“Alessandro” di Giulio Iovine

1.

Più o meno due anni fa, Alessandro ha vinto una borsa di dottorato nel mio dipartimento, e gli hanno assegnato una scrivania nel mio ufficio al sesto piano. Non avevo mai condiviso lo studio con nessuno e non avevo preconcetti in merito. Mi trovai di fronte questo ragazzone lombardo, né alto né basso, poco più che ventenne, dotato di un casco di capelli castani che mi faceva rimpiangere i miei (inesorabilmente perduti dopo i trenta); magro e muscoloso, e – a quanto mi diceva – buon giocatore di basket nel campetto del suo paesino fuori Cremona. Quando si ricordava di regolarsi la barba, risaltavano ancora di più a chi lo osservava per la prima volta il viso pulito, il naso in su e gli occhi azzurri.

Studiava una menata complicatissima, il regno indo-greco e per soprammercato quello greco-battriano, e siccome non aveva quasi fonti scritte su cui lavorare si drogava di numismatica, arte indiana, lingue come il sanscrito o il gandhari – la sua tesi era un carrozzone pieno di gente nuda con la pelle viola e quattro braccia, come nelle pitture indiane. Io facevo tutt’altro, ma ciò non ci impediva di discutere dei rispettivi problemi e dubbi, di leggerci a vicenda io la sua tesi, lui i miei articoli. Poi si passò a prendere un tè assieme nelle pause, poi al cinema con altri amici, poi quella volta che io ebbi un attacco di panico e mi rifugiai dietro la sua scrivania a piangere e lui con estrema gentilezza mi consolò, insomma diventammo buoni amici.

E nonostante questi anni di pacifica convivenza, non riuscivo a togliermi dalla testa il sospetto che in Alessandro ci fosse qualcosa che non andava.

2.

Un mese fa, mentre studiavamo tranquilli ciascuno alla sua scrivania, ha squillato il telefono dell’ufficio. Tentiamo da anni di convincere la Vincenzi, il nostro ordinario di archeologia, a usare whatsapp.

– Pronto?

– Guido! Sei tu?

– È il mio numero, Alfonsina.

– Fai poco lo stronzo e mandami la Corticelli. Dobbiamo discutere della sua tesi.

– Va bene.

La Vincenzi ha un ufficio grande come un ventre di balena, esattamente dalla parte opposta del palazzo dove sta il nostro dipartimento. Per arrivarci bisogna attraversarlo in diagonale, spostandosi da una rampa di scale all’altra, tagliando magari per la biblioteca centrale; poi ci sono una serie di porticine di cui quasi nessuno sa che aprono scorciatoie – insomma se non lavori qui da anni, finirai per perderti. Ecco perché le laureande della Vincenzi, che normalmente studiano in biblioteca al sesto piano, vengono accompagnate nel suo studio da qualcuno che conosca la strada. Dico ‘laureande’ perché, come è noto, la Vincenzi concede la tesi solo alle ragazze.

– Era la Vincenzi? – mi ha chiesto Alessandro.

– Sì. Vuole che le spediamo la Corticelli.

– Mi pareva di averla vista in biblioteca, qui al sesto?

– Sì, sì, è sicuramente ancora qui.

 E mi alzo.

– Che fai, Guido?

– Ah, niente. La dovrò accompagnare dalla Vincenzi.

– Stai comodo. Ce la porto io.

Lo fisso.

– Sicuro?

– Ma certo. Tu stai lavorando, non ha senso che interrompi.

– Pure tu stai lavorando.

– Ma io oggi concentrazione zero. Sarà il tempo, fuori piove da ore.

Mi siedo, sempre fissandolo.

– Ok. Grazie.

– Figurati, risponde lui alzandosi. Appena esce dallo studio mi precipito allo stipite della porta, e origlio. La biblioteca è a pochi metri di distanza dalla nostra stanza. Sento distintamente, nel silenzio del pomeriggio, Alessandro che saluta la Corticelli, le spiega che la Vincenzi la richiede, le dice che l’accompagna lui, e lei che ringrazia; li sento alzarsi e li vedo poi scomparire di là dalla porta del sesto piano, nelle tenebre delle scale.

