“It” di Stephen King

È stato un lungo corteggiamento, il nostro, un annusarsi a vicenda durato mesi, anzi anni. Lui tetragono e maestoso dallo scaffale, io minuscolo da terra, alzando lo sguardo come quando lo si rivolge a qualcosa di sacro o pericoloso, comunque soverchiante.

Alla fine ho ceduto, l’ho afferrato, l’ho sfogliato finalmente. Ero suo.

Ralph Eugene Meatyard, Untitled (1969)

It è un libro mostruoso. Lo è già a partire dalla forma: una montagna di pagine da scalare con reverenza e trasporto, con cieca fede in un autore che è stato a lungo snobbato dalla critica più blasonata eppure ha continuato indifferente a macinare lettori (o meglio cultisti) in ogni angolo del mondo.

Il suo creatore, il re del brivido Stephen King, è diventato l’archetipo dello scrittore horror e It è sublimato presto nella leggenda, esibito in libreria e al cinema come un trofeo, come una vetta di orrore e disgusto da imitare o da cui discostarsi temerariamente, comunque qualcosa da cui oggi non si può prescindere per muoversi nelle tenebre pastose della letteratura dell’orrore.

Perché leggere o rileggere questo romanzo, a distanza di anni? Perché non chiudere per sempre il sipario su Derry e sui suoi abitanti?

Essenzialmente perché It ha ancora molto da dire. Diversamente da molti altri lavori pur riuscitissimi del più prolifico autore del Maine, questo romanzo abnorme riesce infatti a elevare il conflitto uomo-mostro a qualcosa di universale ed eterno, staccandosi dagli stereotipi di genere con l’ambizione di strappare alla letteratura mainstream temi e analisi custoditi gelosamente. Mentre ci terrorizza, ci parla infatti anche di amicizia e di amore, di crescita, di indipendenza, di coraggio. Ci parla, sopra ogni altra cosa, dell’età più complessa e bella di ogni essere umano: l’adolescenza.

Quando apro il libro e lo inizio a sfogliare diventa subito chiaro che il nemico, qui dentro, è la paura stessa. Le armi sono poche, spuntate, la materia narrata si estende e moltiplica ad ogni pagina girata. La trama, sdoppiata su due linee temporali parallele, procede sinuosamente in un lento stritolamento che serra il ritmo e toglie il fiato mano a mano che l’orrore diventa più evidente e concreto nelle viscere della cittadina di Derry, nel Maine, ma senza mai togliere la giusta prospettiva sui personaggi e sulla loro umanità.

Al centro di questa tela grande come una città si cela in agguato un ragno metafisico e potentissimo, forse alieno, sicuramente assetato di sangue: it, esso. Non ha nemmeno un nome come non hanno nome le paure inconfessabili dei bambini e i mostri che si nascondono sotto il letto. Le sue manifestazioni, arcinote, sono l’incarnazione stessa del terrore: una strega, un uomo ambiguo divorato dalla lebbra, un ragno, un pagliaccio.

Ralph Eugene Meatyard, Untitled (1966)

A Derry accadono da sempre cose strane, eventi generazionali che squassano la comunità con esplosioni immotivate di violenza, linciaggi, incendi. Seguono poi le sparizioni, bambini che svaniscono, strani casi di cronaca nera che s’incistano nella noia della città di provincia e imputridiscono sino a diventare leggende macabre.

Questa volta però è diverso. Il mostro è stato battuto già una volta, forse, si spera, è stato sconfitto eppure sta tornando. It, il pagliaccio, la paura stessa condensata, è pronto per cacciare di nuovo.


Stagioni diverse

Il fulcro della narrazione e della speranza per questa parentesi assonnata d’America non riguarderà però eroici poliziotti o cavalieri dall’armatura immacolata: a opporsi titanicamente a questa divinità malevola saranno, ancora una volta, i ragazzini più emarginati della scuola.

Di King ho sempre apprezzato la sensibilità con cui si avvicina al tema dell’adolescenza. In fondo quale altra stagione della vita permette la coesistenza – coerente e per nulla forzata – degli incubi infantili fatti di mostri e vampiri con tutte le forme di ansia più sottili e adulte?

La sua prosa eccelle e divampa proprio quando coglie i bambini nell’attimo esatto in cui crescono: non avviene sempre gradualmente, anzi spesso la maturità è un’epifania che segna una cesura netta fra l’età incantata dell’infanzia e la concretezza disillusa di ciò che viene dopo.

