“Minihorror” di Barbi Markovic

La cosa più bella di Halloween è senz’altro lo speciale horror dei Simpson. Lo pensavo a sei anni e lo penso ancora oggi – nonostante tutto, la decadenza della serie, le rughe, le crepe, la morte dei doppiatori, i capelli che cadono e non ricrescono.

Da bambino aspettavo ogni anno il nuovo episodio horror come una piccola epifania, un regalo per me soltanto. Steso sul divano, davanti a un televisore che era divinità pagana e droga a buon mercato, ogni volta ero pronto a perdermi nella malia sfuggente della sua elettricità statica per entrare in un nuovo mondo parallelo.

Questi episodi, noti nella versione originale come Treehouse of Horror e tradotti in italiano come La paura fa novanta, erano infatti una sorta di versione apocrifa della storia principale: una deviazione truculenta che spuntava come un germoglio impazzito dalla vicenda centrale. Per definizione la storia principale non esisteva, era solo uno sfondo inerte che non incontrava modifiche se non in archi narrativi estremamente lenti: una quiete ipnotica, identica a sé stessa, turbata appunto solo da questo momento di follia annuale.

Era un appuntamento cadenzato e carnevalesco già a partire dall’idea di travestimento, dall’eccesso, dalla sensazione liberatoria e proibita che impartiva agli spettatori abituati alla commedia, al grottesco americano, alle storie autoconclusive senza troppe variazioni.

Nei cartoni animati di una volta c’era questa tendenza alla quiete, alla ciclicità serena degli eventi che, come in ogni sitcom che si rispetti, alla fine di un episodio riporta i protagonisti allo status quo che c’era all’inizio: nessuno cambia lavoro, nessuno si sposa, nessuno cresce, nessuno muore (tranne la moglie di Flanders e pochi altri).

Ad Halloween si moriva però, si sanguinava e si diventava licantropi e si strisciava fuori dalla tomba a caccia di cervelli freschi.

Adoravo La paura fa novanta proprio per questo motivo: perché insinuava in una situazione serena, ripetitiva e rassicurante una perla nera di orrore, per quanto minuscolo.

Erano solo stramberie, weirdness, o forse un breve momento di lucidità che abbinava alle facce note di Bart, Homer e Lisa una sfumatura inedita che rivelava il nocciolo duro delle loro maschere eterne: l’orrore della ripetizione senza fine, senza vie d’uscita, ma anche la bellezza di saper accettare questo flusso, di dominarlo, di sfruttarlo per elevarsi sopra il canovaccio ritrito da commedia dell’arte per impartire nuovo vigore all’ennesimo giro di giostra.

Ho comprato Minihorror di Barbi Markovic senza sapere che sarebbe stato un ritorno – un eterno ritorno alla Treehouse of Horror, un piacevole scivolare – attirato come ogni volta dalla fiducia che ripongo nell’editore, dall’alone orrorifico che circondava la copertina colorata, dalla sensazione pop che mi dava l’illustrazione esagerata a orsacchiotti gommosi.

Dunque cos’è Minihorror?

È una raccolta di racconti, ovviamente. Racconti brevi, quasi quadri. Schermi. È anche qualcos’altro: è una sitcom che dà la pelle d’oca. È uno show televisivo messo su carta, un copione che muove come marionette due personaggi principali dentro situazioni sempre più assurde: Mini e Miki, uomo e donna, persone qualunque in un mondo qualunque che farebbe anche ridere se non ci fossero tutte queste cose spaventose annidate in agguato, cugine cannibali e famiglie inquietanti e gatti manipolatori e amici che si frantumano e finiscono a pezzi sul pavimento.

