“Le cose che abbiamo perso nel fuoco” di Mariana Enriquez

La forma breve è un Dio capriccioso e crudele: si rivela a pochi eletti e pretende una dedizione totale, una cieca adesione ai suoi precetti mutevoli e mai enumerati chiaramente, in certi casi esige un vero e proprio sacrificio.

Sacrificio non di sangue, s’intende, ma di parole, di scene da tagliare, di idee da mutilare per costringerle nella perfezione di una manciata di pagine. Il racconto si ciba di oblio, di parole non dette, di zone impossibili da chiarire, e ha sempre fame.

È noto, nelle short story non c’è tempo per dilungarsi in genealogie e patronimici, né per sviscerare a fondo ogni tematica, ogni sottile mutamento d’animo dei protagonisti: di solito l’unica cosa che viene sviscerata, con poche parole esatte e terribili, è il lettore.

Francesca Woodman, Self-Deceit #1 (1978)

Questo approccio è senz’altro un nemico per i massimalisti e per gli appassionati dell’interminabile introspezione psicologica, ma è anche un alleato prezioso per alcune strategie narrative in cui il mistero deve poter dilagare: le narrazioni ibride, equivoche, che esplorano l’orrore, l’angosciante, l’oscuro, il fondale melmoso dell’animo umano.

Se il racconto breve fosse una religione e ci fosse un tempio, da qualche parte, per questa divinità molteplice e spietata, Mariana Enriquez sarebbe sicuramente la sua alta sacerdotessa: una penna eccezionalmente affilata, che si muove con la stessa sicurezza fra i profili adombrati di un’Argentina ferita a morte e le suggestioni sfumate delle più tradizionali ghost story.

Le sue storie costeggiano l’horror e vi si concedono con parsimonia, prediligendo un approccio evocativo e obliquo, che edifica la struttura ardita del terrore sull’assonanza fra spettri e interiorità dei personaggi, sulle paure nascoste dell’uomo moderno, sulla città, sulla condizione femminile, sul nostro presente che continuamente reagisce ed esplode a contatto con un passato impossibile da dimenticare.

Francesca Woodman, Space² (1976)

I personaggi di questa raccolta sono uomini e donne normali, spiriti di carne e sangue che aleggiano in una Buenos Aires così ruvida da far male: hanno perso il lavoro, sono vicini a un cambiamento radicale, s’innamorano e si odiano, ascoltano, si confidano, talvolta semplicemente esistono, mentre un altro mondo, sommerso e invisibile, fatto di ricordi e colpe e desideri inconfessabili, scorre accanto alla loro tranquilla esistenza ordinaria.

La compenetrazione di questi due piani – quello realistico dell’Argentina moderna e quello fantastico dei culti blasfemi, dei fantasmi, dei delirî notturni – crea con le parole di Mariana Enriquez uno slittamento impercettibile che rende i suoi racconti vividi come un sogno febbrile: assurdi, illogici eppure così plausibili da smuoverci le viscere.

La sua prosa taglia con eleganza l’ombra pastosa del nostro presente e sceglie con cura cosa mettere in luce: i dettagli importanti e quelli trascurabili che pure concorrono a definire un profilo – sbagliato, storto eppure perfetto – di un Paese e delle migliaia di vite con contiene e ha contenuto. L’Argentina si specchia così nella sua storia, nel suo passato incomodo che tracima nel futuro e si contorce fra i poveri dei quartieri più difficili, i femminicidi, gli hikikomori, il disagio mentale, la giustizia ingolfata, la voglia di esistere, di fare male, di liberarsi, l’autocombustione come forma estrema di protesta.

Le cose che abbiamo perso nel fuoco presenta così al lettore una serie di racconti ben calibrati, ora crudi ora struggenti, che riescono a elaborare in maniera profondamente originale gli spunti di riflessione offerti dalla cronaca e dalla nostra quotidianità alla luce di una particolare sensibilità horror: ogni oggetto diviene un fantasma, ogni sensazione che ribolle in fondo allo stomaco si tramuta in una creatura d’ombra che attraversa le epoche per farsi consapevolezza mostruosa, visione chiara e sconvolgente, esatta quanto l’interno scabroso di un corpo umano e altrettanto sconvolgente.

Francesca Woodman, Untitled (1975-78)

Lasciano il segno, in particolare, Pablito inchiodò un chiodino: un’evocazione del Petiso Orejudo e Il cortile del vicino.