Fin qui niente di strano. Il problema è che nel giro degli ultimi sei mesi Alessandro ha accompagnato almeno quindici laureande dalla Vincenzi – e nessuna di loro è mai arrivata.

3.

Il copione è sempre lo stesso. La Vincenzi telefona e ordina che le portino la studentessa tale. Alessandro si offre di accompagnarla. Scompaiono. Dopo un quarto d’ora lui torna, si rimette alla scrivania, ricomincia a lavorare. Mezz’ora dopo squilla il telefono: è la Vincenzi che sbraita, mi chiede quanto Cristo ci metto a mandarle la laureanda. Io replico che Alessandro l’ha accompagnata mezz’ora prima; Alessandro, perplesso, prende la cornetta del telefono e conferma che lui ha effettivamente accompagnato la studentessa e non sa davvero perché non sia comparsa alla porta dello studio della Vincenzi. Ogni volta dà una versione leggermente diversa:

  1. L’ha accompagnata fino a metà strada, poi la laureanda ha detto che da lì sapeva orientarsi;
  2. L’ha accompagnata fino a pochi passi dallo studio, poi se n’è andato e non ha visto, in effetti, se la studentessa è entrata dalla Vincenzi;
  3. L’ha accompagnata fino a un quarto (più o meno) della strada, poi aveva fretta di andarsene, e ha indicato alla studentessa come arrivare (e qui si mostra costernato e pentito);
  4. L’ha accompagnata ma circa a metà strada la studentessa, che lo seguiva, ad un certo punto è sparita, forse perché voleva fare un percorso diverso (‘in ogni caso che maleducata, manco un grazie’);
  5. Varie ed eventuali.

E così anche per la Corticelli. Da allora nessuno di noi ne ha saputo più niente. La Vincenzi è molto irritata. Per questi smarrimenti il suo piccolo esercito di dottorande, laureande, assegniste e studentesse si assottiglia ogni semestre.

Vi chiederete perché penso che Alessandro c’entri qualcosa. Trovo francamente improbabile che le ragazze, una volta incastrate in una tesi con la Vincenzi, possano scomparire così. Una volta che hai detto sì alla Vincenzi, ti laurei con lei e punto, ti dovesse anche costare cinque anni – come accaduto alla povera Schirinzi nel 2005. Tutte le uscite del palazzo sono piantonate da servette o buttafuori al soldo dell’ordinaria, con fototessere di ciascuna delle studentesse per controllare chi esce. Ci sono parecchi indirizzi nel suo database. Una volta ha pure telefonato alla dogana al confine con la Svizzera per bloccare una laureanda in fuga – è dovuta tornare e laurearsi sull’area sacra di S. Omobono a Roma. Ritengo molto più probabile che Alessandro sia il responsabile delle loro sparizioni. Forse, chissà? Con la scusa di accompagnarle, se ne nutre. Forse è un serial killer cannibale.

No. Non sto impazzendo. Una volta, credo un paio di mesi fa, ho provato a seguirli, lui e l’ennesima laureanda, mentre si inoltravano nelle tenebre del dipartimento. A debita distanza, naturalmente, perché tutte le sale avevano le luci accese e c’erano ancora troppi studenti e studentesse in giro – per cui ben presto li ho persi di vista: hanno svoltato troppo in fretta in un corridoio, o hanno preso una via diversa tra gli scaffali della biblioteca, insomma mi sono dovuto fermare sul mezzanino davanti agli studi dei paleografi, chiedendomi da che parte fossero andati. Dopo cinque minuti è comparso Alessandro, solo, e mi ha salutato calorosamente.

– E tu che ci fai qui?

– Vedevo se Vannicelli era in studio, gli dovevo parlare.

– Ma dopo le quattro non c’è mai.

– Sono un catorcio. Mi dimentico pure le cose ovvie.

– Per questa inutile frase autolesionista tu ora mi accompagnerai in pasticceria e prenderemo due fette di torta fragola e crema.

– Ma Alessandro, la dieta…

– E un milk-shake.

