Rifiuto di Tony Tulathimutte è una raccolta di racconti, almeno nel senso letterale del termine: si compone di sette storie con scenari diversi e protagonisti diversi. Il tema – labile, annunciato già dal titolo – sarebbe il rifiuto, ma limitarci a questa visione è banalizzare un’opera estremamente innovativa e coraggiosa, nei contenuti quanto nella forma.
Si tratta di racconti, dicevamo, ma non indipendenti quanto ci si aspetterebbe da una normale antologia: ben presto diventa evidente che qualcosa unisce i vari racconti. Sono punti di contatto delicati, protagonisti che diventano personaggi secondari fuori dal proprio racconto, riferimenti accennati, ambienti condivisi. In questo modo, le storie di Tulathimutte si collegano e contagiano dando vita a un complesso rizomatico che cresce in modo caotico ma coerente in un terreno tanto fertile quanto impervio: Internet.

È questo forse il vero legame comune a tutte le storie, che ben più del rifiuto costituisce la spina dorsale di una narrazione a tratti deforme, grottesca, ma agile nel cambiare registro quanto lo è nel variare ambientazioni e personaggi.
È infatti evidente, anche per un osservatore poco accorto, che il nostro mondo abbia già raggiunto un certo punto di non ritorno, in cui le cose accadono talmente in fretta da non concedere a scrittori e scrittrici il tempo necessario per digerirle attraverso le loro opere: è una tendenza naturale per chiunque scriva rifugiarsi nei panorami che si conoscono bene, cercare nel passato storie e modelli da attualizzare senza particolari stravolgimenti. Rivolgersi al futuro, alla contemporaneità più ardita, invece, è una provocazione che richiede tecnica e coraggio.
Tony Tulathimutte di coraggio ne ha molto e sceglie di gettarsi nel groviglio del nostro tempo e delle sue contraddizioni con acume e profondità, senza abbandonarsi alla strada facile delle trame piane e delle moralità bicromatiche: nel suo lavoro vediamo germogliare tutte le ambiguità che rendono complesse le nostre relazioni e il nostro modo di affacciarci alla realtà. Dai troll che dilagano sui social agli incel, dal femminismo alle questioni di genere e persino all’entusiasmo posticcio dei fuffa-guru, le sue storie strappano un sorriso mentre ci serrano la gola.
Il suo libro cresce così, di racconto in racconto, verso una cartografia spietata del nostro presente: è un’opera frammentata ma coerente, capace di inventarsi ad ogni “capitolo” una voce personale e credibile mentre affonda, sempre di più, in un magma di rapporti intricati, fragilità nascoste, verità distorte dal filtro della rete e dei social.

Un assordante rumore di fondo
Di cosa parliamo quando parliamo di Rifiuto: di un fervente femminista che dopo una sequela di rifiuti si trasforma nel più feroce degli incel, di una donna che non riesce a togliersi dalla testa la notte di sesso trascorsa con un vecchio amico e sprofonda nell’ossessione, di un imprenditore di successo che costringe la fidanzata a “sbloccare il suo potenziale” rendendola di fatto una schiava, di un ragazzo gay americano-thailandese che non riesce a conciliare i sogni di dominazione che vive sulla rete con una relazione in carne e ossa, di un individuo evanescente che rifiuta le etichette a tal punto a scomparire in una legione di identità digitali. Queste sono le trame, per sommi capi, dei racconti che compongono la raccolta, questi sono i punti di partenza con cui l’autore – fra termini di nicchia e vizi linguistici squisitamente digitali – traccia la sua rotta.
Il rifiuto c’entra (quasi) con tutte le storie e offre anche un bel pretesto per una rottura della quarta parete davvero magistrale, ma non esaurisce in sé la portata di questo lavoro, che riesce nell’ambizione di replicare su carta tutti gli “scarti” del mondo digitale in cui di fatto trascorriamo le nostre giornate: tutti abbiamo cronologie di ricerca imbarazzanti, tutti conosciamo un ex compagno di classe impazzito per le cialtronerie di un guru del web, tutti ci siamo imbattuti in diatribe infinite sotto un post, in approcci bizzarri sulle app di incontri, in personalità online che sembrano non esistere fuori dal nostro schermo.
Tulathimutte descrive la società così com’è, dipinge con sicurezza il nostro mondo fatto di minuzie digitali che vengono qui recuperate e riparate e messe al centro: non ci sono abbellimenti, non si escludono i termini giovanili per rendere il tutto fruibile a un pubblico più âgé, si mette ogni cosa su carta così com’è, senza filtri e senza pietà.

