L’arte minore di pulire per poter sporcare ancora
(I ministri, Cronometrare la polvere)
«Ma noi, per dire, siamo carne bianca o rossa?»
«Eh?»
«Se macelli una persona, nella vaschetta ci viene carne bianca o rossa?»
Che cazzo di domande che mi facevi, Toni.
La prima volta che ti ho visto ho pensato che avevi un taglio di capelli davvero cretino. Un caschetto lungo, da femmina o da cantante pop. Un caschetto che, adesso, tutti chiamano con un sacco di nomi inglesi senza senso. A me piaceva quel caschetto. Solo non mi piaceva vederlo su di te.
La prima volta che ti ho visto mi era sembrato inutile parlare con te: uno scemo. Toni, Toni il tossico, ti chiamavano così. Ti chiamavamo così. Ti prendevamo per il culo, Toni: tu, manco ti accorgevi. Eri rimasto dentro gli occhi del vitello che stava appeso in un cortile, un vitello che aveva gli occhi buoni mentre ci passavi davanti per andare a scuola. Un vitello che aveva gli occhi buoni, per questo lo volevi di nuovo vedere. Un vitello che, quella stessa sera, avevi trovato scuoiato. E macellato. Toni il tossico, ecco, Toni, eri un tossico. Mi era sembrato inutile parlare con te, ero tornato dai miei amici, dalla Licia, che mi teneva sempre le sue mani appiccicose addosso e mi faceva incazzare perché mi sporcava la maglietta e mi faceva schifo perché aveva la faccia unta che sembrava una focaccia ma sudava, non ci poteva fare niente e mi moriva dietro perché la trattavo come un pupazzo, non ci potevo fare niente.
«Quello chi è?»
«Eh?»
«Quello col caschetto».
Uno scemo, un tossico. Ecco, chi eri.
Pensavo che al fosso ci andassi solo io. Preferivano il mare, gli altri. Al fosso ci andavo a pescare le rane, a farle scoppiare tra le mani. Ero veloce. Sempre pensato di essere un predatore, un animale. Per quello ci andavo, al fosso. Mi facevano schifo, le rane. Le cose che mi facevano schifo le ammazzavo sempre. Del resto ero il figlio del macellaio, quello del vitello scuoiato. Quello dei lividi e dei morsi che ti strappano i capelli. Ero il figlio del macellaio e facevo scoppiare le rane con le mani e dopo vomitavo perché mi facevano schifo, mi faceva schifo, mi facevo schifo. Tu non l’avevi mica visto com’era, Toni. Tu non lo sapevi. Tu eri rimasto dentro agli occhi di un vitello che aveva macellato mio papà e nemmeno lo sapevi. Pensavo che al fosso ci andassi solo io, così mi sono spaventato quando ti ho visto lì. Raccoglievi le margherite. Ne facevi dei mazzetti.
Ero il figlio del macellaio, ero un animale: ero spaventato. Tu mi facevi paura, Toni.
«Ehi!»
Mi guardavi, come i conigli prima di essere investiti sulla statale.
Però, non avevi paura. Si vedeva che non avevi paura. E allora perché io sì? Perché ne avevo così tanta?
Ti ero vicino, ti respiravo addosso. Tu, reggevi margherite.
Era la quarta o quinta volta, Toni? Eri fatto, Toni, quella volta?
Era la quarta o quinta volta, non lo so, non me lo ricordo: mi facevi paura, tanta. Pensavo che al fosso ci andassi solo io, ci andavo a scoppiare le rane perché a casa mi scoppiava la testa, ma tu mi facevi paura e io non le scoppiavo più le rane. Stavamo sdraiati accanto al fosso, gli altri prendevano il sole giù alla cala, io masticavo fili d’erba: ero un animale.
«Ma son buoni?»
«Eh?»
«Quei cosi che mastichi, dico: son buoni?»
«Prova».
Una vergogna mascherata da sorriso, un sorriso ficcato in un palmo che prima reggeva margherite. Allora eri una bestia anche tu, Toni. Lì. Lì sono sicuro che è stata quella volta lì che l’ho pensato per la prima volta, che anche tu eri un animale, che non eravamo, poi, così diversi.
Stavi sdraiato, gli occhi chiusi, le ciglia come quelle del vitello. Eri rimasto dentro gli occhi del vitello, per questo non ci dicevamo mai niente. Ci trovavamo accanto al fosso: io non scoppiavo le rane, tu non raccoglievi margherite.
Con la paura dentro le narici e un fastidio di denti pronti a esplodere. Mi sentivo così. Tu eri solo un tossico, non lo so come ti sentivi.
«Ma noi, per dire, siamo carne bianca o rossa?»
«Eh?»
«Se macelli una persona, nella vaschetta ci viene carne bianca o rossa?»