Lo sono per motivi diversi, che confermano quanto Mariana Enriquez sappia sporcarsi le mani col buio per poterci donare una forma allucinata di chiarezza: il primo racconto ci porta nella routine di una guida turistica che illustra i luoghi e le storie di alcuni famosi serial killer, il secondo nella nuova casa di una coppia reduce da un licenziamento burrascoso e da un periodo di crisi mentale ed emotiva.

In entrambe le storie la quotidianità si sfilaccia presto per lasciar entrare l’orrore – una possessione, l’ossessione, il sospetto micidiale che qualcosa di atroce si stia consumando nell’appartamento a fianco – ma ad un esame attento il sovrannaturale diviene presto una mera illazione: è tutto plausibile, tutto reale nel viavai di quotidianità vibranti e addolorate che Enriquez ritrae con le tinte cupe del weird, nei ricordi di peccati impossibili da espiare, nell’inconfessabile insofferenza di un padre verso il figlio neonato o, forse, nell’incubo comune dell’impotenza di fronte alle cose che cambiano e ci travolgono, del dolore degli altri e della sua maestà soverchiante, del bisogno di scardinare la realtà per scoprire cosa si nasconde oltre le porte della percezione e la loro rassicurante razionalità.

Francesca Woodman, Untitled, Providence, Rhode Island (1976)

Accoppiamenti giudiziosi

Come Mariana Enriquez, anche la fotografa Francesca Woodman ha recuperato e rielaborato, in una personalissima opera di profanazione, l’estetica dello spiritismo degli albori con le sue immagini contraffatte e la mitologia ectoplasmatica delle sue manifestazioni più anglosassoni: tavoli, mani giunte e medium scolorano, nei suoi scatti, in visioni folkloristiche e démodé mentre si mutano in sagome scure, puro movimento, corpi femminili nudi, sospesi per sempre fra desiderio e morte.

Francesca Woodman, nella sua breve vita terrena, ha plasmato il proprio modo di fare fotografia su una poetica che dal surrealismo l’ha portata a un esame allucinato della realtà, culminante in una sintesi suprema fra tempi e luoghi, storie e contaminazioni che stratificandosi creano una narrazione, una Storia, una memoria vivente impossibile da cancellare.

La condizione umana e la sua forma esteriore diventano in questo modo raffigurazione sperimentale di qualcosa d’invisibile: la complessità delle relazioni che sussistono fra passato e presente, la fragilità di un istante fermato sulla carta o sulla pellicola, il rapporto di mutua infestazione fra un luogo e i suoi ospiti – appartamenti, stanze spoglie, riquadri di luce e ombra pronti a tramutarsi in luoghi stregati e liminali.

Francesca Woodman, House #3 (1975-76)

La letteratura di Mariana Enriquez allo stesso modo parte dal corpo, dal presente e dai suoi spigoli per delineare un disagio impalpabile e riempire gli spazi e le scene delle sue opere di presenze evanescenti, inquietanti e seducenti come solo alcuni ricordi riescono ad essere: Buenos Aires e l’Argentina sfumano così in luoghi spirituali, cartoline in bianco e nero che d’improvviso si animano con movimenti troppi rapidi per essere registrati dalla pellicola eppure impossibili da trascurare. Sono incubi, sono sogni, sono momenti di chiaroveggenza che rivelano le cose per come realmente sono?

Ogni corpo, ogni posizione si cristallizza così in una storia, in una diversa forma d’angoscia o di terrore che vive a cavallo fra la cronaca oggettiva della veglia e lo spazio fantastico di chi dorme.

Francesca Woodman, Polka Dots (1976)

Nelle parole della stessa fotografa:

Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete nelle quali il mistero della paura o ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse della sua propria esperienza

È dunque un processo ricorsivo di svelamento e occultamento il movimento concorde di Woodman ed Enriquez, che spogliano e adornano la realtà di fantasmi e lampi d’occulto: il loro lavoro deforma il nostro mondo senza stravolgerlo, gli dona una profondità inedita con gli artifici dell’assurdo, un costume, una posa assurda, un inanellarsi perfetto di parole pronte a trionfare in un finale sconvolgente.


Le immagini del presente articolo sono incorporate dal sito della Woodman Family Foundation e dal New York Times.

La citazione di Francesca Woodman è tratta dall’ottimo articolo di Eloisa Morra per Nuovi Argomenti, cui si rimanda per un’analisi più approfondita sulla figura dell’artista e della sua opera.



Le cose che abbiamo perso nel fuoco

Mariana Enriquez – trad. Fabio Cremonesi – Feltrinelli, 2025


Lascia un commento