“Mi sarebbe piaciuto portarti al mare” di Linda De Santi

“Dovevamo girare a destra all’ultimo incrocio.” 

“Io l’avevo detto.”

“Allora perché siamo andati a sinistra?”

“Non lo so.”

“Non ci capiamo mai.”

“No, non ci capiamo.”

Cristina e Mirko camminano sul sentiero che serpeggia tra le querce. In alto, le fronde intrecciatesi tra loro impediscono alla luce di filtrare. Sono le cinque del pomeriggio, ma nel bosco sembra già sera. 

Cristina si volta a guardare quanta strada hanno percorso. “Torniamo indietro?”

Mirko si assesta lo zaino sulle spalle. “No, ci vuole troppo, dobbiamo continuare a seguire il sentiero blu e il giallo.”

“Come lo sai?”

“L’ho visto sul cartello”

“Che cartello?”

“Quello prima della salita”

Cristina si scosta la treccia bionda e spessa dalla spalla, poco convinta. Quanti sentieri ci sono su quella montagna? Dove sarà quel maledetto punto panoramico? Il navigatore li ha mollati, non c’è campo e tocca a loro trovare la strada in quel labirinto. 

“Speriamo di non aver fatto tutta questa salita per nulla.”

“Ma no, vedrai che adesso lo troviamo.”

Me lo auguro, pensa Cristina. Un’altra delusione e questa vacanza sarà ufficialmente un fallimento. 

È iniziata male, con l’alloggio che avrebbe dovuto essere una matrimoniale con vista panoramica e invece è una doppia a ridosso di una strada trafficata. E da quelle parti i prezzi sono folli, per una birra e un panino è impossibile spendere meno di quindici euro. Perché si è lasciata convincere da Mirko ad andare in quella località sperduta di montagna? Non c’era un altro posto per il viaggio del loro anniversario di matrimonio?  

Quel bosco di alberi imponenti è bello, c’è silenzio, si sentono solo i loro passi e il frinire degli insetti. Non c’è nessun altro, nonostante quel percorso sia indicato sulle guide turistiche. È un po’ deprimente. Anche la città è vuota. D’altronde in quel periodo la gente va al mare, non nei paesini remoti di montagna. Ma Mirko figuriamoci, non cambierebbe mai nulla: se dà retta a lui, Cristina andrà in vacanza tutta la vita negli stessi posti. 

Mirko si sistema gli occhiali sul naso. “Abbiamo compagnia.”

Due persone, una alta e incurvata, l’altra bassa, a una cinquantina di metri dietro di loro. Strano non averli notati prima. Dev’essere perché camminano lentamente: a differenza di loro, sembrano non avere nessuna fretta di arrivare.  

“Un’altra coppia.”

Mirko annuisce. “Già. Be’, meglio.” 

Cristina reprime un sospiro. Sa cosa sta pensando suo marito. In un bosco è sempre meglio non trovarsi isolati. Una questione di sicurezza, se c’è qualcuno nei paraggi, può soccorrerti nel caso in cui ti accada qualcosa. Ma cosa vuole che succeda, su quella strada sempre uguale?

Se proprio ci tiene a non restare solo, basterebbe andare in posti più frequentati. Le sue colleghe sono state in America, in Marocco, nelle Filippine. Le hanno mostrato foto bellissime, ha dovuto nascondere l’invidia. Lei non pretende di andare fin lì, ma ecco, almeno scegliere una meta più vivace. 

“Chissà se si sono persi anche loro?”

Una traccia sbiadita di blu sul tronco di una quercia, all’inizio di un viottolo quasi del tutto nascosto dall’erba alta. Cristina lo indica con il dito.

“Giriamo di qua”.

Mirko storce la bocca. “Non sembra molto battuto.”

“Ma da qui si continua sul blu, vedi?”

“A me sembra un’indicazione vecchia. Proseguiamo a dritto.”

“Ma no, è quella giusta.”

Mirko sospira e segue Cristina sulla stradina. Il sentiero è stretto e devono procedere in fila indiana. Sua moglie è in testa, lui sta dietro. È sgradevole camminare tra le erbacce, i rami bassi graffiano le gambe, sarebbe stato meglio restare sulla strada principale. 

