Mi immagino la mente di Camilla Grudova come una wunderkammer polverosa o come certi mercatini dell’usato stipati di cose vecchie e meravigliose.
Ci sono chincaglierie inutili e belle, suppellettili di cattivo gusto, rifiuti, ninnoli che fanno solo rumore e raccontano drammi concentrati in visioni minuscole, frammenti. Ogni oggetto porta in sé una traccia, un odore che non si può cancellare, una storia.
Camilla Grudova lo sa bene e riesce ad estrarre questi dettagli preziosi e legarli insieme per creare interi paesaggi (interiori o esteriori, non importa), interi universi.
I suoi racconti sono finestre – o forse specchi? – su un mondo multiforme in cui i colori più chiassosi sembrano stemperarsi nella gloria trapassata di un impero ormai decaduto: sono gli avanzi di un’epoca vittoriana che ancora permea l’immaginario britannico con la sua ipocrisia e i suoi silenzi, la rassicurante casa della nonnina che con la giusta penombra mostra spigoli e segreti e prospettive inquietanti.
La sua ultima raccolta, “The coiled serpent”, che segue “Alfabeto di bambola” già provvidenzialmente importata in Italia da Il Saggiatore, dimostra ancora una volta che la sua autrice non ha paura di guardare questi dettagli e di sfruttarli con furia coraggiosa per arrangiare short story frastagliate e disturbanti, finemente cesellate.

Al contrario, è proprio nelle minuzie che il suo lavoro, – l’amore per l’inconsueto e il sordido che si accumulano come sporco negli interstizi delle nostre vite – esplode e raggiunge una piena maturità espressiva.
Le ambientazioni che fanno da sfondo sono quelle di una contemporaneità sopraffatta dal passato: ogni cosa ha l’aspetto polveroso di un carnevale che non fa più ridere, gli stessi colori spenti e confusi, la medesima inquietudine invisibile ma impossibile da trascurare.
Bella e coerente nella sua esplorazione di tutto ciò che è infimo e sfuggente, questa raccolta fa snodare le sue trame, i suoi serpenti, attorno a personaggi enigmatici che sembrano quasi toccarsi oltre le pagine, per creare insieme un unico ecosistema marcescente e stranamente vivido: una studentessa in scambio culturale viene a contatto con le strane gelatine che abitano negli scarichi della sua nuova abitazione, una ragazza affronta un’inspiegabile amenorrea con la disciplina rigida di un inquietante istituto di cura, le addette di una squallido centro benessere si ribellano contro i loro meschini datori di lavoro.

Tutto questo sembra avvenire in una strana complanarità che schiaccia il lettore fra descrizioni minuziose di piccole cose fondamentali, in un fiorire estremo che ricorda il proliferare delle muffe su un cadavere – quello della buona società, delle istituzioni, della cara vecchia Gran Bretagna – che continua a muoversi, a ribollire, a produrre vita.
L’estetica di Grudova si concretizza così in ambienti umidi e malsani, oltre che in strutture sociali soffocanti come un bagno turco o una casa rimasta chiusa per troppo tempo: nel brulicare di vita che presenta ai lettori, districandosi fra cose minuscole ed escursioni nell’orrore vero del nostro passato, la sua prosa infligge al lettore visioni conturbanti che sanno essere allo stesso tempo sensuali e spiacevoli e che soprattutto sanno smuovere qualcosa dentro ognuno di noi.
Accoppiamenti giudiziosi
Ogni racconto di “The coiled serpent” può essere visto come una scatola, una delle shadow box confezionate da Joseph Cornell, pioniere dell’assemblage.
L’artista americano, schivo, acuto, raccoglieva oggetti per strada e ritagli e costruiva veri e propri habitat, con cornici di legno e vetro protettivo, in cui conservare per sempre un distillato di città, completo nella sua caotica frammentarietà e conclusivo nella sua pienezza: ogni scatola è una storia, un particolare sentimento, una visione.
Analogamente anche gli assemblaggi di Camilla Grudova si arricchiscono di oggetti e personaggi e suggestioni strappate a una tradizione ingombrante come quella britannica per realizzare piccoli congegni ingialliti, perle deformi che con la scusa della weirdness scandagliano la sessualità, il lavoro, la condizione femminile, la fragilità della società contemporanea.

Ad unire le storie, oltre alla stessa nitida visione, anche un senso di chiusura e soffocamento che ben si accorda tanto con gli sfondi delle diverse narrazioni (una scuola per eterni ragazzi, l’appartamento minuscolo di tre programmatori decisi a percorrere una forma estrema di astinenza sessuale, un insalubre stabilimento termale) quanto con l’idea di scatola sviluppata da Cornell: la cristallizzazione di un momento o di un disagio, ma anche la chiusura di un pensiero ricorsivo che diventa eterno.
Dalla penna di Grudova non c’è scampo: le sue parole, materiche come dipinti e strambe come collage, sono destinate a imprigionarci in una casa delle bambole che amalgama passato e presente in un istante immortale di orrore, consapevolezza e meraviglia
