutto già scritto: si nasce, si viaggia, si muore. Così è la vita.
Accoppiamenti giudiziosi
Vera pietra miliare dell’antimilitarismo, Mattatoio n° 5 incarna alla perfezione la frenesia e la desensibilizzazione del Novecento di fronte alle tragedie. Molti interpreti hanno visto nelle descrizione vivide dei suoi salti temporali una raffigurazione del disturbo da stress post traumatico, ma ridurre un lavoro così sui generis alla cronaca di una patologia sarebbe limitativo.
Con Billy e il caravanserraglio di personaggi esagerati, bizzarri e grotteschi che fanno capolino fra la sua vita e le altre opere di Vonnegut (primo fra tutti lo squinternato scrittore di fantascienza Kilgore Trout), assistiamo infatti al naufragio di un tempo imbizzarrito che rifiuta l’ordine cronologico, la morte e l’irreversibilità degli eventi per offrirci una visione inedita sulla Storia: un allargarsi morbido di eventi tagliati sottili, quasi trasparenti, sulla superficie piana della carta.
È un tempo commestibile, un bene di consumo, un fenomeno allucinatorio che inganna il lettore e gioca coi suoi sentimenti: non serve suspence, non servono lieti fini, c’è solo bisogno di pazienza per ricordare ogni cosa e riannodare i lembi di un tempo sfilacciato.
Nel libro vediamo solo lampeggiare per paragrafi brevissimi accadimenti disposti alla rinfusa, l’uno accanto all’altro, cedevoli e illogici come le lancette liquefatte degli orologi di Salvador Dalì.
Curiosamente anche il suo dipinto forse più celebre, La persistenza della memoria, sembrerebbe avere un’origine patologica: Dalì, colpito da una feroce emicrania, sarebbe stato illuminato dalla straordinaria mollezza di una fetta di camembert – così va la vita – che lo avrebbe ispirato a completare in un paio d’ore il suo capolavoro.

La Desintegración de la Persistencia de la Memoria (1952)
L’artista catalano riflette in questo modo sulla relatività del tempo, che scorre ineguale e rifugge i tentativi di ordine imposti dalla società umana in minuti, secondi, secoli – elementi che per Billy Pilgrim hanno poco significato nel vorticare di passato e presente che lo imprigiona in una sorta di immortalità disinteressata.
Che si parli di guerra o di mal di testa, è evidente che queste crepe nella compattezza della nostra percezione del tempo ci diano la possibilità di guardare al passato come a un fenomeno che trabocca nel futuro, condizionandolo e anticipandolo, sciogliendosi in un amalgama variopinto. Solo in questo modo la tragedia diventa accettabile, solo così si riesce a guardare all’assurdità della violenza e ai suoi cortocircuiti: la disciplina militare, la crudeltà del caso, l’industrializzazione della morte e il business della vittoria.
Ancor più evidente è il legame, sottile ma tenace, fra il romanzo di Kurt Vonnegut e un altro dipinto surrealista, questa volta degli anni Cinquanta: La disintegrazione della persistenza della memoria.
Qui la guerra appena conclusa emerge con più evidenza come elemento di rottura e di crisi, personale ancora prima che collettivo, ma alla violenza si contrappone una visione frammentata in tessere, elementi che atomicamente compongono il reale e segmentano il tempo in architetture squadrate, razionali ma fondamentalmente infedeli. Sono il simbolo di una comprensione sovrumana, di una scienza che prende il sopravvento sull’esperienza umana, di un’epoca atomica capace al contempo di grandi ascese, comprensioni abbacinanti e abissali bassezze.
Dalì capisce che non c’è nulla da capire, in fondo, che anche il surrealismo è destinato a diventare altro, che la decomposizione è la chiave di tutto: basta affacciarsi alla Storia per vederla colare oltre le righe dei libri di testo e per sporcarsi – come bambini, come soldati feriti – nel suo scorrere fangoso, nei suoi gorghi, nelle sue improvvise risalite.
In questo panorama – al contempo spoglio e ricchissimo – lo spazio e il tempo perdono progressivamente di senso mano a mano che ogni cosa si riduce ad elementi sempre più semplici – geometrie pulite, oggetti senza nome, missili che piovono su città inermi, fotogrammi scombinati in una pellicola lunga una vita che nel replicarsi identica in schiere di soldati, bambini-crociati, animali finisce per liquefarsi dentro una critica velenosa e liberatoria.
Visti dall’alto, dalla prospettiva deformata degli osservatori alieni, in fondo siamo solo formiche litigiose indaffarate a sterminarsi a vicenda con ogni mezzo possibile. Dopotutto, come avrebbe detto Stalin, una morte è tragedia, un milione di morti è statistica. Così è la vita.