Non dice nulla: Cristina è già abbastanza stizzita. In quel tratto la temperatura sembra più bassa, guarda sua moglie mettersi lo zaino sul davanti, sfilare la giacca a vento azzurra e indossarla senza fermarsi. Gli dispiace che abbia freddo, vorrebbe affiancarla e circondarle le spalle con un braccio, ma in quel tratto stretto è impossibile. 

E se ci fossero dei serpenti? Non è stata una buona idea indossare i pantaloni corti per quell’escursione. Non sarebbe neanche la prima volta che, per assecondare una delle idee di Cristina, passa da una situazione difficile a una peggiore. Come la volta in cui, in ritardo a una cena in campagna, già con il buio, ha dato retta a sua moglie che diceva di conoscere una scorciatoia ed è finito con una gomma a terra su una strada sterrata. 

Mirko gira su sé stesso, ammira il panorama, cammina all’indietro per un po’. La coppia è alle loro spalle, alla stessa distanza di prima, procedono una di fronte all’altro. Indossano pantaloni corti. Magari i serpenti preferiranno loro. 

“Visto? Hanno girato anche loro. È la direzione giusta!”

“O magari si sono persi e vengono dietro a noi, sperando che sappiamo dove stiamo andando.”

“Tranquillo, andiamo bene.”

L’odore di umido e muschio diventa più intenso. Sta per calare la sera.
Hanno già percorso un chilometro su quel sentiero, a breve dovrebbero ritrovare la via principale. Ci sarà un cartello, o qualcosa che li metta sulla strada giusta. 

Cristina si passa le dita sulla treccia. “Senti, ma siamo sicuri che c’è davvero un punto panoramico?”

“Certo, era anche sulla guida.”

“Sicuro?” 

“L’abbiamo visto insieme, ricordi?”

No che non ricorda. Mirko è sempre così confusionario. Pasticcia con i piani di viaggio, la lista della spesa, le bollette da pagare, i nomi dei ristoranti in cui devono andare a cena. 

Cristina si stringe addosso la giacca a vento e rabbrividisce. Cammina guardandosi le scarpe da trekking e si accorge solo all’ultimo dell’intrico di ramoscelli che penzola sul sentiero. Lo scosta poco prima di andarci a sbattere, sembra un grosso tentacolo. 

Sente una piccola fitta al dito indice. Una scheggia, o forse una spina, le si è conficcata nel polpastrello. Lo stringe con le dita per farla uscire, ma è troppo piccola e già troppo affondata nella pelle. Sbuffa. Perché mai sono saliti fin quassù? Questa montagna non le interessava neppure. Spera che la spina non faccia infezione. L’ultima volta le è capitato con un frammento di legno appuntito, mentre costruiva una cassa per le verdure da mettere in giardino. È stato Mirko ad aiutarla a toglierla, con delicatezza, usando un ago.

“Ti serve una mano?”

Cristina si gira verso il marito. “Non è niente.”

Alle spalle di Mirko, in lontananza, vede la coppia. Mantengono l’andatura pigra, avanzano con movimenti controllati. Non guadagnano terreno. 

Il sentiero si biforca. 

Senza chiedere nulla, Cristina prende la strada a destra. Mirko approva, è dove sarebbe andato anche lui. Ogni tanto un po’ di sincronia. Meno male. Anche se una volta era la normalità.

Come hanno fatto lui e Cristina a finire così, a fare sempre le stesse cose senza averne voglia? 

Inizia ad avere fame, ma è improbabile che riescano ad andare a cena prima di un altro paio d’ore. Immagina che anche Cristina tra un po’ sarà affamata e ancora più irritabile. Sta quasi per chinarsi a raccogliere le ghiande disseminate lungo il sentiero e offrirle a sua moglie, poi si ferma, gli sembra una cosa stupida. 

Una volta Cristina l’avrebbe apprezzato, per lei sarebbe stato un gesto divertente, d’amore. Faceva così durante l’estate di tanti anni prima che hanno passato in una foresta, poco dopo essersi conosciuti. Cristina restava in casa tutto il giorno, al riparo dal caldo, in mutande e canotta, a leggere romanzi e guardare film. Alla sera usciva a piedi nudi in giardino, il fresco le restituiva vitalità, allora correva e danzava. Lui le portava mele e more raccolte nel bosco, che lei accettava ridendo. Mangiavano bevendo vino rosso, l’unico lusso che si concedevano. 

Adesso a Cristina il vino neanche le piace più. 

