Con un titolo languidamente bolaniano si apre la nuova fatica di Vanni Santoni: Il detective sonnambulo.
La cosa più singolare – immergendosi nelle pagine di questo romanzo – è che non ci sono né detective né sonnambuli, ma andiamo con ordine.
Martino è a Parigi, una vita in pausa come tante: l’università diventa un contesto sempre più ipotetico e irreale, la vita prosegue, l’ignoto chiama e seduce fra le bancarelle di una Francia colorata e contraddittoria, prendendo ora la forma fatale di Johanna ora quella scalcagnata della vie de bohème da bersi nei locali per veri intenditori.
Johanna è un’artista, come tutti, è la Maga di Cortázar in perenne fuga, un’ombra che appare e scompare negli angoli di una Parigi trasognata, che diventa visione scintillante e devastazione, sospesa fra le feste esclusive negli hotel di lusso e lo squallore degli angoli più malfamati. Martino s’innamora, si perde, Johanna diventa impalpabile e si appiattisce in un ricordo idealizzato o in una foto appesa sul muro.
La trama si volge dunque a quest, a viaggio di formazione e distruzione: i piani si moltiplicano, la coppia diventa un quartetto, asimmetrico, imperfetto eppure stranamente vivo. Martino si troverà così a fare da contrappeso e da àncora all’evanescente Johanna, all’attivista Tanya, soprattutto al misterioso magnate Manfredi Contini della Torre, sultano delle criptovalute ritrovatosi milionario troppo in fretta.

Con una scrittura pulita e mai banale, Santoni crea un sofisticato gioco di simmetrie che resta in equilibrio per tutta la durata della storia fra azione e contemplazione, fra maschile e femminile, fra rivoluzione e restaurazione: i suoi personaggi si staccano da terra volando sul denaro come se fosse un tappeto incantato e si perdono in una realtà completamente artefatta, illusoria, un mondo che si appoggia sull’incorporeità delle criptovalute e degli ideali più nobili per precipitare inevitabilmente nella carne, nella crudezza dei suoi fenomeni fisici, dalla nascita alla morte, nell’arte e nel bisogno di fare.
Il dilemma del creatore
Manfredi è un esperimento mentale, un Dio bambino capriccioso e onnipotente che non sa cosa farsene dell’eternità: l’abbondanza di denaro non riesce a colmare il senso di inutilità di una generazione perduta che si trova appesa sul baratro senza certezze e senza scopi.
Si dice che i soldi si fanno, è vero, you make money, ma in realtà mica esistono, a meno di considerar tali quei foglietti che la gente tiene nel portafoglio: i soldi sono un’energia astratta, sono mana, ki, orenda, prana, shakti, sono la forza di Star Wars, il chakra di Naruto, non si creano e non si distruggono, crescono, si contraggono, respirano, sono una funzione d’onda con cui puoi o non puoi sintonizzarti…
Se puoi fare qualunque cosa devi capire cos’è realmente importante fare. È questo il nucleo del romanzo: l’obbligo morale di creare.
Questo si riflette nella generazione, sicuramente, nell’arte di essere genitore che dal procreare si sublima nell’educare, ma anche nel tentativo di creare qualcosa di più grande, duraturo: l’art pour l’art, la creazione artistica fine a sé stessa, contrapposta allo sforzo politico di influire sul mondo come collettività.
Fra tre personaggi pieni di obiettivi e di aspettative, Martino rappresenta forse l’unico a capire il vero scopo del viaggio: viaggiare.
Si gode così la corsa e accettando l’irrilevanza riesce ad andare oltre i deliri di grandezza e le ossessioni dei suoi compagni di viaggio: quello psichedelico, quello umano, quello fisico che lo porterà da Parigi al Sud America fino in Germania.
Quindi creare è davvero un atto necessario, in un mondo già pieno, stipato di conflitti, tragedie, cose inutili da comprare, cose da avere? Forse è meglio concentrarsi sull’essere, semplicemente.
Accoppiamenti giudiziosi
Il romanzo è diviso in due sezioni nettamente contrapposte: la prima ultrarealistica, parigina, una classica ricerca dell’amata reinventata in chiave spy story. La seconda invece cambia radicalmente: si fa sogno e allucinazione, si fa delirio febbrile e claustrofobico dentro un quadrato sempre più serrato di relazioni, affinità elettive che sfociano nella paranoia e nell’amore, che si confondono in uno schema opaco.
Inferno e Paradiso, dunque, anche se non sempre è facile identificarli correttamente.
Al centro della vicenda fiorisce l’idea di party, i cavalieri che fecero l’impresa, la compagnia dell’anello.
È forse questa la grande creazione di Manfredi, il suo capolavoro: un gruppo eterogeneo che si trova a decidere un percorso comune e che si completa a vicenda, cresce e impara a migliorarsi.
Come nella migliore campagna di Dungeons & Dragons ci sono guerrieri e guaritori, protagonisti e personaggi di supporto. Come nella migliore campagna i conflitti sono uno snodo della storia che trova vero completamento solo nel percorso in sé, nell’aumento di livello che riflette una maturazione psicologica oltre che fisica, una presa di coscienza sempre maggiore mano a mano che ci si avvicina all’obiettivo o al suo miraggio.

Con gusto postmoderno l’autore gioca così coi suoi personaggi come un master ambizioso, cambia rotta radicalmente, disorienta il lettore creando una campagna – chiamiamola così – che perde l’orientamento più volte, diventa intima e politica e globale per poi riavvolgersi su sé stessa.
I personaggi si scelgono come compagni benché si siano uniti originariamente per puro caso: la loro ricchezza non sta solo nell’ingente disponibilità economica di Manfredi ma anche e soprattutto nella forza del loro legame, nell’equilibrio che si stabilisce fra di loro come in una danza di movimenti contrapposti, inspirazioni ed espirazioni calibrate, derive incontrollabili.
Sono sonnambuli in preda a un durevole sogno lucido, sono eroi senza corazza e senza magia, sono una bizzarra forma di famiglia?
Vanni Santoni crea in poche pagine un mondo vivido che si nutre di forti contrasti: uno sfondo perfetto per un party instabile, disorientato, innocente di fronte all’esperienza terribile e assoluta che li circonda. Cerca di raccogliere tutto il presente – la sua complessità fatta di manga, cervelli in fuga, cultura nerd, rave, coscienza di classe, finanza spregiudicata – raccoglie tutto e lo forza nel suo romanzo per renderlo specchio e spiraglio da cui scrutare il tempo in cui viviamo.
La storia perde pezzi, deraglia, gli eroi si ammaccano eppure continuano a viaggiare: come tutti i lettori, come gli artisti, come chi ancora si ostina nell’atto inutile e bellissimo di creare qualcosa, di fare la differenza.
Bonus
- Da Limina, una bellissima intervista a Vanni Santoni a proposito di giochi di ruolo e DnD, a cura di David Valentini.

Il detective sonnambulo
Vanni Santoni – Mondadori, 2025

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