Ovviamente anche quella studentessa non arrivò mai dalla Vincenzi. Ma un’ora dopo, tornati in dipartimento, lasciato indietro Alessandro con una scusa, ho rifatto da solo il percorso fino allo studio della Vincenzi, che era già andata via in preda al furore. Abbandonate dietro una colonna di scatoloni di cartone con dentro libri da catalogare, ho trovato con la torcia del cellulare un mucchietto di frammenti di ossa umane, alcune vecchie e secche, altre ancora con sangue e grasso appiccicato.

4.

L’occasione per scoprire la verità si è presentata finalmente ieri. La Vincenzi aveva appena ordinato di portarle l’ennesima laureanda – la povera Pupozzi – quando un black out ha colpito tutto il palazzo. Sono rimaste accese solo poche luci di emergenza.

Alessandro si è alzato, dicendo:

– Be’, bisogna proprio che qualcuno accompagni la Pupozzi. Si perderebbe con le luci accese, figurati se sono spente.

– Concordo, ho risposto sornione, appiattendomi alla scrivania. Ho attesto che uscisse: dopodiché sono balzato in piedi; e nella tenebra del corridoio, tra il brusio degli studenti perplessi che accendevano le torce dei cellulari, ho beccato appena in tempo Alessandro che conduceva la Pupozzi giù per la tromba delle scale. Li ho seguiti, protetto dal buio, camminando in punta di piedi a poche decine di metri dietro di loro. Parlavano a bassa voce e non riuscivo a capire bene cosa si dicessero. Alessandro si è inoltrato nelle tenebre del quinto piano, attraversando le stanze della biblioteca, poi il magazzino, poi per una porta con maniglione antipanico è arrivato in un corridoio da cui scendeva una rampa di scale; e io sempre dietro. Al quarto piano è passato attraverso il corridoio degli orientalisti, con la Pupozzi sempre dietro, e poi dentro la biblioteca annessa. Ma invece di andare dritto verso l’uscita, e di lì verso lo studio della Vincenzi al terzo piano, ha preso la Pupozzi per un braccio e ha svicolato in una stanzetta sulla sinistra.

Non conosco benissimo la biblioteca di orientalistica, ma ero abbastanza sicuro che la stanzetta non avesse altre vie d’uscita. Sono rimasto immobile nella tenebra. Gli studenti erano tutti usciti, constatato che era impossibile continuare a stare in biblioteca. Eravamo soli in più di cento metri quadri di scaffali e librerie. Se voleva ammazzarla, era il momento giusto: nessuno l’avrebbe sentita urlare.

Ho preso un volume molto pesante di un lessico elamita e mi sono preparato a lanciarlo in faccia ad Alessandro. Poi, spalmato sullo lo stipite della porticina, ho provato a sbirciare dentro la stanzetta.

Sulla parete opposta, anziché gli scaffali della biblioteca, si apriva una porticina da cui veniva un filo di luce. Con un colpo d’occhio ho visto che la porticina dava su un lungo e stretto corridoio, dove una lampadina vecchia di sessant’anni faceva sì e no con la luce. La studentessa, all’imbocco del corridoio, stava infilando nello zaino un piccone, una borraccia e altri documenti che le passava Alessandro. Mi è scappato un mezzo grido, e ovviamente i due mi hanno visto.

– Oddio, è Luiselli, – ha esclamato lei terrorizzata.

– Tranquilla, ha risposto lui. – Guido è un amico. Non farà la spia. No, Guido?

– Certo che no – ho ribattuto, senza capire un accidente.

– Sta facendo da palo – ha spiegato Alessandro alla studentessa tutta tremante. – Controlla che non passi nessuno. Capisci?

Lei ha risposto di sì e ha continuato a sistemare le cose che aveva nello zaino. Tempo un minuto ed era di nuovo in piedi, con gli occhi tondi e liquidi. Alessandro le ha stretto la mano e augurato buona fortuna. Lei si è poi voltata verso di me, dicendo:

– Mi dispiace. Avrei voluto fare il corso con lei il semestre prossimo.

