“La luce dei miei occhi” di Manuela Fucci

Barbara prepara la cena per sé e per Clelia e Frida. Prima di sedersi a tavola guarda il biglietto da visita; ripensa alle parole di Stefania: “Chiama Amen: loro hanno la soluzione”. 

Scrive un messaggio e lo invia ad Amen: è notte, nessuno lo leggerà. Invece le spunte diventano subito azzurre. Amen, dall’altra parte, sta scrivendo. Amen propone di fissare un appuntamento con un loro rappresentante. Barbara risponde che va bene: li riceverà a casa mentre le bambine saranno a scuola.

Alle nove del mattino si presenta un ragazzo. È vestito come un agente immobiliare. Sorregge una borsa di pelle azzurra rigida. Sull’apertura c’è una targa di metallo, piccola, con la scritta nera: Amen. 

Barbara lo fa accomodare nello spazio ampio della cucina. Lui ha modi educati, sorride e segue il suo sguardo; lo fa quando lei gli indica una delle sedie di rattan, lo fa quando gli offre una tazzina di caffè. 

Si chiama Pietro. Subito dopo il caffè le mostra il dépliant.

«I bambini sono il cuore di questo progetto, mi creda.»

Così inizia a parlarle della capsula.

Pietro le spiega che la capsula nasce come supporto alle famiglie, per genitori costretti a lasciare i figli a casa da soli. La capsula è in titanio, ceramica, fibra di carbonio e leghe, tutto di avanguardia: niente può scalfirla, bruciarla, distruggerla; funziona a batterie, fornita di due serbatoi per l’ossigeno, con un’autonomia di quarantott’ore; più di un computer le controlla dalla sede, con una banca dati sulle malattie infettive nelle mani di pediatri esperti. Attraverso l’orologio smart in dotazione, Barbara vedrà e sentirà le piccole, e loro lei; anche se dovesse trovarsi in un vagone della metropolitana. 

«Grazie a Stefania, nostra collaboratrice e amica, lei avrà un ottimo sconto.» Alla fine Pietro chiude la borsa, sorride mostrando l’arcata superiore; ha il naso lungo e schiacciato. «Vogliamo che i vostri figli siano al sicuro mentre voi siete sicuri fuori casa.»

È sera quando Barbara si ricorda di chiamare Stefania. Di certo non lo dirà ai propri genitori: se sapessero, le strapperebbero le bambine, e lei non le vedrebbe più; Clelia ha solo quattro anni e Frida sei, e hanno solo lei.

Stefania le fa i complimenti. La sua voce, al cellulare, è appena incrinata, diversa dal loro precedente incontro. «Sono o non sono la migliore amica che si possa desiderare?» 

Così Barbara parla della capsula alle bambine; sanno già tutto, e meglio di lei, perché diversi compagni di scuola “stanno nelle navicelle” quando la mamma e il papà sono al lavoro. A questo punto Barbara mostra il dépliant alle figlie che, accovacciate sul divano, infagottate nei plaid, scelgono il modello e il colore. 

Il giorno dopo arrivano tre ragazzi con le divise di Amen: hanno montagne di cartone e polistirolo. Disimballano i pezzi, che odorano di elettrodomestici nuovi, e luccicano; assemblano le parti per ore, avvitano, saldano, finché la gigantesca capsula con la cupola trasparente e la base rosso sangue brilla nella cucina. 

Barbara allaccia l’orologio al polso e lo accende. Deve attivare l’account con la password; pazienza se ne ha scelta una lunga. 

Intorno le bambine saltellano con i lembi delle magliette tra le dita. Lei raccomanda di fare le brave: in caso contrario restituirà la capsula. Clelia e Frida si ammutoliscono, corrono a prendere qualche giocattolo in camera da letto per portarlo nella grande casa luccicante. 

A terra c’è l’ultimo scatolone. Barbara lo apre. Vede due orsetti di peluche. Prende il foglio delle istruzioni: “Questi, da adesso in poi, saranno i vostri computer: occorre portarli nella capsula, uno per bambina. Evitare di bagnarli, di aprirli, di esporli al sole, di lasciarli incustoditi. Si raccomanda vivamente di riporli sempre nelle custodie quando la capsula è a riposo”. 

Dopo cena, le bambine chiedono di fare una prova. Barbara le accontenta. 

Clelia e Frida entrano nella “navicella”. Barbara dà il comando: «La luce dei miei occhi», e lenta, senza fare rumore, la cupola trasparente si alza e poi si chiude, sigillandosi al bordo inferiore. Barbara pensa a un mouse gigantesco mentre è in piedi e le tremano le gambe. «La luce dei miei occhi», e la cupola si solleva di nuovo; le bambine applaudono. 

Sanno che possono comunicare con la mamma; ascoltare le canzoni scelte e le fiabe; anche la sua voce, mentre lei sarà al lavoro nel negozio di antiquariato, tutti i pomeriggi e i giorni che saranno necessari.

«La luce dei miei occhi.»