Percorrono una curva stretta, dopo la quale il sentiero prosegue ancora. Ma quando finisce? E quei due sulla stessa strada – li ha visti di sbieco, durante la curva -, stanno ancora là, alla stessa distanza. Vanno nella stessa direzione o li stanno seguendo? 

Il cielo si è scurito, da celeste è transito verso un azzurro denso. Resta poco tempo, poi farà troppo buio per vedere ancora qualcosa. Mirko ascolta il verso di un animale nascosto tra i rami. 

Non è nello stato d’animo per ammirare le maestose querce che ha intorno, per godere dell’atmosfera. Gli dispiace. 

Su quella montagna, prima o poi, dovrà tornarci.

All’inizio ha creduto che Mirko esagerasse a sentirsi confortato dalla loro presenza. Poi, avanzando, ha pensato che, dopotutto, non era così male non essere soli in mezzo al bosco. Ma adesso non le piace più sapere di averli alle spalle. Si sente spiata, braccata.  

C’è odore di letame nell’aria. Forse c’è un allevamento da qualche parte. A Cristina torna in mente una volta in cui ne ha visitato uno insieme a Mirko. C’erano mucche, pecore, una cucciolata di gattini appena nati. Ha ancora le foto sul telefono, lei e Mirko si sono scattati un selfie cercando di riprendere anche la fattoria sullo sfondo, ma sono riusciti a inquadrare solo una parte del tetto. Lei ha la frangia mossa dal vento, lui gli occhiali un po’ storti. 

La considera una delle foto più belle che hanno. 

Durante questa vacanza ha scattato pochissime foto. Lei e Mirko non hanno più fotografie insieme da tanto tempo. A nessuno dei due viene mai in mente di farle. 

E adesso nel bosco è troppo buio per rimediare. 

Cristina si copre la faccia con le mani. “Che imbarazzo.”

“Per cosa?”

Inginocchiato a terra, Mirko tira con forza i lacci delle scarpe della moglie.

Cristina non sbaglia una virgola dei lavori contabili che svolge, sa costruire casse e tavolini di legno, ma per qualche ragione non ha mai imparato ad allacciarsi bene le scarpe. I nodi li sa fare solo con le orecchie da coniglio e si sciolgono sempre. 

Lei non gli ha chiesto di aiutarla, non lo fa mai. Si è fermata di colpo, con un sospiro, e si è seduta su una pietra coperta di muschio. Lui ha visto le stringhe che penzolavano ai lati delle scarpe e, senza pensarci, si è chinato.

“Ecco fatto.”

Cristina si rialza, batte un piede a terra. 

“Grazie.”

“Di niente.”

Chissà se l’altra coppia, nel tempo in cui sono rimasti fermi, ha guadagnato terreno. Magari tra un po’ li supereranno anche. 

Si volta per dare un’occhiata. Sono fermi anche loro. Non si vede bene cosa fanno. La donna è seduta su un sasso, una pietra che spunta dalla terra come un dente marcio da una gengiva. Il marito è piegato a terra, chino su un piede di lei. 

Mirko li fissa per una decina di secondi, poi di scatto si gira e riprende a camminare. 

Più veloce, stavolta, come se dovesse raggiungere la fine del sentiero prima che la foresta li inghiotta. 

“Siamo arrivati alla fine!” esulta Mirko. 

Finalmente! Il piccolo sentiero nascosto sbocca nella via principale. Che sollievo abbandonare quel viottolo stretto e tornare su una strada battuta!

“Guarda, c’è un cartello!”

“Dobbiamo solo arrivare lassù.”

Quaranta metri, cinquanta. 

La strada giusta l’ho trovata io, pensa Cristina. E dire che è Mirko l’esperto di montagna. 

Com’è dura quella salita, non finisce mai. A vederla da giù, sembrava meno ripida. Ha il fiato corto e il cuore le rimbomba nel petto. 

Dietro di lei, le foglie secche sul sentiero scricchiolano. Anche l’altra coppia ha imboccato lo stesso sentiero. 

Si gira a guardarli e si stupisce di vederli così vicini. Come hanno fatto a guadagnare tanto terreno in salita? E perché prima sembravano così lenti e adesso vanno così veloci?

E soprattutto, cosa è successo alle loro facce…?

Sessanta metri, settanta. 

Mirko cerca di ignorare il dolore ai polpacci. Non si aspettava una camminata così lunga.  

