Siamo nel 1913. È un’epoca ancora innocente, immersa nelle tiepide acque termali di un Novecento acerbo, lontano dalla maturità delle guerre e delle tragedie che di lì a poco avrebbero sconvolto l’intero mondo.
Mieczysław Wojnicz, un giovane polacco, arriva al sanatorio di Görbersdorf, in Bassa Slesia, in cerca di una cura per la tubercolosi che lo affligge da quando studiava ingegneria a Leopoli. Qui, nella pensione che funge da punto d’ingresso per la struttura sanitaria, fa la conoscenza di altri uomini che come lui soggiornano al limitare del sanatorio in attesa di essere ricoverati. Professori e donnaioli, pittori, funzionari, borghesi di mezzo mondo si radunano sui Sudeti per abbandonarsi allo strano languore che fu della Montagna Incantata: un pascolo sospeso fra dibattiti e interminabili discussioni in cui dedicarsi interamente al risanamento di un fisico intossicato dalla contemporaneità e dalle sue perversioni artificiali.
La pensione, un alloggio provvisorio per soli uomini, è un luogo luminale che ancora mantiene contatti col mondo esterno – il chiacchiericcio della comunità montana, le piccole escursioni, le colorite tradizioni locali – in netta contrapposizione con il distacco etereo e ultraterreno del sanatorio stesso: un ritiro focalizzato sulla cura, edificato sulle definizioni dogmatiche di benessere propugnate da medici e scienziati.
La guarigione è dunque l’unico obiettivo per tutti i personaggi e il solo mezzo per superare le intemperie della tisi – fra tossi sanguinolente e febbri che non passano – è sperimentare una dedizione totale al corpo, alla sua cura, alla sua armonia con la natura.
L’atmosfera compassata d’inizio secolo si sposa così coi costumi e con le pose di un’epoca di compostezza ed eleganza senza tempo, lunghe diatribe sulla politica e sulla filosofia, passeggiate signorili fra le delicatezze locali: l’occupazione degli abitanti è il riposo assoluto, un’arte da coltivare con calma e dedizione, da lasciar maturare con cura al sole, all’aperto, come un frutto esotico.

Empusium di Olga Tokarczuk parte così da un’oscura serenità montana per un viaggio sinistro in cui si sta sostanzialmente fermi, vagando come spettri raffinati da una mensa a un prato fragrante, fra un goccetto di liquore locale e le loquaci derive delle comitive di degenti che fanno capolino per le vie di un paradiso incorporeo.
Olga Tokarczuk dà vita come sempre a una forma di lettura difficile da classificare, un oggetto ibrido che aleggia fra horror e femminismo con la naturalezza di una foglia che cade: sorvola i paesaggi descritti acume, indugia sui tempi morti che dilatano la vita dei degenti nel vano tentativo di raggiungere una strana forma d’immortalità, atterra delicatamente sulle strane superstizioni degli uomini che si affacciano con timore alla modernità, sulle coincidenze che sembrano complotti, sulle forme muliebri in cui sono agghindate cortecce e muschi per farne bambole e svaghi sessuali.
Ogni cosa però sembra puntare nella medesima direzione, tutto sembra convergere verso un unico indiziato che è anche soluzione e obiettivo di ogni ricerca: il corpo.
Partiamo dunque da qui, dal nucleo di ogni cosa: un corpo da definire, incasellare, studiare, un corpo che è groviglio di sintomi e nevrosi, recipiente per anima e organi e idee pronte ad esplodere, oggetto di carne e sangue che va decriptato e sezionato con l’entusiasmo positivista dei primi luminari. Il corpo di Mieczysław migliora, si asciuga, quello di altri degenti sembra marcire dall’interno, quello di altri ancora svanisce senza troppe spiegazioni.
In questo modo il corpo si definisce lentamente, nel corso della narrazione, procedendo a ritroso dalle sue negazioni: la malattia e la morte.