La capsula si apre. La prima a uscire è Clelia; sono sei giorni che Frida, ogni volta, finge di dormire perché non vuole uscire da lì. La capsula è come un pezzo d’arredo, come una di quelle sculture che Barbara vende al negozio. È lei che di solito prende dalle mani delle bambine i pupazzi e li chiude nelle custodie. 

Il lavoro le piace e si sente tranquilla. Presto potrà comprare abitini decenti per le piccole, presentarsi con un giocattolo nuovo e mettere una somma da parte per la vacanza in Grecia; il mare preferito da  lei e Luca.

Ai suoi genitori non dovrà chiedere più un centesimo. Le riconosceranno, alla fine, di essere un’ottima madre. 

Pietro l’ha chiamata ogni giorno, si è presentato a ricaricare le batterie e l’ossigeno e le ha regalato una scatola di Lindt assortiti. Dopo che Luca è morto nessun uomo le ha portato più un regalo. 

È mercoledì. Dopo due settimane, all’interno della capsula ci sono pupazzi, bambole, un set di porcellana da colazione, dei pennarelli e quaderni, due materassini per dormire, borracce di acqua, portavivande e un pacco di frollini. Da quant’è che non vedeva le bambine così serene? 

Alle due di notte, Barbara si sveglia per un rumore insistente: è Frida che tossisce. Prende lo sciroppo e glielo dà, ma quando le tocca la fronte e le manine si accorge che sono calde. Il termometro segna trentasette e sei. Fa lo stesso con Clelia: trentasei. Fino alle cinque del mattino Barbara rimane sveglia a controllare le figlie, finché la temperatura scende.

Quando alle sette suona la sveglia, Barbara è stremata. Preferirebbe rimanere a casa, ma ha dato appuntamento a una coppia che spende grandi somme di denaro, e fuori fa freddo per le piccole. 

«Mamma, facci stare nella navicella!»

«Mi promettete che mangerete tutta la pasta, che non bisticcerete e che farete la pipì prima di entrarci?»

Barbara attraversa la città parlando alle bambine; sente i loro respiri, le risate, le voci; manda baci; si incolonna dietro due automobili ferme al semaforo, canticchia Pippi Calzelunghe, tamburella con le dita sulla pelle del volante. Poi il semaforo da rosso diventa verde. 

Nell’abitacolo ci sono ancora le vocine di Clelia e Frida quando l’orologio di Barbara si accende: lancia una sirena, acuta, continua, come quella delle ambulanze, che rimbomba nella macchina e pulsa una luce rosso sangue. 

Barbara sterza, cambia direzione, guida senza più guardare i semafori. Nel frattempo chiama Amen, poi Pietro, poi di nuovo Amen. Nessuno dei due è raggiungibile. 

Ha appena posato il telefono sul sedile del passeggero quando si accorge di uno strano silenzio: le bambine hanno smesso di parlare. 

Sulla soglia di casa l’accoglie la stessa sirena assordante. La luce in cucina è blu, a stento distingue la capsula; Barbara si protegge la vista con il braccio, avanza fino alla capsula. È chiusa. Le bambine sono dentro, supine, sembra stiano dormendo, abbracciate ai pupazzi 

«La luce dei miei occhi!»

Il blu si spegne. Anche la sirena smette di stordirla. 

La cupola non si apre. 

«La luce dei miei occhi! La luce dei miei occhi!» 

Barbara urla i nomi delle figlie; sferra pugni, schiaffi e calci sul vetro. Le bambine non si muovono e la cupola è immobile. Va nel ripostiglio, prende il martello, sferra colpi con entrambe le mani. Nemmeno una crepa. 

Richiama Pietro. Il cellulare è staccato. Riprova con Amen: finalmente le risponde una donna. Barbara urla di intervenire, subito. Dall’altra parte, la voce risponde intontita: hanno ricevuto la segnalazione, ma non riescono a capire perché la capsula non si apra; il computer non ci riesce. E poi, le passa Pietro.

«Due tecnici sono in macchina, ti stanno raggiungendo». 

«Perché non tu?»

«Perché solo loro sono in grado di aprirla.»

«Sto impazzendo, sto impazzendo!»

«Ascolta: chiama subito la scuola.»

«Cosa ne possono sapere loro?» 

Invece la scuola lo sa: la preside è stata tutto il giorno al telefono con i genitori di altri bambini colpiti da un virus che nel giro di pochi giorni ha creato un effetto a catena. 

I toni della preside si fanno duri quando accusa Barbara di aver permesso alle bambine di portare i peluche a scuola. 

Ci sono due uomini in cucina. Hanno la divisa di Amen. Trafficano con i pulsanti e i fili della capsula. Barbara è dietro di loro, con le mani davanti alla bocca. Ha smesso di piangere per non disturbare il lavoro. Ha deciso che, appena l’apriranno, quella maledetta capsula dovrà sparire dalla sua vista.

Dopo che hanno cavato dagli zaini tutti gli arnesi, le bambine sono ancora dentro, addormentate. Gli operai fissano Barbara e poi si fissano l’un l’altro. 

