Chi è in strada di notte ha sicuramente qualcosa da raccontare. Lo penso ogni volta che faccio benzina quando è buio, nell’esatto momento in cui spengo il motore, apro la portiera e permetto alla notte di entrare a contaminare lo spazio artificiale e sicuro che era l’abitacolo.
Le insegne illuminate si riflettono nell’umidità che l’asfalto non riesce più ad assorbire, il cielo intossicato di luci artificiali e nuvole oscura le stelle con la sua febbre rossastra, i semafori lampeggiano di giallo, come se dopo il tramonto ogni regola si sospendesse fino alla prossima alba.
Tutto cambia, di notte, e diventa una versione apocrifa di sé: le strade, gli alberi, ogni forma è una sagoma minacciosa contro il ventre elettrico del cielo. Ogni dettaglio assume una sfumatura diversa, come le occhiaie di chi lavora fino a tardi: è inaffidabile, oscuro, anche se i neon insistono a graziare i peccati di chi si nutre della notte per succhiare al mondo ancora un goccio di sangue o di piacere – vite proibite, rinnegati del giorno, animali notturni: chi vive nelle tenebre alla fine comincia ad assomigliare intimamente a tutto questo buio.
Parliamo allora della notte. Una famiglia che viaggia di notte: Tony, sua moglie Laura, la loro figlia Helen. Sono diretti al loro cottage nel Maine, per iniziare una vacanza. Poi all’improvviso qualcosa cambia: un’auto sconosciuta si comporta in modo strano, rallenta, accelera, blocca la corsia. Tony la tampona lievemente e decide di fermarsi, perché è una brava persona, perché si attiene alle regole del giorno. Così apre la portiera e lascia entrare la notte.

Ma questa è solo una storia e – Susan lo sa bene – ogni storia mischia sempre dosi generose di menzogna e verità: è troppo buio per distinguerle.
Susan è a casa, con la sua gatta, sul suo divano. Tiene fra le mani la storia di Tony e della sua famiglia: si tratta di Animali notturni, il romanzo che il suo ex-marito Edward le ha inviato affinché lo leggesse per prima. Perché proprio a lei? È un messaggio, un’accusa? Susan lo legge, ci prova. È quasi Natale, ha un nuovo marito che la ama, quella storia la mette a disagio dalla prima pagina, eppure funziona, riesce a toccare qualcosa dentro di lei che la costringe a proseguire.
Ecco dunque Tony & Susan, il personaggio e la lettrice, un’opera maestosa di tensione e metaletteratura che stringe alla gola generazioni di lettori dal 1993.

L’autore, Austin Wright, è per il lettore italiano un nome pressoché sconosciuto. Questo suo romanzo più celebre ha avuto due edizioni (prima Rizzoli, poi Adelphi) e – alcuni anni più tardi – è arrivato anche al cinema grazie all’enigmatica trasposizione di Tom Ford.
Eppure sarebbe riduttivo fermarsi alla storia editoriale di questo libro, non provando ad andare oltre i dettagli della trama: Tony & Susan, è il caso di chiarirlo, è un capolavoro.
Lo è per la scelta di creare un doppio binario di lettura che – se possibile – rende ancora più disorientato il lettore mentre viene bombardato da una vicenda brutale e psicologicamente devastante come quella di Tony. Lo è per lo stile, per la maestria assoluta con cui Wright crea ambiguità e tensione senza rinunciare all’ambizione di confezionare un lavoro elegante e letterario ben lontano dai classici thriller dozzinali da spiaggia o da aeroporto. Come diceva Martin Amis, i lettori dei romanzi-spazzatura e le persone che stanno in aeroporto vogliono la stessa cosa: scappare. Anche da questo romanzo si vorrebbe scappare ma non per evasione dal trash, per annichilamento del pensiero, bensì per una ricerca di senso così ben strutturata da toccare qualcosa all’interno di ogni lettore o interprete.
Ciò che Wright compie, con il suo libro, è essenzialmente mettere in contatto il mondo del giorno con quello della notte: le regole del primo non trovano mai rispondenza nel secondo, i parametri dei momenti di veglia rifiutano di misurare e decodificare ciò che avviene quando tutti sanno che si dovrebbe dormire.