Oltre alla prosa veloce, televisiva, volutamente velocissima come veloci sono le storie che l’autrice inanella in quadri minuscoli e perfetti di pura assurdità quotidiana, a colpire è soprattutto la funzione narrativa dei due protagonisti: sono sagome piatte, maschere vuote, forse siamo noi stessi che ci specchiamo dentro la carta. I racconti sono episodi che finiscono così com’erano cominciati: Mini e Miki, forse solo Mini, da sola al centro di una pagina bianca fra disegnini stilizzati e frasi lampo che rivelano un orrore latente, invisibile sotto la patina opaca delle cose normali che costituiscono la nostra banalissima vita.

Mini e Miki non evolvono, se lo fanno è solo per qualche riga, per finta, per ridere, sono pronti a tornare indietro. Le loro avventure sono le strisce dei primi fumetti, quelle che leggi quando proprio hai finito tutto il giornale: sono cartoni animati, personaggi da scarabocchiare distrattamente quando ascolti una telefonata noiosa – allora perché piangono, hanno paura, scoprono verità tremende?


Accoppiamenti giudiziosi

Nei Simpson la serialità è il punto di partenza perfetto per la comicità. Si inizia sempre da una famiglia, da un ambiente noto e stabile per introdurre piccole perturbazioni, conflitti, problemi che creano spunti comici. Alla fine però non è cambiato niente, era tutto una burla: siamo ancora lì, davanti al televisore, sul divano di pelle marrone. Abbiamo ancora sei anni, per sempre.

È questa la promessa, la maledizione.

Barbi Markovic gioca con questa stessa idea per creare la sua personale versione di orrore: la struttura dei suoi racconti irride il nostro disperato bisogno di stabilità perché demolisce con soluzioni grottesche la certezza che tutto si ripeta per sempre.

Miki e Mini sono prigionieri di questo ciclo, sono personaggi vuoti e lo sanno e proprio per questo le loro storie ci mettono a disagio. Funzionano perché si muovono pur restando inesorabilmente fermi, inchiodati alle loro vicende minuscole da sitcom, all’assurdità del loro ruolo. Sono cartoni animati, archetipi senza una vera storia perché non possono evolversi, come Maggie Simpson che è neonata da trent’anni.

I Simpson hanno smesso di far ridere perché sono diventati un’icona: la stabilità ieratica e maestosa di un santino mal si coniuga col bisogno di profanare che è proprio della commedia. Narrare significa cambiare, significa saper crescere o distruggersi pur di non rassegnarsi all’appiattimento. Come i personaggi di Barbi Markovic. Eppure come ogni maschera eterna, ancora una volta gli abitanti di Springfield riescono a farci riflettere su qualcosa di più profondo: lo sforzo titanico che sarebbe necessario per uscire dallo schema che li inchioda.

È la terribile profezia del demone de La Gaia Scienza di Nietzsche, l’infinità circolare del tempo:

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

Passato e futuro si richiamano incessantemente e si confondono nell’appiattimento colorato di un fondale stilizzato, dei disegni sempre uguali che ripercorrono le medesime gag, dei personaggi che perdono dinamismo proprio perché condannati a diventare simboli, fondali anch’essi, statuette da venerare.

Allora il divenire è una conquista, un trionfo che non disconosce la circolarità ma anzi la accetta creativamente e si fa padrone del tempo e della propria storia: Treehouse of Horror è proprio questo, è la circolarità che si rinnova nonostante tutto, è un dinamismo che riesce a sfruttare la condanna del tempo per cambiare pelle e sperimentare nuove forme di movimento.

Mini e Miki sarebbero perfetti in uno speciale di Halloween, farebbero forse ridere in un altro mondo bidimensionale, con le loro avventure strampalate, sarebbero ridicoli come siamo ridicoli tutti mentre invecchiamo in coda al supermercato, in posta, al lavoro. Anche Mini è una statua inanimata, come tutti noi prigionieri del tempo e del suo ripetersi, è un simbolo senza significato, una figurina senza spessore da incollare sopra qualunque storia. Peccato che ne sia consapevole.



Minihorror

Barbi Markovic – trad. Paola Moretti – Mercurio Books, 2025


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