I libri sono predatori pazienti: sanno aspettare per anni sul loro scaffale, fra turbini di pulviscolo e tiepidi ingiallimenti, per balzare al momento giusto sul lettore sprovveduto che si trovasse – in stato di grazia – a passeggiare nei pressi della loro tana.
L’Ulisse di Joyce mi ha aggredito così, appena prima di un viaggio: quale miglior posto di un aereo? Senza telefoni, senza alcun disturbo. Senza alcuna via di fuga.
Nella pancia metallica dell’aereo ho aperto la copertina, annusato le pagine. Senza accorgermene era già diventato una preda, ero già stato risucchiato dentro il 16 giugno 1904 – il Bloomsday, il compleanno del modernismo (o il giorno del suo funerale?).
Non ero pronto a Joyce, alle sue ardimentose architetture mentali, alla sua cultura straripante, ai riferimenti incrociati, ai vertiginosi cambi di registro e di stile. Non ero pronto, insomma, al maestoso gioco a incastri che è l’Ulisse: la sua opera più famosa, quella che tutti fingono di aver letto prima di abbozzare arrossendo una scusa – beh, insomma, qualche pezzo a scuola.

La verità è che l’Ulisse è molto di più di un libro, è un monolite difficile da scalfire, un forziere che costringe in un solo giorno tutto il mistero della letteratura.
Ecco la trama: il 16 giugno 1904, a Dublino, un signore d’ascendenza ebraica, Leopold Bloom, di professione pubblicitario, spende la sua giornata fra incombenze ordinarie e piccoli piaceri e s’incontra – per caso o per destino – con un giovanotto, Stephen Dedalus, con cui scopre una singolare sintonia.
È un aneddoto minuscolo, trascurabile: una manciata di ore che altri narratori avrebbero stralciato con una compassionevole ellissi nel contesto di una trama coerente, coesa, con una morale e un obiettivo ben delineati.

L’Ulisse, però, una morale non ce l’ha. Lo ebbe a dire lo stesso James Joyce in una celebre intervista a Djuna Barnes:
The pity is, the public will demand and find a moral in my book — or worse, they may take it in some more serious way, and on the honor of a gentleman, there is not one single serious line in it
È dunque una trappola, un gioco letterario ordito per soggiogare lettori e interpreti con un capolavoro sconfinato, una sfida cui ogni lettore guarda con il rispetto e il timore che si rivolge alle divinità e alle tempeste, o ai monti troppo alti per essere scalati. L’Ulisse però ha molte facce, molti angoli bui difficili da esplorare nonostante la guida esperta dei commentatori più capaci: ci sono parodie e invettive nascoste fra le pagine, brani toccanti e sensuali, suggestioni e stili che s’incrociano e fuggono fra le pagine come barchette di carta in una tormenta. Ci si perde, ed è anche questo parte del gioco. Dopotutto, stiamo parlando pur sempre di un’odissea.

È proprio al capolavoro omerico che Joyce rivolge la sua attenzione fiammeggiante: si tratta di rapina, di lesa maestà, di sovversione di ogni regola – un delitto sacro e perfetto. Lo stesso libro, in fondo, come l’omonimo sovrano di Itaca, ebbe una vita editoriale particolarmente travagliata, fra durevoli accuse di oscenità e traduzioni impervie che lo portarono a sbarcare in traduzione italiana solo nel 1960 per la prestigiosa “Medusa” della Mondadori.
Joyce sfrutta questa connessione labile e persistente per strappare all’Antica Grecia uno dei suoi tesori più preziosi e creare qualcosa di mai visto prima, un lavoro bizzarro, tragicomico, infinito quanto l’alto mare aperto: il suo Ulisse, il naufragio trasognato della letteratura.
Per farlo, si libera subito di mari e sirene e affonda nella sua Dublino, fra la gente dei suoi primi racconti, gli scorci familiari, la lingua, le discussioni, poi dilata il tempo per riempire con un solo giorno diverse centinaia di pagine: agisce con l’ambizione eretica di scoprire – sotto la polvere della tradizione – qualcosa di completamente nuovo.

