Edward Bunker è nato nel 1933 ed è morto nel 2005.
Fra queste due date – due parentesi minuscole che non riescono a bloccare la leggenda – si è dispiegata un’esistenza assurda, sospesa fra crimine e mito, fra le vite patinate della vecchia Hollywood e i traumi del carcere: una vita da film, degna di Mr. Blue. Proprio lui, il rapinatore de Le Iene.
Tarantino scelse per questo ruolo Edward Bunker perché ammirava i suoi libri, ma è difficile immaginare che nella composizione del cast non abbia influito anche il passato dello scrittore, una storia incredibile di crimine e redenzione, di droga e furti e botte. Chi meglio di lui avrebbe saputo interpretare un criminale? Chi sarebbe risultato più credibile di questo uomo dal viso scavato, coi baffi bianchi e gli occhi azzurri e tante storie da raccontare?
Leggere Bunker significa anche entrare in comunione col suo modo di vedere le cose: un mondo in cui giusto e sbagliato sono concetti sfumati, in cui la violenza dei tutori dell’ordine si fa compartecipe di quella dei colpevoli condannati, fra istituzioni indifferenti e personalissimi codici morali.

Dall’infanzia spesa fra riformatori e case-famiglia, Bunker ha intriso la propria opera di riferimenti autobiografici con la spacconeria del bevitore da osteria ma anche con la disarmante onestà dell’amico ritrovato: sembra quasi di conoscerlo da sempre, il vecchio Eddie, mano a mano che ci si addentra nella sua autobiografia Educazione di una canaglia. S’impara presto a riconoscere la sua voce ruvida, la sua irrazionalità autolesionista, la sua testardaggine. Si arriva presto a volere irrazionalmente bene a questa canaglia e alla sua voglia di emergere in un groviglio di soldi e divieti e gerarchie sociali che sono incentrate sempre sulla repressione, sul castigo, sull’espiazione dei peccati prima ancora che vengano commessi.
Eddie Bunker ha venduto auto, ha scritto romanzi e racconti, ha conosciuto donne bellissime e perdute, ha pestato, rubato, truffato, rapinato, è stato in ospedale psichiatrico, nel carcere di San Quentin e nella piscina in cui fecero il bagno Charlie Chaplin e Winston Churchill. Il suo più grande capolavoro è stata la sua vita esagerata, vissuta al limite, senza paura di rompersi i denti o di prendersi una coltellata.
Dalla sua finestra con le sbarre, Bunker ha avuto la possibilità di sperimentare una prospettiva originale e ravvicinata sul cuore oscuro del Paese: l’ambizione, il sogno americano trasformato in incubo, il denaro che come sangue dona vita e morte in egual misura.

Educazione di una canaglia è la storia minuscola di un bambino minuscolo, costretto a crescere a forza di botte e isolamenti, ma è anche qualcosa di più grande. È uno specchio nero che riflette la Storia maiuscola degli Stati Uniti d’America con le sue contraddizioni e i suoi scorci opachi, strisciando dai residui polverosi del cinema muto alle tensioni razziali degli anni Sessanta.
Il secolo breve è una vertigine confusa nella prosa disillusa e grezza di Bunker, che ci permette di vedere con i suoi occhi una realtà altrimenti inaccessibile, quella del sottobosco criminale californiano che vivacchia all’ombra delle gigantesche lettere della scritta HOLLYWOOD.
Il ritratto che esce dai suoi racconti è tremendamente attuale: è il chiaroscuro di un paese dilaniato da enormi differenze e divisioni, da tensioni sommerse sempre sul punto di esondare. L’America di Bunker – autentica e scabra – è ben lontana dallo stereotipo di paese della libertà cui siamo stati abituati da film e narrazioni edulcorate. La chiave per comprendere questo meccanismo complesso è il controllo. L’autorità – cui l’autore pare refrattario sin dalla prima infanzia – si configura da subito come il vero pilastro che sostiene una roccaforte traballante di regole e precetti e ruoli cui adeguarsi scrupolosamente. Sottrarsi a tutto questo comporta necessariamente un cedimento, un crollo.
E Bunker fa crollare ogni cosa, fa implodere continuamente la sua vita per imparare a sopravvivere in un inferno di macerie, costruendosi coraggiosamente qualcosa al di fuori dagli schemi rigorosi imposti dalla morale e dalla legge: una famiglia, un futuro, soprattutto un riscatto guadagnato a fatica grazie all’arte e alle parole.

Accoppiamenti giudiziosi
Un altro artista sperimentò sulla propria pelle i risvolti del crimine: parliamo di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
La sua biografia terrena si snoda fra le peggiori osterie e le case dei potenti – risse e cardinali come contraltare della California bruciata di Bunker fatta di tossici ed escort.
Il loro sguardo, distante una manciata di secoli ma stranamente accomunato da una misteriosa fratellanza, si concentra sugli ultimi, sulla vita vera che scorre parallela all’arte: è un mondo inquieto e sporco, talmente realistico da fare male. Non c’è spazio per eroismi, né per agiografie dorate: esistono solo la carne e il buio vorace dello sfondo, la consistenza terrosa del compromesso, della lotta per sopravvivere.
A rendere grande il Caravaggio fu anche l’uso innovativo della luce: non un mero espediente decorativo, ma una scelta precisa per dirigere lo sguardo dell’osservatore e costringerlo a vedere, in netto contrasto, tutta l’umanità che l’artista aveva ritratto.

Teste mozzate, corpi macilenti, santi anziani e sgualciti, uomini di malaffare pronti a impugnare un coltello: ogni elemento per Caravaggio trova in un realismo schietto e brutale la sua piena espressività.
La frutta della sua celebre Canestra è guasta, bacata, i suoi autoritratti non fanno nulla per nascondere un colorito esangue o un’ambiguità estremamente moderna che richiama continuamente la complessità morale dei suoi personaggi. La Morte della Vergine è veramente ispirata al cadavere di una prostituta ripescato dal Tevere?
Non lo sapremo mai, come non sapremo mai con esattezza la percentuale di verità sedimentata sotto i racconti di Edward Bunker.
Sappiamo solo che anche lui si immortala in autoritratti spietati, pieni di buio e di espressioni vibranti, traboccanti vita vissuta. Come Caravaggio percorre a suo modo la via della luce e se ne fa un interprete spregiudicato: definisce i profili dei personaggi, li stacca dal fondale del pregiudizio e dello stereotipo per donare loro una nuova esistenza sulla carta: sono puttane, assassini, truffatori, sono persone tenute accuratamente ai margini ma sopra ogni altra cosa sono esseri umani con esistenze sconfinate da raccontare.

La loro lotta col buio è un corpo a corpo cruento: la tenebra continua a riprendersi parti della loro vita, il desiderio di autodistruzione che fu anche del Caravaggio insiste nel martoriare i loro corpi reclusi, negletti, emarginati, eppure da questo conflitto – interiore prima ancora che esteriore – non può che scaturire bellezza.
Bunker dirige la sua lama di luce verso tutto ciò che normalmente viene stralciato da film e romanzi: le vite vere dei comprimari che vengono ammazzati nella prima scena, gli acciacchi delle comparse che vengono liquidate in due paragrafi.
La sua è una storia di redenzione, ma è anche un cartello inchiodato sulla schiena dei benpensanti: non esiste purezza senza una macchia che la renda evidente, non esiste luce senza l’argine misterioso del buio: il sacro nasce sempre dal fango.