– Non si preoccupi. Lo faccio ibrido. Le mando il link su Zoom.

– Grazie.

Ed è scomparsa nella luce fioca del corridoio. Alessandro ha chiuso la porticina e ci ha spostato davanti un intero scaffale mobile a parete pieno di volumi. La porticina era ora praticamente invisibile. Fatto il misfatto, Ale mi ha raggiunto nel corridoio.

– Grazie di avermi retto il gioco.

– Un passaggio segreto?

– Te lo spiego in pasticceria.

5.

Davanti a due muffin al pistacchio e due smoothies alla vaniglia – fuori continuava a piovere – mi ha raccontato tutto.

– Ho scoperto l’esistenza di quella porticina per caso, la prima settimana del mio dottorato. Cercavo l’annata di una rivista che come al solito avevano messo a posto male, e a forza di frugare mi sono accorto che c’era la sagoma di un’apertura nel muro. Ho provato a spingere delicatamente e si è aperta. Mi sono documentato: nessuno ne sa nulla.

– E dove porta?

– A un’altrettanto invisibile porticina sul fianco del palazzo. Che nessuno piantona.

– Ma pensa tu. E quindi le fai scappare da lì.

– Sì. Capisci, se provassero ad andarsene dagli ingressi principali verrebbero notate.

– E poi cosa fanno? A casa non possono tornare.

– No, infatti di solito scappano a piedi, poi prendono un gommone per la Croazia o per la Tunisia. Dipende da chi trovano e quanti soldi hanno. Ma è l’unico modo che hanno per evitare di laurearsi con la Vincenzi.

– E non temi che la Vincenzi faccia due più due?

– No, perché? Come vedi ho sempre la scusa pronta. Ed è impossibile dimostrare il contrario di quello che dico.

Chapeau – ho esclamato, brandendo lo smoothie come se volessi brindare.

– Alla tua…

– Ma non ti sembra che queste ragazze esagerino un po’?

– Perché, dici?

– La Vincenzi è un mostro e siamo d’accordo. Non dubito che dopo essersi laureate o addottorate con lei, una voglia semplicemente mettere qualche milione di chilometri tra loro due. Ma addirittura una fuga così a rotta di collo?

– Ma quando c’è la vita di mezzo…

– La vita?

Alessandro ha corrugato la fronte.

– Non hai mai notato tracce di sangue e di ossa vicino allo studio della Vincenzi?

– Oddio, sì. Un mucchietto di ossa dietro a degli scatoloni.

– Ecco. Certe volte è così ingorda che si dimentica di nasconderle bene.

– …è lei la responsabile?

Alessandro mi ha guardato serio serio; poi, a voce più bassa:

– Alfonsina Vincenzi è cannibale. Ha divorato ad oggi un terzo delle sue studentesse, laureande o assegniste. Di solito sceglie le meglio pasciute, ma non è detto. Finora nessuno se n’è accorto. Le ragazze lo sanno, ma sono troppo terrorizzate per parlare. Però potrebbe capitare loro di finire mangiate in qualunque momento.

– A meno che uno non le faccia scappare – ho concluso io.

Alessandro ha annuito; e senza dire altro, ha bevuto un altro sorso del suo smoothie, improvvisamente meditabondo.


L’Autore

Giulio Iovine è nato a Bologna il 10 luglio 1987. Laureato in lettere a Bologna, dottorato a Urbino, assegno di ricerca a Napoli, da febbraio 2021 ricercatore all’Università di Bologna, dove studia manoscritti antichi e insegna Papirologia. 

Pubblica prose, meme, teatro e video sui suoi profili Facebook (Giulio Iovine, hashtag #dinosaurifuturi) e Instagram (@giulioprimodelmesozoico), nonché sul suo blog (Il Monte Analogo); racconti brevi su riviste (tra cui Crack, Digressioni, Dimensione cosmica, Inchiostro,Malgrado le mosche, Smezziamo); e romanzi su Wattpad (‘Francesco Storbini’). 

È membro della redazione della rivista Spaghetti Writers (http://spaghettiwriters.it/).

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