Che cazzo di domande che mi facevi, Toni. Eri fatto? A me mi veniva da vomitare. Non lo so cosa c’avevo quel giorno lì. Volevo solo scoppiare le rane, ma eri arrivato tu, arrivavi sempre tu, a spaventarmi, a farmi paura, così, rimanevo immobile, che se sei un animale e te ne stai fermo non succede niente, oppure muori. Stavo male quel giorno lì e tu mi lasciavi fare: steso, con le tue ciglia da vitello, che mi chiedevi se abbiamo carne bianca o rossa. Sempre e solo il figlio del macellaio. Quello ero. E tu eri Toni. Ci sono cose che sono vere e basta.
Stavo male, mi veniva da vomitare. Eravamo stesi, faceva caldo, le zanzare scivolavano sulle nostre ossa sudate. Pensavo di ammazzartene una: mi è scivolata la mano o me l’hai spostata tu, Toni?
«Che cazzo fai?»
Non me l’aspettavo. Tu eri un vitello, perché? Perché l’hai fatto, Toni?
«Sei fatto?»
Mi lasciavi fare quel giorno. A me veniva da vomitare, anche senza scoppiare le rane.
Paura. Folle e triste.
Il giorno dopo non c’eri al fosso.
Non c’eri al fosso, non c’eri. Nemmeno quello dopo. E quello dopo. E quello dopo. E scoppiavano, le rane, e tu non c’eri. Che cazzo fai, Toni? Così l’ho detto.
Cosa, che cosa gli avevo raccontato.
L’avevo detto ai miei amici, l’avevo detto al tabaccaro, al barbiere: a tutti. L’avevo detto pure alla Licia che eri scemo e fatto e frocio. Ti prendevamo per il culo, Toni, non aspettavamo altro che te, col tuo caschetto da scemo, le tue margherite da culorotto, le tue ciglia da vitello macellato.
Dove cazzo sei, Toni? Dove.
A chi mettevi le mani nelle mutande. Da chi te le facevi mettere. Se ti avevano arrestato. Se stavi con uno. Con cento. Coi turisti, con chi. Che mi avevi fatto, Toni. Se ti avevano arrestato, se ti stavano scopando. E le margherite, per chi erano. Dove cazzo sei, Toni? Dove.
Ti aspettavo: unghie rotte e polmoni scheggiati. Respirarti addosso, ti volevo respirare addosso. Volevo i pugni, i miei, sulle tue ossa sudate. I denti, i miei, a strapparti la pelle: volevo solo ammazzarti una zanzara. Volevo respirarti addosso: le margherite, tutte rotte.
Ti aspettavo, Toni, giorno e notte ti aspettavo, per darti il resto, che ti sarebbe piaciuto, che ai froci piacciono certe cose, come alle femmine, che potevo non avere più paura anch’io, che potevo essere maschio, anch’io. Ti aspettavo: per incazzarmi, avevo già il discorso, tutto il discorso pronto, a me che non uscivano mai troppe parole tutte in una volta.
Un altro. Ero andato con un altro. Volevo fartela pagare, Toni. Giorno e notte ti aspettavo. Giornennotte.
Come ti era venuto in mente, Toni. Come.
Io ero un animale, non le conoscevo le carezze, la paura, quella sì.
Il tuo caschetto nero giù nel fosso, nel posto nostro. Non ti ha visto nessuno, ti ho visto io. A me quel caschetto piaceva, Toni, solo non mi piaceva vederlo su di te. Non mi piaceva vederlo giù, nel fosso. Le rane, le rane che ci saltavano sopra.
Piangevo, in casa, quella notte. Con mia madre, coi vitelli.
La mattina dopo ti avevano visto tutti: Toni, eri morto: di overdose eri crepato e non si stupiva nessuno e si noiavano quelli con l’ombrellone e la sdraio pagati.
Mio padre sapeva, lo sapeva, non lo so come, ma lo sapeva e, ora, tutta la sua delusione la scaricava dentro i palmi delle mani che frugavano l’anima a mia madre.
Toni il tossico era morto e non cambiava la rabbia di un macellaio, non cambiava la paura di un figlio e c’era ancora odore di pasta al sugo nell’aria e i fuochi d’artificio del paese vicino erano sempre più belli, ma, alla fine, a vederli, i nostri, ci andavamo lo stesso.
Come ti era venuto in mente, Toni. Perché.
Sotto i fuochi, brutti, la Licia mi limonava, sudata.
L’Autrice
Ilaria Padovan nasce a Pavia nel 1990 e lavora in consulenza a Milano. Suoi racconti sono comparsi su «Topsy Kretts», «Crunched», «Risme», «Turchese», «Grado Zero», «Yanez». Ha tradotto per «Turchese». Collabora con Treccani, «Il Tascabile», «The Vision» e «Limina». Si è classificata terza a «8×8, si sente la voce 2024».