Sono molte le sfumature interessanti che questa tecnica riesce a cogliere – ipocrisie e contraddizioni ma anche desideri inconfessabili – e la loro messa in scena esagerata, caricaturale e mai banale riesce a dare spazio a domande scomode che elevano il concetto di rifiuto dal semplice “due di picche” a qualcosa di molto più pervasivo e importante: il rifiuto di un’identità come atto di ribellione e di assoluta libertà, le meccaniche ferine dei social, i riflessi perversi di sistema economico da cui pare impossibile sottrarsi, l’illusione che una comunità online sia qualcosa di più che la mera somma di molte solitudini.
La raccolta alla fine si contorce su sé stessa in una chiosa inquietante, che sposta il focus verso l’attendibilità di ciò che sperimentiamo sui social e, in un certo senso, anche di tutto ciò che leggiamo sui giornali, sui libri, sui post di Facebook della zia che sembra sempre meglio informata di noi.
C’è chiasso? Sicuramente. C’è disordine, c’è sporcizia? Ovvio. Ci sono teorie che proliferano, personaggi che svaniscono nell’oblio della rete, c’è spam e ci sono verità seppellite sotto tonnellate di cose irrilevanti. C’è però anche qualcos’altro: sopra ogni altra cosa si staglia la presa di coscienza dell’esistenza concreta di un universo che su carta sembra quasi un alieno.
Accoppiamenti giudiziosi
I legami e i deliri che infestano tastiere e schermi, la farraginosa rete di contatti che influenza e snatura ogni legame, la solitudine che like e cuoricini non riescono ad arginare sono solo alcuni degli elementi che Tulathimutte lascia affacciare sulle sue storie. Le vite dei suoi personaggi sono rese su carta con un realismo impressionante che sfrutta proprio i meccanismi e il linguaggio dei social – dai forum sino alle app di messaggistica – per realizzare ritratti vividi e immediati, così attuali da erodere la sottile membrana che divide la realtà dalla finzione (qualunque cosa esse siano).
Al suo pari, anche nel mondo dell’arte l’idea di recuperare tutto il rumore di fondo cui quotidianamente siamo esposti ha rivelato un notevole potenziale espressivo, come nei lavori di Chris Drange.
L’artista tedesco ha infatti ideato un utilizzo particolare di quelli che chiama digital found-objects – essenzialmente foto di influencer, emoji, rumore di fondo cui quotidianamente siamo esposti nell’ora ambrata dello scrolling: li trasforma in grandi dipinti ad olio, facendoli dipingere da una fabbrica di dipinti situata in Cina.

L’arte – che è solo idea – si fa dunque serialità sacra come nell’iconografia ortodossa e le influencer in posa diventano puri simboli con la loro espressione assente, la pelle levigata, i sorrisi dorati in piena maestà, immediatamente riconoscibili come tante madonne bizantine.
Così, fra Emily Ratajkowski ammiccanti e accigliate Kendall Jenner, cuoricini e farfalle, Drange come Tulathimutte si immerge nella spazzatura digitale – nei rifiuti, in un certo senso – per provare a interrogarsi sul nostro destino di osservatori, consumatori, prede.
Come su un libro, vedere la transitorietà di un selfie dipinto su tela sconvolge l’osservatore e lo costringe a riflettere sugli elementi marginali con cui riempie la sua vita: sulle relazioni frastagliate fra verità e narrazione, sul dolce calore di un messaggio gettato nell’etere senza una bottiglia e pure senza un mare in cui naufragare, sul senso di questo continuo incessante rassicurante scrollare.
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Bonus
- Il sito di Chris Drange, da cui sono incorporate tutte le immagini del presente articolo, per approfondire la sua opera,
- Un articolo divertente e profondo: cosa pensano i social di Tulathimutte che parla di social.

Rifiuto
Tony Tulathimutte– trad. Vincenzo Latronico – e/o, 2025
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