L’idea degli entusiasti è quella di una lotta manichea fra bene e male, un conflitto che non ammette sfumature: è il trionfo della logica scientifica sull’irrazionalità della carne, il pensiero affilato come un bisturi che taglia e separa e spiega ogni cosa illustrandone le caratteristiche senza mai sporcarsi. È questa la cura, è questo il futuro?
Il corpo però è ancora lì, al centro, dietro i discorsi apollinei e le ipocrisie del maschilismo più becero, e reclama la sua carnalità, il legame con la terra che è madre e sporcizia. La storia si attorciglia così su un mistero indefinibile, che imputridisce negli angoli bui, nelle pozze stagnanti, nei segreti che tratteggiano in chiaroscuro l’idillio posticcio della montagna.
Empusium parte dall’aristocratica decadenza di Thomas Mann e volge lentamente al romanzo d’orrore senza mai smarrire i pregi della sua ambiguità: ci sono segreti da svelare, violenze sommerse che deviano dalla perfezione arcadica del sanatorio, sospetti che lasciano intravedere l’assurdo sotto la patina teutonica di pulizia e sicurezza per cercare qualcosa di ben più fertile e più antico.
Accoppiamenti giudiziosi
Empusium deve il suo nome alle empuse, creature mostruose vicine alla dea Ecate, che terrorizzavano i viaggiatori dell’Antica Grecia per divorarli. Un po’ succubi, un po’ vampire, queste figure richiamano in modo evidente un’altra tematica fondamentale per comprendere il romanzo: il dissidio fra maschile e femminile.
L’alloggio del protagonista è dichiaratamente un ambiente riservato agli uomini: anche nei discorsi dei pazienti diventa presto evidente un maschilismo pervasivo, assoluto, che relega la donna al ruolo di serva, madre e oggetto di piacere, come una bambola assemblata con ciò che offre il bosco. Rami, funghi, cortecce: è il corpo femminile il campo di battaglia su cui i pazienti interpretano il loro ruolo di padri saggi e padri eterni, dottori fra i dottori, vecchi maestri della seduzione che non disdegnano la scorciatoia della prostituzione per confermarsi, ancora per un po’, abili conquistatori di terre e di corpi.
Staccandosi in maniera netta da Mann e dai retaggi del suo tempo, Olga Tokarczuk gioca con i ruoli e le istituzioni contrapponendo – alla cristallina perfezione, prettamente maschile, del sanatorio – il caotico rigoglio della foresta, che seduce e guarisce, accogliendo anche la morte come componente essenziale della vita, e fiorisce crudelmente sulla provvisorietà dell’architettura umana, sulle sue regole, sui suoi divieti.
Sono maschili il bisogno di prevaricare dei pazienti persi in dibattiti asfissianti, la voglia di primeggiare anche di fronte alla malattia, il bisogno di piantare paletti e stabilire confini – è maschile l’ossessione per la purezza che guarda con astio all’umidità della foresta, al buio della notte, alla fantasia di chi giocando a scacchi rifiuta i percorsi obbligati di cavalli e pedine.

È questo il punto di contatto che unisce il lavoro di Tokarczuk a un’altra spietata reinterpretazione ispirata al capolavoro di Thomas Mann: La cura dal benessere.
Oltre gli stereotipi del genere, il regista Gore Verbinski traccia un orrore allo stesso tempo contemporaneo e antiquato: lo fa grazie alle architetture neoclassiche incastonate nei paesaggi alpini che fanno da sfondo alla sua storia, ma anche grazie a una scelta di tempi e inquadrature che si pone in continuità con l’estetica complessiva della pellicola, sospesa fra lusso e decadenza, riposo e tensione.
I colori del film sembrano sposarsi perfettamente con le atmosfere narrate da Olga Tokarczuk: i caldi banchetti ottocenteschi, le tinte salmastre dei sotterranei, le visioni ora perfette e ora crudeli creano un contrasto visivo che intrappola l’osservatore più della stessa trama e delle sue soluzioni narrative, fra visioni disturbanti e momenti di chiara bellezza.
La purezza dunque è solo un pretesto, anche qui, per aggravare una sopraffazione: quella sul corpo altrui, sulla libertà di scegliere, sull’estro artistico schiacciato dal peso adamantino della scienza e della tecnica. Qual è il vero orrore? La sistematica frustrazione della vita imposta dall’esterno o il sortilegio assetato di sangue della natura?
In Empusium non ci sono risposte comode né scorciatoie ben illuminante. È un dialogo senza fine, un conflitto eterno fra cielo e terra, secco e umido, uomo e donna, che trova una sintesi meravigliosa solo nel finale: esplosivo, liberatorio, allucinato, un crescendo perfetto che fa a pezzi Thomas Mann per lasciar germogliare qualcosa di nuovo, pericoloso, forte e bellissimo.
Bonus
- Un articolo molto interessante in cui la production designer Eve Stewart spiega l’estetica de La cura dal benessere, che si sposa alla perfezione con le atmosfere della storia di Olga Tokarczuk;
- Un nostro consiglio di lettura, abbastanza risalente ma sempre attuale, per continuare a esplorare insieme l’opera di questa grandissima autrice.
Le immagini del presente articolo sono fotogrammi del film La cura dal benessere incorporati dal primo articolo citato o da IMDB

Empusium
Olga Tokarczuk– trad. Silvano De Fanti – Bompiani, 2025
