“Dialoghi in cielo” di Xue Can

Non so veramente cosa pensare di fronte ai racconti di Xue Can: è stranissimo seguirla mentre ci dispiega davanti una favola che sembra allo stesso tempo molto antica e in qualche modo premonitrice di un futuro incombente, ma è altrettanto facile smarrirsi nelle sue storie che sembrano fatte più di simboli che di avvenimenti.

La sua scrittura è sperimentale nell’accezione più pura del termine: ogni racconto è l’antro dell’alchimista che esplode mentre cerca di creare la vita, è un frammento di sogno che si cerca invano di far combaciare coi propri ricordi, è la lampadina che si accende per la prima volta nella storia.

Nella cornice tradizionale di una prosa chiara e seducente, Xue Can stipa le visioni di sogni ricorrenti che stravolgono i personaggi in una loro versione onirica e offuscata. Sono simboli, sono allucinazioni.

La famiglia ritorna, ossessivamente, i legami umani sfilacciati in una sottile violenza strisciante e invisibile, i vincoli della terra che intrappolano, gli insetti, le piante, le case.

Gli elementi che s’incastrano in queste storie sono così incoerenti da guadagnare una strana forma di bellezza più simile alla forma sinistramente piacevole di alcuni elementi biologici che all’ordinato svilupparsi dell’arte creata dall’uomo.

Leggere Xue Can significa abbandonare ogni forma di razionalità.

Penso che non si possa parlare di questi racconti se non impazzendo o dormendo, penso che siano la lettura ideale per un sonnambulo o per una foglia: una forma di letteratura lontana dagli schemi, inquietantemente naturale, che attinge a qualcosa di ancestrale e innato che ognuno di noi tiene chiuso al proprio interno.

Difficile parlare di trame, di sviluppi, di personaggi: tutto sembra appiattirsi per poi distorcersi e costringerci a considerare nuove dimensioni, ubriacandoci di immagini stridenti e languide, trasognate e terrene.

L’autrice diventa ambasciatrice di un mondo lontano – quello dei sogni – e si incarna in piccoli miracoli di carta che ci stritolano, ci pervadono e svaniscono in tempo per il risveglio.


Accoppiamenti giudiziosi

È un tratto distintivo di quest’autrice – mancata troppo a lungo dalle librerie italiane e miracolosamente resuscitata da Utopia – la dimestichezza con cui miscela uno spesso stratificarsi di incubi e visioni oniriche, rimestando incoscientemente sul fondale della percezione umana e della razionalità per creare qualcosa di completamente nuovo e originale, al contempo intimo e universale come un mito.

Andrés Barrioquinto, Quiet (2020)

La ricorsività di alcune figure diventa ambiente e l’ambiente diventa una persona, nelle prose multiformi di Xue Can che costeggiano la fiaba e il sogno con la stessa leggiadra eleganza: come nei dipinti di Andrés Barrioquinto gli animali e i fiori crescono nella mente e nel corpo di ogni personaggio e diventano ossessioni o incubo e dolci naufragi verso mondi che non hanno spazio per la nostra ordinaria razionalità.

Xue Can e Barrioquinto, muovendosi specularmente in un’Asia inquietante e rigogliosa, affollata di suggestioni che trapassano la storia e il mito come un raggio di luce, disegnano con le loro parole e i loro colori strani panorami interiori destinati a sconvolgere l’osservatore, saziarlo e lasciarlo devastato e illuminato da un’impressione duratura e spiazzante.

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