The Magus è un romanzo smisurato in ogni senso: nella mole, nelle storie che divergono dalla trama principale, nell’ambizione sottesa al testo, negli inganni nascosti fra le pagine. Già a partire dalla sua stesura anomala, durata dodici anni, si possono evincere le complessità e la profondità che hanno spinto il loro autore a dedicarvisi a più riprese per gli anni successivi, accanendosi in revisioni e riscritture che porteranno alla luce una versione definitiva solo nel 1977.
Fu d’altronde l’opera prima di John Fowles, iniziata ben prima della sua carriera di scrittore anche se terminata dopo la pubblicazione di altri due romanzi, ispirata in parte alla sua esperienza di insegnante d’inglese su un’isola greca: è impossibile non sentire nelle sue parole il fuoco e la follia dei giovani, l’entusiasmo difficilmente tenuto a bada dall’accortezza dei rimaneggiamenti dettati dalla maturità. È un gioco mentale, un inganno, ma è anche un misto bollente di idee e ispirazioni che vengono fatte dialogare in un allestimento esotico, bizzarro, assolutamente riuscito.
D’altronde la gioventù e la forza dirompente di questo romanzo sono profezie che si trovano impresse già nel suo titolo: nei tarocchi infatti il mago è il primo degli arcani maggiori, l’inizio dell’impresa, il punto di partenza per un viaggio. Rappresenta l’apprendistato, la forza creativa che precede l’azione. È una volontà che prende l’energia caotica del Matto e comincia a darle forma per modificare il mondo circostante o per evolvere sé stessa in qualcosa di diverso.

Chi è dunque il mago di cui parla John Fowles?
Lo è il protagonista, Nicholas Urfe, acerbo donnaiolo inglese che si trova a insegnare inglese su un’isola sperduta nell’Egeo, ma lo è anche l’uomo bizzarro con cui farà conoscenza: Maurice Conchis. È un medico? È un regista dilettante, un milionario annoiato? È un mago, senza dubbio, un essere umano che aspira a farsi Dio e piega l’isola al proprio volere mentendo e manipolando, modellando la verità come fosse creta.
In un certo senso è però un mago anche Fowles, l’autore rapito da questa storia che continua a rimaneggiare, limare e raffinare, estendere, approfondire.
Non è un caso che questi parallelismi convergano verso una definizione ambigua e suggestiva di potere: non la traduzione di una forza fisica, la capacità di imporsi sugli altri con la violenza, ma la forza creatrice che è propria dell’autore di una storia, che come una divinità manovra i propri personaggi e confeziona incipit e drammi e finali perfetti per le loro vite di carta.
Conchis sta al centro di ogni cosa e, come un ragno, dal centro della sua trappola tesse una trama per invischiare sia Nicholas sia il lettore. È un vero maestro nell’arte proibita della creazione: le sue parole si coagulano in storie, parabole, memorie, diventano realtà tangibile e morte e amore e struggimento. Alla sua corte, la verità è sempre qualcosa di sfuggente e in fondo di trascurabile, poiché diventa vero solo ciò a cui gli altri credono, solo ciò che ha il potere di modificare la vita di qualcuno.
Per questo motivo Conchis, nel suo buen retiro greco, si costruisce una biografia su misura parlando e riscrivendo, s’inventa un passato per influenzare il futuro mentre discute con Nicholas, discepolo riluttante che è allo stesso tempo vittima e carnefice del suo gioco perverso. Accanto a loro, intanto, lampeggia una figura evanescente e seduttiva, una donna che si sdoppia e riassume, ora succube manipolatrice, ora virginea damigella in pericolo: Lily, Julie, Vanessa.