Eppure questo cambiamento irreversibile è una barriera stranamente permeabile, che permette alla paura e ai sogni di insinuarsi nelle crepe del reale e incrinare la granitica noia della maturità. Si è sempre bambini, almeno in parte, basta essere in grado di ricordare.

Ralph Eugene Meatyard, Romance (N.) from Ambrose Bierce #3 (1962)

Per il Club dei Perdenti – l’improbabile congrega di ragazzini che prova ad opporsi al mostro – questo momento è un vero rito iniziatico, amore e morte come da tradizione, per altri personaggi kinghiani coincide con una perdita (ad esempio Cuori in Atlantide) o una scoperta sconvolgente (tra gli altri Il corpo, in Stagioni Diverse). È questo istante che interessa a King, questo anno zero puntiforme che, se adeguatamente esplorato, si rivela presto un universo sconfinato di sfumature e sensazioni impalpabili.

King non scrive mai romanzi di formazione strappalacrime e ombelicali, ma dona al suo lavoro uno sguardo spontaneo e misterioso sul limitare sottile fra infanzia e maturità, concentrandosi sui prodigi adombrati che dai sogni dei bambini tracimano nelle personalità degli adulti che saranno.

Non illumina, non spiega: si limita a osservare i personaggi che ha creato e coltivato mentre si dibattono sulla pagina, ora vittime ora eroi, lasciando che i lettori s’immergano nel loro stesso passato, a ritroso. recuperando i sogni e il terrore che solo l’infanzia riesce a rendere così vividi e reali.

Nelle pagine di It non si nasconde solo un mostro, ma anche un tesoro: la materia duttile dell’immaginazione infantile, esplorata con la consapevolezza e la forza dell’età adulta e nutrita di ogni esperienza vissuta o immaginata, di fantasie e delusioni, di magia e brivido e meraviglia.

Non è facile parlare di adolescenza da adulti, creare solo con carta e inchiostro l’incertezza dei primi amori, il coraggio necessario per uscire dalla propria famiglia e scoprire il mondo, la paura, l’eccitazione, eppure Stephen King riesce a farlo sempre con una naturalezza e una delicatezza invidiabili, specie nel contesto di un romanzo horror che non ammette cali di tensione.

It funziona benissimo, ancora oggi, come una macchina ben oliata: i bambini che crescono e diventano adulti di successo non tolgono spazio all’orrore, alle scene macabre che sembrano uscire direttamente dal miglior drive in americano.

È cinematografico e letterario, è pop e accattivante ma anche delicato e nostalgico, è maturo, acuto, grottesco. È da un immaginario colorato e vorticoso che attinge la sua ispirazione, da vecchi drive-in che proiettano film di Serie B, da occhi spalancati e pelle d’oca, da una sera di popcorn e brividi e baci: King dà vita sulla carta al mito dell’America, dell’esagerazione, della spensieratezza che proprio nell’adolescenza germoglia, fra film paurosi e insicurezze reali, in mille futuri alternativi, tutti plausibili e tutti pronti per essere esplorati.


Accoppiamenti giudiziosi

Età di maschere e finzioni, di giochi. L’infanzia si nutre dei mostri che si nutrono della nostra anima.

Ralph Eugene Meatyard, Untitled (1957-1958)

I giochi dei bambini e le fiabe non sono mai alieni a una certa forma di orrore: nelle cantilene sanguinarie, nelle scoperte proibite risiede la nostra fascinazione per ciò che non comprendiamo e che istintivamente avvertiamo come pericoloso.

I bambini riescono a parlare con i mostri perché appartengono al loro stesso mondo: quello fatato delle ipotesi bizzarre, delle leggende mai sconfessate del tutto, delle paure irrazionali.

Il lavoro di Stephen King evoca in questo senso l’opera del fotografo americano Ralph Eugene Meatyard. Meatyard, Gene per gli amici, viveva a Lexington, Kentucky, e faceva l’ottico per sei giorni a settimana. La domenica caricava la sua famiglia in macchina e guidava alla ricerca di un casale abbandonato, un bosco, uno sfondo adeguato. Poi allestiva la scena e scattava.

Le sue fotografie sono esperimenti teatrali e inquietanti, in cui i protagonisti si prestano al gioco dello spavento e della metamorfosi con maschere e bambole, esposizioni multiple e motion blur.

