“Le piume di Vurt” di Jeff Noon

Mai stati nel Vurt? Scommetto di no, non sapete proprio di cosa sto parlando. O forse lo sapete, istintivamente, irrazionalmente. Vi si è acceso qualcosa in testa appena avete visualizzato la parola VURT: una lampadina, una piuma, una cosa informe. Più che un posto è un assetto mentale, un’illusione, un abbaglio. Il Vurt è dentro di noi eppure ci circonda in agguato pronto a sovvertire le regole del reale con un nuovo incastro di prospettive.

Per chi fosse così coraggioso da lasciarsi andare all’abbraccio lisergico delle sue piume, il Vurt ha trovato una guida d’eccezione in Jeff Noon: artista eclettico, reduce della scena punk di Manchester, visionario.

Glenn Brown, Bring on the Headless Horses (2020)

Noon con il suo libro riesce a creare un ibrido delizioso e conturbante di realismo e follia, assemblando un puzzle di visioni e deliri e realtà concentriche capaci di trascinare il lettore in un turbine disorientante di ottima letteratura: il Vurt è così, o si ama o si odia.

Dipendenza e trascendenza in questo romanzo si innestano su una storia dai forti richiami cyberpunk, in una Gran Bretagna allucinata e divisa in caste/etnie talmente surreali da sembrare autentiche: i cani, gli uomini-ombra, i puri, i robot.

Così, fra finzioni ben calibrate e verità nascoste, Noon ci trascina sul fondale di un sogno ad occhi aperti, in una riflessione spietata e lucida sul tema delle droghe e della percezione.

Il Vurt non viene mai spiegato bene, all’interno del libro: lo si deduce piuttosto da dialoghi e riferimenti, da brandelli di articoli tratti da una sorta di bollettino allucinogeno redatto dal Gatto Matto (stregone, fantasma, eresiarca?). Ci si può entrare strofinandosi piume speciali sulle labbra, ci si può restare imprigionati per sempre. Il Vurt però dilaga oltre le barriere del sogno e piega la realtà anche dopo che se ne è usciti, lascia tracce profonde nei suoi adepti, dona e toglie come un Dio bizzoso in base a un incomprensibile sistema di pesi e misure.

Le piume di Vurt segue le vicende di un gruppo di predoni, sfaccendati, tossici: gente normale in un mondo anormale come il nostro, come quello di Jeff Noon. Il protagonista, Scribble, sta cercando disperatamente sua sorella, scomparsa dopo aver consumato una delle piume più preziose e pericolose che ci siano in circolazione, il Vudù Inglese. Scribble e sua sorella Desdemona hanno un rapporto complesso e totale, che travalica i confini della normale relazione fra fratelli: sono amanti, anime gemelle, spiriti uniti in un inestricabile intrico di amore e dipendenza.

Glenn Brown, On the Way to the Leisure Centre (2017)

Così, fra cani musicisti e poliziotti spietati, attrici porno e creature allucinogene, Noon allestisce una personalissima revisitazione del tema della ricerca, confondendo e assuefacendo il lettore con una sovrapposizione colorata e folle di idee ruggenti, provocazioni, violenza esplosiva e sottile malinconia.

Aprite la bocca, chiudete gli occhi, lasciatevi ingoiare dal mistero.


Accoppiamenti giudiziosi

Jeff Noon fa con i materiali di scarto dell’immaginario pop quello che Glenn Brown fa con i dipinti degli altri: se ne appropria, li distorce, cambia i colori, li combina in modi impensabili per renderli ora inquietanti, ora semplicemente disorientanti.

Brown, autentico postmoderno, trae ispirazione per le sue opere dai capolavori del passato e li reinventa donando nuove prospettive e sentimenti, lasciando strisciare in forme contorte un disagio cui è difficile dare forma.

Come Noon, anche Brown si confronta essenzialmente con l’idea di mancanza di futuro che sembra ristagnare in ogni suo personaggio: davanti non c’è niente, allora bisogna voltarsi a recuperare il passato, ingannandosi con una piuma di Vurt o con la droga o con la pittura pur di scoprire qualcosa di diverso e avere l’illusione che il passato – rassicurante, dolcissimo passato – continui a deliziarci con la sua ripetizione ciclica e con la sua tragicomica menzogna sull’esistenza di un avvenire luminoso e roseo.

Glenn Brown, Shallow Deaths (2000)

Galleggiando fra il miglior Philip K. Dick e i peggiori film polizieschi, Noon ruba e impasta, mimetizzando e contraffacendo elementi dissonanti in un contesto così innovativo e assurdo da risultare incredibilmente originale: recupera certo l’estetica cyberpunk – le città addormentate e perdute, le insegne al neon, la musica assordante che spurga come pus dai locali più malfamati – ma la rinnova ibridando le visioni di Gibson & Sterling con squarci onirici e salti dimensionali magistralmente innervati nel tema più ampio della dipendenza (dalle sostanze, dal passato, dall’affetto di qualcuno?).

Coesistono nelle opere di Brown i colori minacciosi e sgargianti dell’inquietante primavera che ritroviamo nelle piume di Vurt e l’andamento rigoglioso e serpentino dei sogni allucinati di Scribble e dei suoi amici: quali insidie si celano nelle pieghe dell’irreale, quali contatti sussistono fra le fibre di questo universo molteplice e caotico, cosa significa vagare nel passato e nei suoi rifiuti se tutto ciò che ci aspetta è devastazione?

3 commenti

Scrivi una risposta a Edoardo Balacchi Cancella risposta