La vicenda viene così segmentata nelle tappe di un viaggio lunghissimo – ideale ancor prima che fisico – in una città d’inizio secolo: uno scenario anomalo per un navigatore omerico eppure stranamente familiare con i suoi funerali e le sue seduzioni, i bordelli, le botteghe, gli incontri fortuiti che stabiliscono connessioni e deviazioni dalla rotta prestabilita.
Ha forse poco senso parlarne come se fosse un blocco unitario: ogni capitolo ha la propria anima, i propri punti di vista. Alcuni temi ritornano: il rapporto padre-figlio, il senso di colpa e d’insensatezza per la morte di un familiare, l’infedeltà coniugale. Ci sono parodie dei grandi letterati inglesi e pisciate al chiaro di luna, dissertazioni politico-filosofiche e masturbazioni davanti a ragazzine inconsapevoli: è insomma un campionario vario che sa valicare agevolmente generi e stili, trasformandosi ad ogni sezione in un caleidoscopio che incorpora in sé tutte le sfaccettature, le emozioni e le prassi della grande letteratura.
Bloom e Dedalus procedono così paralleli in un viaggio che – come la respirazione – si compone di contrazioni ed espansioni: è l’esplosione di tutto ciò che avviene, la ramificazione di ogni evento e pensiero che rivela la grandezza della mente umana e concretizza la sua capacità infinita di piegare il tempo e lo spazio, sorvolare la realtà fisica, espandersi sino a trasformare un atto minuscolo in una prova d’autore senza eguali.

Accoppiamenti giudiziosi
James Joyce compie in letteratura un’operazione simile al lavoro di Gerhard Richter nel dialogo fra fotorealismo e astrazione.
Il confine, come nei quadri di Richter, è spesso sfumato: le interiorità dei personaggi diventano arabeschi sulla pagina in cui traboccano come stream of consciousness, e si elevano a puro astrattismo nel momento in cui riproducono con immediatezza le percezioni, le deviazioni e le ramificazioni della mente dei protagonisti.
Richter, nella sua lunghissima carriera, ha sperimentato una tecnica pittorica in particolare che rievoca questa corrispondenza: la pittura sulla fotografia. L’esito della lavorazione, in questo caso, è una riproduzione al contempo ultrarealistica e sfuocata, in cui i contorni confusi si fanno componente essenziale della ricerca artistica stessa.
Nelle parole dello stesso Richter: “Rendo le forme sfocate per far sì che tutto sia importante e non importante allo stesso tempo”.

La compresenza assoluta di elementi fondamentali e trascurabili, come nel fiume di parole ch’è l’Ulisse, fornisce una rappresentazione straordinariamente efficace della percezione, del ricordo, del rapporto fra soggetto osservante e oggetto osservato. Richter non immortala ciò che esiste realmente, di per sé, ma lascia riaffiorare ciò che rimane di un’esperienza di vita: come in Joyce, il risultato può essere distorto, può dilatare il tempo in un’odissea tascabile di ventiquattro ore, oppure può rendere irriconoscibili i tratti familiari di un autoritratto sfuocato.
Un approccio analogo può portare anche a un focus estremizzato su dettagli irrilevanti, talmente ingranditi da perdere significato: onde di colore distorto che riprendono un elemento minuto e lo gonfiano di significato, di suggestioni, di possibilità, episodi minori che nelle mani abili di James Joyce divengono allucinazioni, fantasticherie, condensazioni ironiche di interi secoli di letteratura.

Un’avvertenza e un consiglio
Parafrasando il grande Lawrence Ferlinghetti: leggendo Joyce non penso all’Irlanda, penso invece ai volti del tempo andato che scendevano in centro con cappelli e impieghi o a quel libro perduto che avevo, bianco dentro e con la copertina blu.
Questo articolo vuole essere un umile tributo a un capolavoro troppo grande per essere affrontato come un libro normale. Credo siano in pochi ad avere la sensibilità, la competenza e la cultura necessarie per parlare professionalmente di Joyce e della sua scrittura e io – purtroppo – non sono fra questi.
Nell’impossibilità di lanciarmi in analisi spericolate ho preferito parlare della mia esperienza di lettore: parziale, certamente, ma proprio per questo assolutamente autentica.

Da semplice lettore dunque vi suggerisco alcuni accorgimenti affinché possiate godervi appieno il viaggio con Mr. Bloom e Mr. Dedalus:
- Procuratevi un’edizione annotata con una guida alla lettura. Ce ne sono diverse, io ho letto una vecchia copia de I Meridiani e il commento di Giulio De Angelis è stato fondamentale per permettermi di leggere l’opera con la dovuta consapevolezza. Fra le edizioni più moderne segnalo un’interessante versione bilingue di Bompiani con l’eccellente traduzione di Enrico Terrinoni, vero sommo esperto sul tema.
- Non forzatevi a leggere. Secondo me Joyce non l’avrebbe voluto. Abbiate però la forza di superare i capitoli più ostici: come ogni scalata, è una fatica che sarà ricompensata una volta che potrete vedere il panorama dall’alto.
- Per noi comuni mortali non è indispensabile comprendere ogni riferimento, ogni gioco di parole, ogni citazione. Lasciatevi trascinare alla deriva, accontentatevi di capire quello che riuscite, con l’aiuto delle note e della guida alla lettura: da buoni eroi omerici, godetevi il viaggio anche se non avrete sempre ben presente la meta.
- Per proseguire il parallelismo con l’opera di Richter, troverete opere e citazioni dell’artista tedesco sul suo sito internet ufficiale.
