È il 1967. Siamo alla vigilia delle proteste giovanili, di Woodstock, dell’assassinio di Martin Luther King. Per le università circola un libro bizzarro: la copertina non ha alcuna scritta, riporta solo una fotografia in bianco e nero con una ragazza seduta, una statua sfuocata di Ben Franklin sullo sfondo e un tipo strambo, in piedi, con un cappello, gli occhiali a goccia e i baffi spioventi.
L’uomo è Richard Brautigan e il libro – oggi un vero e proprio cult – è Pesca alla trota in America.

È un’opera decisamente anomala già dalla struttura: capitoli brevi che sono al contempo racconti e aneddoti e sezioni di un romanzo breve e folle, sostanzialmente senza trama. I personaggi a volte ritornano, più o meno, ci sono figure trasversali a più storie che fanno capolino dagli angoli d’America di cui l’autore parla vagando fra l’Idaho e San Francisco: un ubriacone, l’autore e sua figlia, il famigerato rapinatore John Dillinger, la statua di Ben Franklin che compare sulla copertina.
Ed proprio da lì che parte ogni cosa, dalla copertina: anche solo sfogliando il primo capitolo capiamo istintivamente di trovarci davanti a qualcosa di epocale, destinato a fallire clamorosamente o a elevarsi a capolavoro indiscusso. Forse, in un certo senso, Pesca alla trota in America è riuscita miracolosamente in entrambe le imprese.
Iniziamo così con la descrizione minuziosa della copertina di un libro, lo stesso che teniamo in mano: lentamente la scena si anima, prende vita e ci trascina dentro fotografia, nella fiumana di gente che entra ed esce in ogni storia mentre qualcosa di sfuggente – ridicolo, grottesco, commovente? – si muove con l’agilità di un pesce fra generi e panorami, guizzando dalla fantascienza all’erotismo, dal misticismo alla storia recente: è Pesca alla trota in America.

Cosa sia di preciso non è mai chiarito: può essere una persona, anzi quasi sicuramente lo è, lo apprendiamo dalle sue lettere, dagli scambi con l’autore. Forse è un ricco buongustaio che pranza con Maria Callas, forse un amico di penna, o un cadavere in attesa dell’esame autoptico. Forse però è solo un luogo, un concetto, un soprannome approssimativo usato per riferirsi a qualcosa di così familiare da non meritare nemmeno una definizione.
Brautigan fa con la scrittura le acrobazie ardite di un giocoliere e ci trascina negli Anni Sessanta con il suo umorismo nonsense, la sua fantasia barocca, le sue trovate surreali che smontano i ruscelli per metterli in vendita, impacchettano personaggi in carne ed ossa per inviarli agli scrittori, fanno l’amore, si perdono, si reinventano ad ogni titolo.

Lungi dal furore geopolitico della V di Pynchon, con cui pure condivide un certo umorismo postmoderno e un’innata propensione ai congegni narrativi geniali e assurdi, Brautigan crea un caleidoscopio di situazioni quotidiane e allucinanti che illuminano l’eclettismo e le contraddizioni di un’America vivissima, in piena fermentazione.
La pesca – vero evento dell’anima che unisce Carver a Melville risalendo la corrente della letteratura americana con un vigoroso colpo di coda – è il pretesto perfetto per parlare di fiumi e torrenti, ma anche di angoli d’America da esplorare a piedi in un pellegrinaggio laico capace di unire in un unico abbraccio la controcultura e il surrealismo, la voglia di stupire e il bisogno di tramandare, la Storia maiuscola e le storie minuscole che s’intersecano nella vita di tutti i giorni in un mosaico incomprensibile, infinito e proprio per questo meraviglioso.
Accoppiamenti giudiziosi
Pesca alla trota in America può essere una persona, un hotel, un ideale che sventola come una bandiera sfibrata sull’America contemporanea all’autore, può essere qualsiasi cosa e proprio per questo ha la capacità di definire con vignette dissacranti, perfette e surreali le inquietudini che animano il presente: è la magia delle parole, che dalla carta stampata si materializzano in caratteri tridimensionali cubitali, coloratissimi e tangibili nei paesaggi di Wayne White.

È sua l’idea dei word painting, paesaggi della vecchia America sospesi fra meraviglie naturali e alcune parole che si materializzano come realtà fisiche al centro della tela: i messaggi sono ironici, spesso provocatori, a volte così semplicemente nonsense da sembrare usciti da una pagina di Brautigan.
Come White, infatti, Brautigan conosce l’ambiguità delle parole e le usa in modo spregiudicato, innovativo e profondamente originale: la pesca alle trote in America diventa così il simbolo di una ricerca di senso piacevolmente sconfinata, che piega la realtà per forzare fra le pieghe dell’ordinaria quotidianità americana qualcosa di veramente nuovo, provocatorio e spiazzante.

In questi dipinti le parole si condensano in corpi tridimensionali e ambiscono alla qualità di paesaggio: si contendono anzi con la natura il primo piano arrivando a squassare scenari idillici e tradizionali con la forza dirompente del grottesco: alla fine gli alberi cedono, gli specchi d’acqua accettano di riflettere le lettere maiuscole che compongono una scritta – l’inizio di una storia, uno slogan, una battuta che non si capisce fino in fondo ma che comunque riesce a farci ridere?
Pesca alla trota in America è un romanzo d’avanguardia che non rifiuta il pop ma anzi lo integra e lo celebra: la sua voce è quella dei personaggi minori, ai margini dei dipinti celebrativi o delle foto storiche, è la forza invisibile che spinge le masse e mette in moto le rivoluzioni, ma è anche la tiepida fuga dal tempo, l’evasione che sfuma in leggenda, la confusione che ci assale quando la realtà sembra perdere significato.

Eppure ogni cosa è collegata, sottilmente, ogni personaggio intesse nei racconti richiami e assonanze che si rivelano capaci di sostenere l’intera impalcatura del romanzo: non sono necessari colpi di scena né una trama né un conflitto, basta inanellare eventi e visioni che hanno tra loro la stessa coerenza rarefatta dei sogni.
Brautigan con quest’opera dà prova che – come nelle tele di White – basta una parola per sovvertire l’ordine prevedile di un paesaggio, sia esso la quieta rappresentazione urbana di una città di provincia o l’idillio pastorale di un bosco irrorato da ruscelli pescosi: l’America è un territorio inesplorato da scoprire, fatto di connessioni assurde e di simmetrie ridicole, un mondo selvaggio e vibrante in cui realtà e immaginazione si contaminano a vicenda, si elevano, si sovrappongono grazie al potere illimitato della narrazione.


Pesca alla trota in America
Richard Brautigan – trad. Riccardo Duranti – Einaudi, 2017
