“Storie americane” di Joyce Carol Oates

Per parlare d’America bisogna innanzi tutto parlare di ambiguità. Libertà, violenza, ricchezza, sopraffazione sono solo corollari di questo grande enigma fatto di molte voci e molte idee che si scontrano, trasformano, sovvertono. Per poter raccontare questo Paese senza scadere negli stereotipi è quindi fondamentale fare i conti con tutto ciò che lo anima sotto la superficie: forze incomprensibili, difficili da definire, istinti che disegnano una mappa di strade blu o di nervi che da Hollywood irradiano le metropoli, Los Angeles, New York, strisciando fuori dagli oceani e sulle spiagge fino alle Montagne Rocciose, agli Appalachi, dai grandi laghi al deserto e poi giù fino al bayou coi suoi ristagni di Francia.

L’America ha mille volti ed è difficile coglierli tutti nella raffigurazione istantanea di un film o di un libro: ci aiuta per fortuna Joyce Carol Oates con i suoi racconti.

Con una carriera lunghissima di narratrice alle spalle, Oates può permettersi di parlare di qualunque cosa: la sua voce misurata e spietata riesce a scavare dentro qualsiasi storia senza perdere la propria franchezza e la propria umanità e – ancor prima che nei suoi grandi romanzi – ne dà prova con le short story che hanno punteggiato la sua enorme produzione letteraria.

Marlene Dumas, Ceramic Silence (2025)

Storie Americane è un ibrido e proprio per questo funziona bene. Definisce con un carotaggio accurato le ere geologiche della scrittura di quest’autrice prolifica e grandiosa, almeno nelle sue prime fasi, permettendo al lettore di apprezzarne tanto l’evoluzione quanto la persistenza di alcuni elementi cardine che ritornano quasi ad ogni pagina: l’ambiguità, ancora una volta, il senso biblico di minaccia o apocalisse imminente, la complessità morale dei personaggi.

Un altro aspetto comune alle sue storie, forse il più evidente, è forse la violenza, non quella esibita, da film splatter, ma qualcosa di più sottile che s’insinua nel lettore come un sospetto inconfessabile: già in un articolo apparso nel 1981 sul New York Times, Oates replicava con veemenza a chi l’accusava di scrivere cose violente, perché nella stessa domanda vedeva celato un pregiudizio sessista verso la donna scrittrice: la donna era tradizionalmente relegata a storie “da donne”, a ruoli affascinanti o deliziosi, insomma proprio ammodo – oggi diremmo demure – mai alla brutalità.

Ma è proprio da qui che scaturiscono i conflitti e l’urgenza di ribellarsi subito, identificandoli come tali, smascherandoli, puntandoli col dito. Come ogni demone che si rispetti, anche la strisciante inquietudine che divide gli Stati Uniti fra sopraffatti e sopraffattori può essere domata solo quando viene chiamata per nome: violenza, segregazione, dominio.

Il suo approccio nasce così come reazione a un contesto intrinsecamente violento, e l’abbondanza di conflitti evidenti a livello razziale, sessuale e familiare negli Stati Uniti si traduce sulla carta in tensioni talvolta inespresse, colte dall’autrice un attimo prima o un attimo dopo l’esplosione della tragedia.

Marlene Dumas, Alaha’s Light (2025)

Ci sono madri e padri, amanti, giovani donne che si affacciano alla vita con la cautela di una preda, conoscendo fin troppo bene le minacce nascoste – come nelle fiabe – sotto la superficie piana delle cose ordinarie: il lavoro, il cinema, il centro commerciale, mille condensati di americanità che fuori dallo sguardo tagliente di Oates si sarebbero tramutati in innocui drammi borghesi. Per fortuna, però, Joyce Carol Oates non vuole affatto essere innocua.


Accoppiamenti giudiziosi

Oates, nata nella contea di Niagara nel 1938, è autrice di oltre cinquanta romanzi e quaranta raccolte di racconti. Nonostante l’enorme produzione, la sua penna instancabile non cessa mai di cercare una comunione con i suoi personaggi, per comprenderli senza la pretesa di scandagliarli e vivisezionarli per il lettore: nelle sue storie i protagonisti emergono lentamente, scolpiti da gesti quasi impercettibili e sfumature appena accennate. Vengono compresi ed esplorati a fondo senza la pretesa di rimuovere ogni zona d’ombra, ma anzi sfruttando con acume le loro opacità come spunti perfetti per scavare ancora più a fondo nella loro psicologia.

L’autrice entra in comunione coi suoi personaggi dimostrando un’empatia capace di accartocciare l’America e di trapassare come un ago stazioni di servizio, periferie, sobborghi, città: il campionario di umanità che riesce a cogliere è allo stesso tempo

I racconti si stratificano così in ritratti esagerati, precisi, emozionati, come nei dipinti di Marlene Dumas.

Marlene Dumas, Bronze Mars (2025)

L’artista sudafricana ha infatti eletto a focus principale del suo lavoro la figura umana: volti e corpi colti in uno stato di forte espressività emotiva. I suoi dipinti, spesso resi in uno stile unico che mischia colore e materia in colature e sovrapposizioni, lasciano così emergere figure vive, ambigue, instabili: i tratti si sfaldano, i contorni non sono mai completamente definiti.

Come nelle short story di Oates, questo approccio crea personaggi che appaiono sospesi tra presenza e dissoluzione, come se la loro stessa identità fosse colta nel momento irripetibile dell’evoluzione o della distruzione.

Entrambe le artiste ricavano la base dei rispettivi lavori da contesti ordinari – fotografie, situazioni familiari – ma scelgono deliberatamente di superare la cronaca dei fatti grazie all’esplicitazione di tutto ciò che si agita dietro i sorrisi, le pose, le situazioni apparentemente tranquille: la violenza latente, la fragilità celata sotto un’apparente stasi, una carica emotiva disturbante capace di gettare nuova luce su un’espressione rassicurante o su uno scenario di purissima quotidianità.

Marlene Dumas, Red Rust (2025)

Non è facile decriptare gli enigmi di ciascuno, appiattiti dietro labbra e occhi abbozzati in tinte sature da Dumas, cosi come spesso le motivazioni dietro gli uomini e le donne raccontate da Oates appaiono sfumate e inconoscibili al lettore, quando si affaccia per la prima volta a un nuovo panorama, a un nuovo squarcio d’America immortalato nelle sue storie: tra innocenza e consapevolezza, tra controllo e perdita di controllo non c’è spazio per raffigurazioni rassicuranti.

La materia con cui Dumas e Oates lavorano è qualcosa di dichiaratamente oscuro, proibito, eppure stranamente illuminante: non mostra semplicemente la realtà, ma la porta in una dimensione più intensa e scomoda, elevandola a un livello in cui ciò che è sempre stato nascosto — desiderio, paura, violenza — diventa improvvisamente visibile, impossibile da ignorare.


Le immagini del presente articolo sono fotografie di Peter Cox dell’esibizione Liaisons di Marlene Dumas del 2025, incorporate dal sito dello spazio stampa del Museo del Louvre, cui si rimanda per ogni riferimento.

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