Venghino, signori, venghino. Sta per calare il sipario su Mickey Sabbath, una volta per tutte: venite a vedere le sue mani contorte dall’artrite, la sua barba a punta, la sua pancia da Falstaff. Lo scandalo è finito, la commedia è chiusa, ora c’è spazio solo per la tragedia, il vuoto terrificante che aspetta gli artisti in agguato fra gli applausi e i fischi, nei vicoli che si attorcigliano attorno al teatro e alle sue seduzioni.
Sabbath è un burattinaio, anzi lo era. Ora è solo un rivoluzionario, un depravato, insomma un genio, a suo modo: è un eroe shakespeariano che non disdegna le bassezze della contemporaneità, anzi se ne nutre avidamente per saziare la sua inestinguibile fame di vita. Ha ideato il Teatro degli Indecenti, uno spettacolo di burattini pensato per gli adulti. Ha fatto ridere il pubblico, ha offeso, palpeggiato, vilipeso, e ora che la fine è vicina è impossibile guardarlo senza provare una certa tenerezza.
La sua parabola è una storia senza morale, un carosello di ossessioni assurde, vivissime e carnali come la vita vera esplosa dopo l’infanzia con la scoperta parallela delle donne e della morte. Ora che non è più nulla, Sabbath diventa una specie fantasma pronto a uscire di scena, personaggio rothiano per eccellenza: un relitto umano che si trascina fra le rovine di un lutto imprevisto, l’alcolismo della seconda moglie, la scomparsa della prima, le registrazioni delle sue telefonate scabrose con una studentessa dell’università in cui insegna.
Philip Roth con Il Teatro di Sabbath ci regala un’altra memorabile prova d’autore: un romanzo maturo che recupera le fissazioni del Lamento di Portnoy per scavare a fondo e portare alla luce qualcosa di più feroce, disperatamente divertente e immorale come solo la grande letteratura sa essere.
I suoi personaggi hanno sempre una complessità notevole celata sotto una scorza oscena e scanzonata da vecchi satiri: Portnoy, Kepesh, lo stesso Sabbath sono caricature grottesche che restano sempre cariche di umanità. La loro odissea contemporanea non si ferma mai al sesso e travalica agilmente i confini dei corpi intrecciati, dei seni, delle gambe, risalendo la storia personale e collettiva verso nodi irrisolti, vicoli ciechi, labirinti etici che delineano nel loro eterno contorcersi figure eroiche decisamente anomale: uomini vili, spregevoli, titani derelitti che confondono la ricerca della felicità con la ricerca del piacere, nel senso più prosaico del termine.
Eppure è impossibile non amarli, non identificarsi in Mickey Sabbath quando precipita in un vortice di fallimenti: è il cattivo della storia, l’abisso verso cui tutti tendiamo, eppure è così umano e sincero da strapparci il cuore mentre ci costringe a ridere a denti stretti.
Le sue disavventure sono esagerate come i suoi atti di ribellione – farsi arrestare, masturbarsi sulla tomba della sua amante defunta, rubare le mutandine della figlia di un suo amico – ma non esauriscono il campionario di aneddoti e vicende con cui Roth intesse la sua storia: un vero mosaico di corpi, tempi e ricordi che attraversa il Novecento come una pugnalata parlandoci di guerra e sopravvissuti, povertà e riscatto, di successo, arte, crollo, redenzione.
È il sogno americano o forse è un incubo è proprio per questo Sabbath ci si trova benissimo.
Accoppiamenti giudiziosi
Il Teatro di Sabbath appare già dalle prime pagine come un romanzo maturo, corposo, capace di veicolare con sicurezza l’ennesima preziosa riflessione di Roth sul tema della morte.
Come già in altre opere, Roth sfrutta la sua abilità senza pari per mettere in scena un lavoro complesso, ricchissimo e spregiudicato: la sua prosa non si arena mai, non si riposa, anzi continua a crescere e imbizzarrirsi mano a mano che i fili che la compongono vengono dipanati. Il lutto emerge sempre – ora evidentemente, ora travestito da farsa – e la mortalità dell’uomo diventa il tratto scuro con cui Roth disegna per contrasto una vita traboccante, eccessiva, un carnevale di piaceri e nefandezze che trascina anche il lettore dentro i suoi colori e lo sporca, lo contamina, lo rende partecipe del grande mistero buffo che è la vita.
Sabbath esplora i corpi delle sue amanti con la curiosità di un bambino, inventa e fallisce. Fa coi suoi burattini proprio quello che Philip Roth fa con ognuno dei suoi personaggi: li muove, li studia, li assembla, dona loro una voce e una storia uniche mentre cerca disperatamente uno scopo, un senso, una via di fuga attraverso l’arte o lo scandalo.

E allo scandalo pensiamo sicuramente quando parliamo di Hans Bellmer e della sua Poupée – una “ragazza artificiale con molteplici possibilità anatomiche”, come lui stesso ebbe a dire.
Bellmer arrivò alla creazione di quest’opera scabrosa e rivoluzionaria grazie ai racconti di Hoffmann e alla visione di alcune bambole articolate esposte al Kaiser Friedrich Museum di Berlino: un percorso accidentato che parte nella morente repubblica di Weimar e prosegue, fra lavori provvisori come tipografo, grafico pubblicitario e illustratore, sino a un’epifanica liaison con dadaisti e surrealisti e soprattutto sino all’incontro Lotte Pritzel, costruttrice per Oskar Kokoschka della celeberrima bambola con le sembianze di Alma Mahler.
La sua arte è certamente provocatoria, sconvolgente per una Germania stritolata sempre di più dal regime nazista e dai suoi entusiasti sostenitori, ma è anche una forma molto personale di resistenza.

Pur muovendosi fra corpi artificiali, carne fatta di fibre e colla che mai ha conosciuto la vita, Bellmer celebra infatti con una ribellione titanica alla morte: il pupazzo è qualcosa di inerte per definizione e proprio per questo è immortale. La sua figura è sinonimo di stupore e rottura di ogni regola, a partire dalla più immediata, comune ad ogni essere vivente: la provvisorietà dei mortali.
Come Sabbath anche Bellmer fu bollato come un degenerato a causa della sua arte, come se questa etichetta fosse un insulto e non un tratto identificativo per chi è semplicemente troppo libero: la loro carriera corre parallela alla presa di coscienza dell’uomo moderno sulla caducità delle cose e sul desiderio, unico motore capace di strappare l’esistenza umana al cieco reiterarsi degli eventi.
È un gioco proibito, quello di Bellmer e di Roth, un’operazione sistematica di insubordinazione contro l’ordine, la pulizia, la morale del tempo. Il corpo femminile per loro diventa presto un’ossessione che si stacca dai precetti riproduttivi e familiari dei dipinti edificanti di Norman Rockwell per diventare simbolo di libertà assoluta, di ricerca del piacere, di un erotismo fine a sé stesso – inutile proprio come l’arte.
La parabola di Mickey Sabbath interseca perfettamente quella della Poupée e delle sue raffigurazioni divenute icone: è un tragitto discendente che separa l’organico dall’inorganico, l’umano dal disumano e nel suo precipitare – inevitabile, preannunciato, liberatorio – rivendica sguaiatamente la libertà dei corpi, la morbosità del desiderio, l’egoismo, l’insensatezza, la fame, il sesso, insomma tutto ciò che ci rende umani.
Bonus
- Un’analisi appassionata sull’opera e sulla figura storica di Bellmer, scritta da Marco Dotti per il manifesto.
- Un approfondimento di Andrea Mecacci sull’estetica della Poupée, per And-Architettura.
