“Accanto al cespuglio di more” di Maria Francesca Laganà

Odore d’incenso e di fiori lasciati marcire nei vasi. Non cambia l’acqua da giorni, suor Agnese, se n’è dimenticata. È vecchia, la memoria le si sta disfacendo, così come il corpo.

Suor Giuditta svuota i vasi, getta via le rose, le sostituisce con altre fresche. L’altare della Vergine adesso è un giardino di petali color della neve. Non si addicono le rose rosse alla madre del Signore, ha scelto quelle bianche, significano la purezza che tanto piace a Dio. 

È l’alba nella chiesa del convento. Sulle note dell’organo le suore intonano le lodi del Mattino, lo sguardo assorto, la testa china, nel cuore la malinconia di un sogno rubato alla notte.

Ci benedica il Signore, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.

Suor Giuditta dà un ultimo sguardo a Gesù, prima di uscire. Se lo porta stretto nel petto, perché l’aiuti a dissolvere il tormento. Come potrà il giovane render pura la sua via? recitava il salmo di oggi. Confida in Lui, lo sente vicino nell’ora della prova. Non l’abbandonerà. 

Si avvia al refettorio a passi svelti dietro le consorelle, in fila come corvi neri. Mangia a malapena, non ha fame, da giorni. L’aroma del caffè le dà un urto di vomito, il pane biscottato rimane intatto nel cesto, insieme alla tazza di latte. La faccia è pallida cinta dal velo; una voluttà di dolore le accende gli occhi, le spegne il sorriso. Guarda fuori dalla finestra che dà sul portico. La nebbia è bassa sulle montagne, avvolge le cime, sottrae ogni cosa alla vista degli uomini. 

Anche il giardino. Anche il cespuglio di more.

Non oltrepassare il recinto, non chiedermi perché, le disse suor Agnese il giorno in cui l’accolse e le elencò le regole. Suonava imperioso più di un comandamento. Omnia munda mundis, aggiunse; e tu, Giuditta, sei una creatura pura, la più pura che abbia varcato la soglia del convento. Per questo non devi farlo, mai. 

A lei non bastò. Si mise a origliare, dietro le porte, malgrado sapesse che era sbagliato. Frasi velate, imbarazzo, silenzio, il sussurro di un nome, un nome di donna. Aveva il male negli occhi, occhi di brace arsi dal vizio, impudenti. Se n’era andata così, dall’oggi al domani, il ventre gonfio e una valigia in mano. Era stata punita: scomparsa nel buio al di là del recinto, accanto al cespuglio di more. Un’impronta di mano macchiò di rosso la neve. Divenne un germoglio, coperto di spine.

Ha avuto quello che si meritava! gridarono in coro le suore. Brucerà nel fuoco della Geenna, per l’eternità. 

Gesù mio, pregava Giuditta nel cuore, dammi la forza dell’obbedienza.

Ma con la mente correva lì, accanto al cespuglio di more, a quel germoglio che germoglio non era.

Una sera si spinse fino al recinto, aprì il cancello e superò il confine. Infranse il divieto. Buio intorno, e rumore sinistro di foglie. Il suolo, un intrico indistinto di sterpi. Nessun segno di uomini, né di animali. 

Lei era lì: spandeva nel bosco un aroma di miele. I fiori bianchi spruzzati di rosso, bocche di carne macchiate di sangue.

Non c’è più tornata. Si è fermata in tempo, al di qua del confine. Di giorno soffoca il tarlo in mille incombenze; sotto le lenzuola, di notte, la bramosia le graffia la pelle. L’alito dolce di miele valica le pareti, si spande fin dentro la stanza, le penetra i sensi, le offusca la mente fino a stordirla. 

È tardi. Le campane suonano l’Angelus della sera. Suor Giuditta è sola, in ginocchio ai piedi del letto. Lo ha conosciuto l’amore degli uomini, soltanto una volta, poco più che bambina. Le spalancò le porte del mondo, ma lei, nel mondo, non ci sapeva stare. Fu Lui a svelarle i pensieri, il venerdì santo dei suoi sedici anni. Era lì, Gesù, sull’altare in silenzio. Che bello passare il resto dei giorni prostrata davanti alla croce, a servirlo, a lodare il Suo nome, a rendergli grazie di averla chiamata, ad amarlo al di sopra di tutto.

La preghiera è finita. Suor Giuditta si alza, osserva allo specchio il suo corpo di donna. È giovane: i seni sfrontati, la curva dei fianchi, il pelo del pube fitto in mezzo alle gambe. Lo ha mortificato, quel corpo, educato con sacrifici e digiuni, ignorato, dimenticato sotto la tunica. 

È strumento del diavolo, tuonava don Gino, dietro la grata del confessionale. Il diavolo lei non lo conosceva, chiedeva soltanto di essere la sposa di Gesù. 

Perdonami, Gesù mio, e preservami dal peccato. 

Il sonno la coglie agitata, la mente è un delirio di ombre confuse. Si sveglia di colpo: gli occhi sbarrati, il sudore la bagna, malgrado il freddo che agghiaccia la cella. Il convento tace in una quiete di tomba. Dormono le sorelle, non sanno la smania che ha dentro l’anima. Rimane in ascolto: una nenia da fuori le giunge alle orecchie, più cupa di un canto di morte. Mette su la vestaglia, apre la porta e in punta di piedi si avvia per le scale. Nessuno deve sentirla. 

Fuori è una notte di luna. Suor Giuditta sa dove andare, la nenia la guida, lei l’asseconda. È intenso il profumo di miele vicino al cancello, il bosco stanotte è un campo di zagare. 

Lei è lì, più viva nel buio che alla luce del sole. Il rosso è una piaga nel bianco dei fiori, dita umane le foglie irte di spine. 

Non si muove Giuditta. Non urla, non fugge, i piedi inchiodati alla terra coperta di sterpi. Le corolle si schiudono lente, si chiudono, di nuovo si aprono, in un ritmo che sembra respiro di uomo… o di donna. 

La nenia ora è canto di sirene che adesca, malia d’inferno, ebbrezza ignota, estasi! Lei l’attrae a sé, la lascia fare Giuditta. È viva, respira, si agita, allunga i tentacoli, spalanca le bocche. La nenia diventa babilonia di suoni, il profumo di miele veleno di morte. Il mostro carnefice s’insinua sotto i suoi piedi, si avvinghia, le striscia lungo le gambe, le cosce, groviglio di spire. Dalle bocche spuntano schiere di occhi, mentre lei continua a strisciare, su fino ai fianchi, al petto, al collo, si annoda ai capelli, le stringe la gola. 

Si arrende Giuditta all’abbraccio di morte, altro non può. Il suo corpo è uno strazio di carne che imbratta di sangue la neve. 

Rende l’anima a Dio, e le par di sentire un alito fioco che dice: Muori, è peccato!

È Natale. Gesù nasce dentro la grotta, spunta un giglio al di là del cancello, accanto al cespuglio di more.


L’autrice

Maria Francesca Laganà è nata a Reggio Calabria, dove abita da sempre. Laureata all’Università La Sapienza, insegna Lettere al Liceo Scientifico. Il suo primo amore è stato il pianoforte, che ha studiato fin da piccola fino a conseguire il diploma al Conservatorio. È autrice di due romanzi, per ora inediti, che hanno ottenuto riconoscimenti in alcuni concorsi, e di racconti pubblicati su blog e riviste letterarie.

2 commenti

Scrivi una risposta a Sara Spanò Cancella risposta