Shannon Burke ha lavorato come paramedico per cinque anni presso la Stazione 18 di Harlem: un posto difficile per esercitare una professione difficile.
Harlem non è la New York che ci immaginiamo quando pensiamo all’America patinata dei film e delle serie tv, e la vita vera dei paramedici non ha nulla a che fare con il medical drama romantico che ci tiene compagnia mentre ci appisoliamo sul divano: per capire cosa significhi veramente fare il soccorritore nella periferia newyorkese bisogna sporcarsi con le storie e con la memoria di chi ha fatto veramente questo mestiere.
Burke ce ne parla in Mosche Nere, un romanzo crudo e diretto che ci porta dentro le dinamiche umane e professionali di un gruppo di paramedici, attraverso gli occhi del novellino Ollie Cross, fresco di bocciatura all’esame d’ingresso per la facoltà di medicina.

Per quest’opera Burke sceglie la via del realismo estremo: non c’è niente che nasconde il sangue, le viscere esposte della città più cruenta e selvaggia, non ci sono scorciatoie, nessun filtro che separa il lettore dall’orrore e dalla devastazione che chi scrive ha dovuto affrontare in prima persona. Ogni cosa è esibita senza pudore e senza giri di parole.
Cosa vediamo allora quando guardiamo la città attraverso gli occhi di Cross?
Il cameratismo fra gli operatori, come prima cosa, un misto di nonnismo e affetto, poi il disagio vissuto come quotidianità, la progressiva perdita di sensibilità di fronte al dolore, infine i corpi, soprattutto i corpi: tagliati, schiacciati, bucati, corpi martoriati e fatti a pezzi, corpi da riparare per quanto possibile, da conservare, da raccogliere per le strade di una New York minore, vicina eppure lontanissima dallo sfavillio di Midtown Manhattan e dalla sua mitologia di ricchezza
Cross è puro e altruista, è l’agnello, l’innocenza che ancora non ha fatto i conti con l’esperienza – direbbe William Blake – ma allora chi è la tigre? Il suo partner e maestro, Rutkovski, un reduce della guerra in Vietnam, un uomo freddo e duro, con la pelle ispessita da un’esposizione costante al limitare fra vita e morte.
Il loro rapporto è fatto di complicità e crisi, di un silenzio incapace di dare forma a tutto ciò che il loro lavoro costringe a soffocare: paura, vergogna, pietà.
Corpi e persone
Cross e i suoi colleghi imparano presto a maneggiare la vita come se fosse un oggetto – vasi sanguigni, dita mozzate, intestini – perdendo lentamente la capacità di considerare quegli stessi corpi come persone. Ci sono quelli che se la sono cercata, i falliti, i tossici che vagabondano per la città senza uno scopo, e poi c’è chi resiste: i duri, i vincenti, quelli che hanno guardato negli occhi l’orrore più profondo eppure sono sopravvissuti.

La morte diventa così una compagnia familiare, una presenza ubiqua che aleggia fra i lampeggianti delle ambulanze e le tenebre dei vicoli: a poco serve esorcizzarla con le procedure e i manuali, oppure con l’istruzione. I paramedici devono affrontarla in un corpo-a-corpo spietato che erode ogni stabilità e annienta ogni forma di empatia.
È proprio in questo panorama devastato che prende forma però un’umanità inaspettata, gesti e contatti che strappano alla monotonia della tragedia costante il barlume di un legame – amicizia, compassione? – scavando così uno spiraglio di speranza nel nero opaco degli insetti che si affollano sui corpi dei pazienti ormai deceduti.
Accoppiamenti giudiziosi
Mosche Nere, ripescaggio eccellente della Marotta & Cafiero dal catalogo della mai abbastanza compianta ISBN Edizioni, è un’opera estremamente dura, che non cerca mai di piacere: la violenza delle sue scene non ammicca all’horror né alla pornografia del dolore. È onesta, schietta e brutale quanto lo è un prodotto affine eppure completamente diverso – in termini di medium, tempi di narrazione e obiettivi: l’acclamatissima The Pitt.
Questa serie, giunta di recente alla seconda stagione, segue minuto per minuto il lavoro di un Trauma Center a Pittsburgh, focalizzandosi in particolare sulla giornata del tormentato primario del pronto soccorso, il dottor Robbie, magistralmente interpretato da Noah White. Il titolo – diminutivo di Pittsburgh che significa anche “il pozzo” – è proprio un riferimento disilluso a quella realtà su cui normalmente i medical drama glissano con una strizzata d’occhio al pubblico: la fretta del personale, l’inadeguatezza delle risorse disponibili, la rabbia e la violenza che quotidianamente trapassa l’ospedale, come una pugnalata, dall’astanteria all’obitorio. È una storia macabra, in una certa misura, persino respingente, che tuttavia è riuscita a trionfare ai Golden Globe così come agli Emmy.

Viene dunque naturale interrogarsi sulle ragioni di questo suo successo, forse comuni ai motivi che rendono Mosche nere un romanzo imperdibile anche anni dopo la sua prima pubblicazione: la scelta di mostrare tutto, scandendo gli episodi per ore e non per temi, ma anche il coraggio di non distogliere mai lo sguardo per svelare il lato più prosaico della sanità, quello fatto di inefficienze e abnegazione, di tempi ristretti e fondi ancora più ristretti, di fallimenti e di trionfi che non si ha ma il tempo di celebrare o razionalizzare adeguatamente.
Come nel romanzo di Burke, anche qui il focus è sul personale medico: i pazienti si susseguono in un ritmo sfiancante che non dà sempre modo di assistere a una risoluzione. Le vite che finiscono in ambulanza o al pronto soccorso restano visibili per un solo attimo, il tempo strettamente necessario per risolvere l’emergenza o almeno provarci, e poi svaniscono – sono le short story della grande tradizione americana, sono il tratto spregiudicato che unisce romanzo e antologia in una vicenda composita, frenetica e complessa.
L’eroismo viene da sé, non ha bisogno di bandiere a stelle e strisce o di medaglie: non vi è alcuna epica nella lotta quotidiana di chi deve maneggiare il dolore degli altri, ci sono solo tecnica, dedizione e resistenza.
Sia sullo schermo che sulla carta stampata, la vita personale di medici e paramedici non prende mai il sopravvento ma – intravista in scorci di umanissima debolezza e fragilità – delinea ritratti potenti di uomini e donne normali costretti a scoprirsi eroi nel ventre gonfio di un’America in piena putrefazione.
Le immagini del presente articolo sono incorporate dalla pagina Media Releases dedicata alla serie The Pitt sul sito di Warner Bros. Discovery, cui si rimanda per ogni riferimento.