Tony è un uomo qualunque, una brava persona, un animale diurno. Un marito, un padre, un utente della strada mediamente avveduto: non è pronto per ciò che contiene la notte, i suoi predatori, la sua aggressività selvaggia e cieca.
Eppure basterebbe così poco per evitare la tragedia, basterebbe essere forti – o forse violenti, disonesti, furbi, cauti? – basterebbe essere pronti ad accogliere in sé le tenebre.
Seguire la vicenda dagli occhi di Susan apre però altri interrogativi: perché il suo ex marito le ha mandato questo manoscritto? Perché pensa che sia lei il lettore perfetto per quest’opera che apparentemente parla di tutt’altro?
Susan e il lettore sono dalla stessa parte, a questo punto, si chiedono se tutto questo sia una minaccia velata, un modo di recriminare una relazione ormai terminata, forse un modo per far luce su qualcosa d’irrisolto del loro passato?
Wright non concede spiegazioni né tempo per sospirare: ci inchioda alla pagina mentre allestisce per noi la cronaca di una morte annunciata fin troppo evidente, fin troppo inevitabile. Sullo sfondo intanto delinea un interrogativo che ci chiude la gola, ci taglia il respiro: avremmo fatto anche noi come Tony, vero? Ci saremmo piegati al caso, alla sfortuna, saremmo andati incontro ai predatori incapaci di difenderci con gli strumenti che ci hanno insegnato a usare di giorno? I “grazie”, i “permesso”, le scuse, la logica, il dialogo, il compromesso, l’onestà, in questa strada infinita che porta dritta all’inferno, non sembrano più di alcuna utilità.

Accoppiamenti giudiziosi
Le vicende di Tony e Susan procedono parallele, mantenendo quale unico punto di contatto la barriera sottile della carta, ma la lettrice diventa necessariamente partecipe della creazione della trama che legge, mano a mano che s’identifica – nelle parole scritte dall’ex marito – con le ambiguità del suo protagonista.
La colpa di Tony è essenzialmente l’inazione: non riesce a reagire perché insiste a comportarsi da persona, da essere umano, nel contesto selvatico della lotta con un gruppo di predatori disposti a tutto: anche Susan è così? È questo che le sta comunicando l’ex marito? La sta accusando di essere una pusillanime, o forse le sta spiegando perché il loro matrimonio non ha funzionato.
Così, la visione delle due storie intrecciate si appanna e gocciola come il parabrezza di un’automobile: viene naturale chiedersi se ciò che conti veramente sia l’esterno, la vista sfuocata e liquida delle luci pettinate dai tergicristalli, il buio, o al contrario ciò che avviene dentro l’abitacolo, la sua dimensione umana artificiale e convenzionale.

È l’esterno a imporre all’abitacolo chiuso dell’auto le proprie logiche rigorose o sono gli occupanti dell’automobile a modellare il paesaggio con la propria visione parziale?
In altre parole, è stata Susan a ispirare Tony, o è Tony che sta modificando Susan, il suo modo di percepirsi mano a mano che si perde fra le pagine?
L’artista americano Gregory Thielker ha sperimentato un approccio analogo con la serie di dipinti iperrealistici Under the unwinding sky, raffigurando paesaggi estremamente dettagliati attraverso i finestrini bagnati di un’automobile.
La suggestione rimanda subito al tema del viaggio, all’epica tutta americana della strada, con un parabrezza pronto a contenere tutte le possibilità di una partenza e di una libertà sconfinata. La potenza dei suoi dipinti, al pari del lavoro di Austin Wright, risiede però tanto nella tecnica impeccabile quanto nella costruzione di uno schermo: un confine di vetro che separa osservatore e oggetti osservati e che si fa lente inaffidabile, bugiarda, delirio d’acqua e di luci pronto a confondere chi si trova dall’altro lato, incardinandolo a una versione necessariamente parziale e infedele.
Il dipinto e il libro diventano allora discorsi sulla visione in sé, sulla centralità che il lettore e l’osservatore hanno nei confronti dell’opera: è il loro punto di vista – opaco di lacrime, di recriminazioni e sensi di colpa – a dare un senso al tutto.

Il medesimo rapporto ambiguo sussiste fra giorno e notte: entrambi hanno senso solo fintanto che si definiscono a vicenda, stabilendo un limitare fra l’ordine del primo e il caos della seconda, poi la loro interazione diventa uno scambio infedele e cruento. La notte, come l’abitacolo di una macchina ben chiusa, serve a separare gli occupanti da tutto ciò che c’è fuori: il paesaggio feroce, la strada, le file di occhi minacciosi illuminati dai fari.
Tony & Susan è uno di quei libri che continuano a infettare il lettore anche ad anni di distanza: è inevitabile continuare a pensarci, a chiedersi se veramente sia così difficile reagire, se siamo tutti come Tony, timidamente ligi alla fila per aspettare il nostro turno al macello.
Nei dipinti di Thielker si ha sempre la medesima impressione, che basterebbe così poco per fare chiarezza, una passata veloce sulle gocce che coprono il vetro, eppure ci si sente bloccati perché vedere significherebbe capire, certo, ma anche rinunciare a qualunque scusa, protezione, schermo: vedere significherebbe accettare che il giorno è finito e che siamo diventati anche noi animali notturni.

Tony & Susan
Austin Wright – trad. Laura Noulian – Adelphi, 2016