Appena saranno in cima faranno un sacco di foto, come piace a Cristina. Adora scattare fotografie e metterle sui social. È un’abitudine che lui ha sempre trovato fastidiosa, ma se è contenta lei. Ultimamente ne fa meno, ma, sicuro, il panorama che li aspetta la ispirerà. 

Su al punto panoramico ci sarà spazio, immagina un crinale ampio. Sarà bellissimo guardare la vallata da lassù al tramonto. Poi discesa, doccia, cena. Non è così male, quel posto. Gli spiace che Cristina non riesca più ad apprezzare certe cose. Sarebbe bello se tutto tornasse facile com’era prima.

“Mirko…”

“Sì?”

“…”

“Che c’è?”

“Corri.”

“Come?”

“Corri!”

Il sole è quasi sparito dietro l’orizzonte. Sono arrivati al punto panoramico giusto in tempo, c’è ancora luce sulle colline, i campi, il fiume, i centri abitanti sparsi nella vallata come schizzi di tempera. 

Mirko si porta una mano al petto, cerca di calmare il respiro affannoso. L’area è più piccola di quanto avesse immaginato, giusto uno spiazzo roccioso delle dimensioni di una veranda. Vicino al bordo c’è una panchina di legno. Sarebbe bello sedersi ad ammirare il panorama, riprendere fiato, parlare. Ma c’è qualcosa di sbagliato. Le ombre, le punte aguzze delle rocce, il vento freddo sulla pelle umida, l’odore di qualcosa che riconosce ma a cui non sa dare un nome. Il silenzio della foresta alle loro spalle gli lacera i nervi. Perché ha quella sensazione?

Si gira verso sua moglie.

“Perché abbiamo corso, Cristina?” 

L’occhiata che lei gli rivolge lo atterrisce.

La abbraccia. Gli sembra passata una vita dall’ultima volta.

Un rumore di passi sulla ghiaia. Forse sono stati i due sconosciuti a spaventarla. Ma non c’è niente da temere. La prende per le spalle, la fa voltare con delicatezza. Sono solo una coppia di turisti, come loro. Lei scuote la testa.  

I due sono arrivati in cima. Continuano a muovere passi lenti verso di loro, diretti verso lo sperone di roccia che si affaccia sul panorama. 

Ci mettono poco ad affiancarli. Ora Mirko e Cristina li hanno accanto a sé, ma la coppia non sembra essersi accorta di loro. 

Adesso possono vederli bene, osservare ogni dettaglio. 

La treccia spessa che raccoglie i capelli ingrigiti dell’anziana, gli occhiali sul naso dell’anziano. L’espressione incerta di lui, lo sguardo paziente e annoiato di lei. I volti raggrinziti, macchiati dalla vecchiaia. Sconosciuti, ma allo stesso tempo così familiari che Mirko e Cristina li riconoscerebbero tra mille.   

L’anziana si avvicina al compagno. Apre bocca, ed è come se il mondo si restringesse su quello sperone che li sostiene. Valeva la pena tornare, sussurra. 

Mirko e Cristina restano immobili. L’unico gesto, con la sincronia che è mancata loro durante tutto il pomeriggio, è portarsi una mano alla gola, cercare il palpito del respiro, mentre memorie antichissime affiorano. Sono quelle della prima volta in cui hanno visto quel panorama, in quello stesso punto, tantissimi anni prima. Anche allora le ombre si allungavano, la pelle rabbrividiva al vento, nell’aria si spandeva l’odore dell’erba e del muschio. È da quel giorno non smettono di ripercorrere quel viaggio. 

Cristina indugia sul volto dell’anziana. Dunque è così che andrà, pensa. Si gira verso Mirko. Ha le labbra strette, lo sguardo sconcertato. Quell’espressione, per un attimo, la paralizza. 

Il sole infiamma i bordi delle colline in lontananza. Sparisce dietro ai loro profili scuri, e il cielo si tinge di quella tonalità di azzurro che dura poco tempo prima di lasciare il passo alla notte. 

Cristina china la testa. “È stata una bella vacanza.” 

Mirko sospira. “Sì”, e chiude gli occhi. “Ma mi sarebbe piaciuto portarti al mare, almeno una volta.”


L’autrice

Linda De Santi è appassionata di lettura e scrittura, viaggi e videogiochi. Dopo la laurea magistrale in Lettere lavora nel campo del marketing digitale. Ha pubblicato racconti per Moscabianca Edizioni, Urania Mondadori, Future Fiction, Comma 22.

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