Barbara si sente mancare. Si accascia vicino alla cupola, ci sfrega sopra le guance, la sporca di trucco, la colpisce con le mani. Si solleva, guarda i due uomini. Hanno potuto solo ricaricare l’ossigeno e le batterie. Barbara li guarda con occhi da folle mentre vanno via. Afferra una sedia e la lancia sul vetro, ma l’unico effetto è un tonfo sordo come un gong. 

Diciassette ore dopo le bambine sono ancora dentro, assopite. Barbara si è arrovellata a pensare; ha chiamato di nuovo gli stessi numeri. Nessuno risponde. Cos’altro fare? 

Prende da un armadietto una bottiglia di alcol etilico e un panno, e inizia a sfregare il vetro per pulirlo. 

Il cellulare squilla. È Stefania: è in macchina, sta arrivando. 

Quando entra nell’appartamento, Barbara le fa segno di guardare. Ma Stefania si copre la faccia con le mani e piange. Barbara le dice di sedersi un attimo in cucina. Riempie due bicchieri d’acqua.

Sono ore che non tocca cibo: oltre a una lattina di pelati, una scatoletta di tonno e alcune bucce di formaggio scarnificate, non ha altro in casa. 

Entrambe provano a fare breccia con gli oggetti appuntiti che raccattano per casa: l’asta dell’ombrellone da spiaggia, un cacciavite. Tutto pur di trovare un punto fragile. 

Un’ora dopo si accasciano a terra senza più forza nelle braccia e nelle mani. Barbara ha la faccia devastata dal dolore.

«Sai perché l’abbiamo chiamata Frida?»

«Non me lo ricordo.»

«La gente è convinta che sia per Frida Kahlo» Barbara sorride.

«La gente non collega il cervello alla bocca.»

«Lo abbiamo scelto perché significa: pace.»
Con la schiena premuta contro il muro Barbara chiude gli occhi. Ripensa alle parole di Pietro, cerca di trovare un appiglio: qualcosa deve esserle sfuggito, qualcosa che ha iniziato a ronzarle nella testa dalla mattina e che a poco a poco inizia a diventare chiaro. 

Afferra la manica di Stefania, la stringe con entrambe le mani. «Tu sapevi!»

Stefania si difende. Giura su quanto ha di più caro di averlo saputo da Amen, nemmeno da Pietro: i bambini, dodici in tutto, hanno contratto questo virus a scuola, e da lì non si è capito più nulla. Nessuno sa cosa sia. Anche quei bambini sono intrappolati nelle capsule. Amen non l’aveva previsto. Amen non immaginava che il computer avrebbe bloccato le capsule: forse per tenere al sicuro i piccoli, forse per non contagiare gli altri. 

«I peluche… i peluche hanno fatto da tramite per il virus!»

«Una soluzione la troveranno, vedrai.» Sembra non crederci nemmeno Stefania.

«Nessuno sa dirmi cosa sta succedendo alle mie figlie.»

Stefania appoggia la fronte sui palmi, se la strofina. «Farei qualsiasi cosa per aiutarti.» Sente sul polso la mano fredda e sudata di Barbara. 

«Una cosa c’è.»

Dalla vetrata della camera, Barbara e Stefania guardano la strada in basso. La stanza è silenziosa, arredata con un piano cottura e un letto; tra poco porteranno un armadio. Il bagno è nel corridoio: non c’è stato il tempo di provvedere diversamente, ma a Barbara non interessa: l’importante è che Amen esista.

Adesso che è dentro Amen, adesso che la capsula con le sue bambine è qui, Barbara può parlare con chi comanda, chiedere spiegazioni, aspettare sviluppi; può chiamare gli operai, e loro si presenteranno dopo pochi secondi. Può parlare con Pietro. Lui le ha detto che è dovuto intervenire altrove, dove c’era più bisogno. Viene a trovarla nella stanza che Amen ha messo a disposizione per lei e le bambine, ogni volta che gli è possibile.

«Qui siete al sicuro. Stanno lavorando per aprire la capsula.» Stefania le appoggia una mano sulla spalla.

«Grazie per averci portate qui.»

Sul selciato, davanti all’entrata di Amen, si è fermata una macchina. Dal lato del passeggero e dal lato del guidatore escono un uomo e una donna. Lei ha uno scialle e una tuta. Si abbracciano. Dietro di loro si ferma una fila di auto, escono altri genitori. 

Tutti guardano in direzione di Amen, mentre vengono fatte entrare le capsule.


L’Autrice

Manuela Fucci è nata a Napoli nel 1973. Ha vinto il concorso “Racconti nella Rete” nel 2023 con Il salto. I suoi racconti sono apparsi su Topsy Kretts e nelle antologie della Fabbrica delle Storie (Morellini Editore), curata da Sara Rattaro: Questione di scelte (2022), Ritratti di donne (2023), Tremenda vendetta (a cura di Paolo Roversi; 2023, menzione di merito al Festival letterario Grisù 451).

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