Ha molti nomi come hanno molte identità i personaggi che si affacciano a turno sulla vita di Nicholas: insegnanti doppiogiochisti, soldati tedeschi, psichiatri, satiri e ninfe in una sceneggiata che volge rapidamente al grottesco, all’assurdo, al perfettamente plausibile. Sono attori, sono maschere che nascondono altre maschere in una sceneggiata talmente realistica da sconvolgere la mente dell’unico spettatore per cui è allestita?
Fowles lascia libero sfogo agli elementi che ha imparando a manipolare: le suggestioni riprese dal mito, dal teatro, dalla psicanalisi, i sentimenti dei lettori, le parole, la sospensione dell’incredulità che rende sulla carta ogni bugia un tassello credibile e coerente di una realtà alternativa.
Tutto in un libro può essere vero, colpi di scena e colpi al cuore, morti e risurrezioni: basta crederci, in fondo, basta lasciarsi prendere dalla storia.
Accoppiamenti giudiziosi
È dichiarato dallo stesso autore un rimando sottile ma pervasivo all’opera di Pirandello, la fascinazione che il medium teatrale esercita sui personaggi e che strappa alla vita vissuta il primato della realtà per offrirlo, in dono o in sacrificio, alla vita recitata.
La figura dell’attore è il nodo che Fowles stringe attorno alla gola del lettore, inestricabile e scomodo, rivelatore quanto il suo esatto opposto: l’evanescenza dell’autore, vero Dio in miniatura, tiranno nel suo stesso romanzo.
Ciò che sembra trapelare, fra una menzogna e l’altra, è l’interminabile successione di maschere e finzioni che si stratificano a nascondere la verità più pura: un nucleo vuoto o comunque inconoscibile. I personaggi – gli interpreti – recitano dunque una parte anche quando sono loro stessi o giurano di esserlo. La loro identità, celata o esibita, è una posa modellata ad arte sulle aspettative degli altri o sulle loro paure e diviene dunque progressivamente indistinguibile dalla maschera che scelgono, consapevolmente o meno, di indossare.
Poco importa che sia una diagnosi o un complimento: è tutto un’etichetta e dunque un copione da seguire. Dopo tutto, è solo finzione, è parte del gioco.
Vertigine, paranoia, spaesamento: si provano – leggendo Fowles – le stesse sensazioni contrastanti che ci pone davanti un altro capolavoro, Holy Motors di Leos Carax.

A Conchis sarebbe sicuramente piaciuto un film di questo tipo, forse lo avrebbe pure proiettato nella sua tenuta sconfinata in riva al mare: due tende di velluto pesante, un pubblico di attori pagati per recitare la parte degli spettatori, o forse no, solo amici, complici, vittime schierate di fronte allo schermo che nella notte greca brilla e comincia a raccontare la sua storia.
La pellicola segue una giornata di Monsieur Oscar, un uomo misterioso e camaleontico che a bordo di una limousine viene scortato in una Parigi maestosa e allucinata per interpretare diversi ruoli: una senzatetto, uno stunt-man, un padre preoccupato, l’iconico Merde – una sorta di Mr. Hyde vestito di verde che mangia fiori recisi e rapisce modelle.
Fra le sue incombenze Oscar lascia intravedere solo piccoli scorci di quella che sembra la sua vera vita, un incontro fugace, qualche battuta con altri interpreti risucchiati nel gorgo delle proprie agende e dei propri appuntamenti.
Come ne Il mago, anche in Holy Motors l’assenza più clamorosa è quella del pubblico: l’esibizione si riduce a un esercizio di pura reiterazione, un meccanismo perverso che fabbrica continuamente realtà alternative per tenere imprigionati i suoi personaggi.
Il mistero della recitazione allude a qualcosa di superiore, che non è possibile comprendere se non per apprensione illogica senza la mediazione della ragione. Lo chiarisce Monsieur Oscar, in uno scambio memorabile con Michel Piccoli:
«Che cosa ti fa andare avanti Oscar?»
«Continuo come ho cominciato, per la bellezza del gesto»
«La bellezza, si dice che sia nell’occhio. La bellezza è nell’occhio di chi guarda»
«E se non c’è più nessuno a guardare?»
Bonus
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Il mago
John Fowles – trad. Gioia Zannino Angiolillo e Lucrezia Pei – Safarà Editore, 2025
