Mi pare ancora di vederli, nelle scale buie e nei corridoi gocciolanti che portano in cantina: l’enorme cuoco Sugna, l’affettata balia Mamma Stoppa, la Contessina Fucsia, le sinistre sorelle del Conte che complottano contro il mondo nelle loro stanze, il segaligno maggiordomo Lisca, i gatti della Contessa che impazzano per il castello come una tempesta morbida e bianca.
E ancora Agrimonio, il vegliardo che custodisce la tradizione, l’ambizioso Ferraguzzo, servo pronto a diventar signore, il melanconico Conte Sepulcrio, l’erede al trono Tito.

Ed è proprio attorno a Tito che si mette in moto un’enorme contrazione, un brivido che risveglia la magione avita e le dona nuovo slancio dopo tanto tempo: un erede, finalmente, un rampollo, un nuovo conte!
Ciononostante prosegue ogni cosa nella medesima rigorosa ripetizione dei soliti rituali macilenti, gattopardeschi – la reiterazione è la chiave con cui custodire il potere, per rinnovare la sopraffazione. Ogni personaggio ha il suo posto, la sua maschera impolverata nella recita che mantiene in vita questa corte strampalata sempre in bilico fra tragedia e commedia.
Benvenuti dunque a Gormenghast, la fortezza grottesca e immutabile, l’emblema in pietra, benvenuti nella sua prosa frastagliata di dettagli, fioriture tenebrose, scoscesi periodi ipotattici. È dietro le sculture radiose che si annida la letteratura, è nelle divise sgualcite del personale di cucina, nei misteri che s’inceneriscono lentamente sugli scaffali della vecchia biblioteca.
Parlare di Gormenghast significa essenzialmente parlare di un mostro: un mostro di pagine, senz’altro – moltissime pagine scritte e altrettante ancora solo ipotizzate dal loro autore, morto prima di completare il ciclo che avrebbe voluto dedicare al giovane Tito – ma anche il mostro sacro di una letteratura fantastica diversa dal solito, lontana da elfi e orchi e maghetti occhialuti, un mostro di oscurità e perfezione, fieramente inattuale col suo incedere lento, viscoso, antiquato.

Curiosamente il protagonista eponimo quasi non compare fra le pagine di questo primo romanzo, o lo fa di sfuggita con la grazia evanescente di un infante intrappolato nelle fasce strettissime di una storia troppo ingombrante.
Il vero fulcro della narrazione sono proprio i comprimari, le comparse che dallo sfondo sgomitano per raggiungere il proscenio: sono fantasmi le figure assurde che si stratificano attorno al giovane conte, i servi e i servi dei servi e più giù ancora, sino gli abitatori del buio che riempiono i corridoi di Gormenghast di voci e colori sgargianti di tenebra, d’arte corposa e piena, di descrizioni interminabili.
È tutto questo Gormenghast, incomoda eredità, memoria sensibile di pietra e radici, è un capriccio senza magia, l’epica spietata della decadenza che riesce a far sorridere amaramente con le sue caricature, i suoi anfratti, le sue faide e le sue gelosie.
È anche luce, però, avventura che si reinventa in espedienti rocamboleschi, in ardite macchinazioni per provare a forzare il meccanismo che segrega ogni personaggio al ruolo impostogli dalla nascita: il medico azzimato, la zitella svenevole, l’invisibile mattonella umana su cui tutta la rocca sembra fare affidamento, incomprensibilmente.
Accoppiamenti giudiziosi
Possiamo immaginare Gormenghast grazie alle illustrazioni lasciate dall’autore o prendere un’altra strada, inesatta eppure seducente, quella delle scale intricate di Giovanni Battista Piranesi.
Piranesi stesso le chiamava “invenzioni capricciose”: le sue Carceri Immaginarie superano l’idealizzazione del passato romano e riflettendo sulle rovine concepiscono qualcosa di completamente nuovo.
Come Gormenghast questi posti non esistono, sono vedute impossibili di grovigli architettonici – torri, macchinari, ponteggi che sembrano spostarsi e vacillare – eppure sono impresse nell’immaginario comune come scorci di luoghi reali, labirinti della mente in cui perdersi e farsi pietra, farsi terrore o meraviglia.

Analogamente all’opera di Peake, anche qui le figure umane diventano infatti parte di un grande delirio architettonico e restano schiacciate – minuscole, impotenti – negli ingranaggi degli schemi sociali prestabiliti, nei ruoli del cerimoniale, straziati da uno slancio romantico e irrazionale nel rigore più inflessibile della logica.
Piranesi, autentico visionario, trasforma la prigione da luogo fisico a metafora universale del potere oppressivo, del destino ineluttabile, ma anche della tensione creativa dell’uomo che costruisce senza limiti sino a farsi sopraffare dalla magnificenza del proprio potere creativo. Le Carceri non sono quindi mere trasfigurazioni del reale: sono un’esperienza emotiva, una trappola estetica che ancora oggi soggioga e affascina l’osservatore grazie al suo slancio sublime e perturbante al contempo.
I gorghi di corridoi, le vedute ardite incise dal Piranesi si susseguono in visioni di un passato ideale e terribile, la versione perfetta del tempo sospeso in cui avvengono contemporaneamente tutti gli eventi della grande letteratura gotica: la loro potenza risiede proprio nella loro distanza dalla realtà e dalle leggi della fisica, nell’autonomia feroce che continuamente rivendicano rispetto ai veri progetti architettonici: non vogliono essere costruite vogliono solo catturare chi le osserva. Sono capricci, forse sogni, sono sconfinati spazi interiori che alludono alla condizione umana, sospesa tra lo struggimento per l’infinito e la paura di restare immobile, inchiodata a terra, senza vie di fuga. Come nelle viscere di Gormenghast.

Gormenghast. La trilogia
Mervyn Peake – trad. Anna Ravano e Roberto Serrai – Adelphi, 2022

Se con il primo all’inizio ho faticato, poi è stato meraviglioso stare nella storia e ho letto di fila secondo e terzo libro. Alla fine è stato triste arrivare all’ultima pagina. Per qualche giorno mi sono sentita strana, come se avessi perso la mia casa. Autore notevole, storia incredibile.
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Per ora avendo finito il primo volume ho provato la sensazione di scalare una montagna (o meglio: il castello arroccato su di essa). Enorme soddisfazione, stanchezza, sopraffazione da parte della bellezza di qualcosa veramente fuori dal tempo: una prosa d’altri tempi, ricchissima, che se ne frega delle prassi da scuola di scrittura eppure riesce benissimo nel suo intento. Un vero piacere unico nel suo genere, non vedo l’ora di tornare a Gormenghast 😉
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