Il risultato è disturbante e trasognato: i personaggi immortalati da Meatyard sono attori e simboli, ma – proprio come i bambini di Stephen King – sono anche interpreti di una realtà rarefatta che riesce a unire fantastico e reale in una sola posa, in un enigmatico bianco e nero.

L’atto di mascherarsi è di per sé ambiguo e misterioso: è un rituale, è una forma di possessione codificata?

Le persone ritratte da Meatyard stanno giocando o recitando, ma forse dismettono anche la propria identità per diventare qualcosa di diverso. La maschera in questo modo permette loro di fare spazio a una diversa personalità o, come in alcuni contesti culturali, di lasciar entrare la divinità o il maligno affinché divenga corporeo e tangibile.

Ralph Eugene Meatyard, Lucybelle Carter and bakerly, brotherly friend, Lucybelle Carter (1970-1972)

Anche It, il mostro, ama mascherarsi, proprio come i bambini che irretisce e preda da secoli, non diversi dai ragazzini che giocano nelle foto di Ralph Eugene Meatyard: la cosa che si annida dietro la maschera beffarda del clown Pennywise è talmente atroce da risultare insopportabile per una mente razionale, forse è l’emblema della paura stessa, forse cambia a seconda dell’osservatore?

Chissà cosa si nasconde dietro le maschere di Meatyard. Alcuni scatti lasciano presagire che dietro vi sia solo un’altra maschera, ma con un po’ d’immaginazione è possibile sentire il vuoto che sta dietro ogni travestimento, un orrore primigenio capace di condurre alla follia.

La maschera è minaccia e libertà, nasconde ed esalta, eppure continuiamo tutti a travestirci per non essere i Perdenti della scuola, insistiamo a giocare, a fidarci dei travestimenti altrui, a lasciarci ingannare dalla forma esteriore delle cose.

It a distanza di anni si rivela ancora capace di muoverci qualcosa dentro, terrorizzandoci e obbligandoci a tornare bambini, a unire le forze, a ricordare.

Dopo aver chiuso l’ultima pagina, reduci da un’esperienza totalizzante e infinita, siamo tutti membri del Club dei Perdenti. Siamo stati tutti per un istante la persona più giovane del mondo, allora siamo speciali, siamo unici: siamo i bambini timidi che non riescono a confessare il proprio amore per la ragazza carina che siede nel banco a fianco, siamo i secchioni bullizzati, i bimbi gracili e asmatici, siamo gli strambi da evitare per non perdere ogni briciolo di popolarità, siamo gli eroi della nostra storia, per sempre.


Bonus

  • Una mappa di Derry
  • Un approfondimento sulla figura di Stephen King, raccontato da Michela Murgia nel podcast Morgana
  • Una bella intervista di The Paris Review al Re del Brivido
  • Un folle ed esaustivo diagramma che mostra graficamente i collegamenti fra tutti i personaggi e i libri nel King Universe.
  • Una bella analisi sull’opera e sul metodo di lavoro di Ralph Eugene Meatyard

8 commenti

      • Ti manderà in estasi, ne sono convinto. Ho letto 16 libri di Stephen King, e solo 3 di essi erano più belli di Holly: Buick 8, 22/11/’63 e The Dome. Li hai letti anche tu?

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      • Solo Buick 8 da ragazzino…! Cercavo da tempo qualche suggerimento per proseguire nella mia lettura di tutte le opere del Re, ti ringrazio per questi graditissimi spunti. Fra quelli che ho letto il mio preferito – a parte il qui presente It – è Cuori in Atlantide. Forse perché l’ho letto da adolescente e ne ho un ricordo romantico ed edulcorato, ma credo sia in assoluto uno dei libri che mi ha formato di più in quel passaggio della mia vita

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      • In generale, in ordine sparso, direi: i racconti di Carver, “Il vecchio e il mare” di Hemingway, tutto Philip K. Dick (soprattutto “Gli androidi sognano pecore elettriche?” e “Le tre stimmate di Palmer Eldrich”), Il lungo addio (Dylan Dog) di Tiziano Sclavi, tutto John Fante. Chissà quanti ne sto dimenticando, di quel periodo… più che formativi in assoluto direi che sono stati la mia formazione personalissima e voglio loro un bene viscerale ancora oggi

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