“Bluets” di Maggie Nelson

Ci si può innamorare di un colore? Ossessione, desiderio, è un mistero quello che lega Maggie Nelson al colore blu: il suo piccolo capolavoro Bluets è un gioco di fuga e seduzione che ricalca lo scorrere ìmpari degli eventi che compongono una vita, fra epifanie minuscole e dolori smarginati.

È blu il cielo, sono blu le cose tossiche e misteriose che germogliano dalla terra, le anomalie incomprensibili, le muffe, gli abissi marini pronti ad accoglierci e annullarci.

Maggie Nelson lavora con la prosa come con una tinta preziosa: si sporca i polpastrelli, lasciando impronte colorate lungo la carta per farci comprendere il suo percorso, fra divagazioni e suggestioni impalpabili. Raramente ho letto passaggi meglio scritti dei suoi micro-capitoli, che sono quasi annotazioni diaristiche e poetiche con cui ci lascia guardare fugacemente dentro il suo rapporto ambiguo con questo colore.

Mi sono divertita a raccontare che sto scrivendo un libro sul blu, senza però farlo. Nella maggior parte dei casi le persone ti offrono storie o spunti o doni, e allora puoi giocare con questi anziché con le parole. Negli ultimi dieci anni ho ricevuto inchiostri, quadri, cartoline, tinture, braccialetti, rocce, pietre preziose, acquerelli, pigmenti, fermacarte, calici e caramelle blu. Mi hanno presentato un uomo che ha rimpiazzato un incisivo con un lapislazzuli, solo perché è una pietra che ama, e un altro che venera il blu con tale devozione da rifiutarsi di assumere alimenti blu e da coltivare solo fiori bianchi e blu nel giardino che circonda l’ex cattedrale blu in cui abita. Ho incontrato l’uomo che è il maggior coltivatore di indaco biologico al mondo e un altro che canta Blue di Joni Mitchell in una struggente esibizione drag e un altro con un viso così derelitto che dai suoi occhi fuoriusciva letteralmente l’azzurro, e quest’ultimo l’ho chiamato il principe dell’azzurro, che era, in effetti, il suo vero nome.

Bluets non è un romanzo. Non è nemmeno un saggio, forse è poesia, forse è tutte queste cose allo stesso tempo: è un viaggio interiore ed esteriore, l’occasione per scandagliare qualcosa di indefinibile attraverso l’arte e la letteratura, la scienza. Sopra ogni altra cosa è un oggetto narrativo non identificato, una miniatura preziosa che sa dosare lirismo e rigore accademico per realizzare qualcosa di intimo e assoluto, sfacciato e spietato allo stesso tempo.

Yves Klein, Untitled blue monochrome (1959)

Il blu non è solo il colore dell’anima, della quiete marina, per l’autrice è anche simbolo della passione carnale e dell’esplorazione del proprio corpo che si traduce in voglia di mangiare, possedere, lasciarsi permeare. Blu è il filo che lega una relazione dagli inizi all’epilogo, blu è la voce triste dei cantanti afroamericani, lo struggimento, il manto incantato del principe delle fiabe, la sfumatura della pelle quando rimane per troppo tempo senza ossigeno.

Come si può esplorare un colore? Possiamo navigare nel blu con le sue parole, berlo e respirarlo, possiamo soffocare.

Maggie Nelson colleziona brandelli di vita, aneddoti e curiosità, mentre s’immerge nella teoria scientifica dei colori, affrontando il tema capitale della visione e della luce e scavando ancora per andare più a fondo, per guardarsi dentro. Non si ferma all’analisi di ciò che la circonda, cerca anzi una corrispondenza, un’assonanza invisibile fra l’ambiente con i suoi accidenti casuali e la propria biografia, la ricerca che è obiettivo di vita e maledizione, immagina traiettorie e deviazioni, punti di contatto.

Il blu – ogni volta – ritorna come un’apparizione salvifica, una forma madornale di chiaroveggenza intravista nel fotogramma in technicolor di un vecchio film o in una canzone di Joni Mitchell, passando per la Bibbia, i panorami magnifici e terribili del mondo, i vestiti dei Tuareg, Goethe e Newton.

Yves Klein, Anthropometry: Princess Helena (1960)

Accoppiamenti giudiziosi

Parallelo e conflittuale al percorso dell’autrice è quello di Yves Klein. Il loro incontro nel libro viene liquidato in fretta: i loro modi di amare il blu non si accordano, peccato, troppo diversi, non riescono proprio a congiungersi. Forse per gelosia, forse per destino Nelson e Klein non sembrano condividere molto se non un’ossessione destinata a trovare sviluppi ed evoluzioni completamente diverse.

All’inizio della sua carriera l’artista francese si era concentrato su grandi tele monocrome – un’educazione sentimentale vorace per conoscere intimamente ogni pigmento, il rosso, il verde, la loro purezza – poi aveva incontrato il blu.

Amore, mania, come per Maggie Nelson, anche il suo rapporto con questo colore è da subito ambiguo e sfaccettato: il furore si trasforma in bisogno di possesso e quindi nella follia di brevettare un colore o almeno il metodo per produrlo: l’International Klein Blue.

Yves Klein, Venus Bleue (1962/1982)

Trovarsi di fronte alle sue opere e alla perversione del suo oltremare perfetto è quasi troppo per un occhio umano: l’impressione vellutata del colore puro steso sulla tela o su una scultura diventa nello sguardo di chi l’osserva oltraggio e illuminazione, così come oltraggiosa e proibita è la sua assolutezza liquida, l’ambizione del suo creatore di unire cielo e terra.

È la con la serie delle Antropometrie che Klein entra in comunione con l’anima di Bluets. L’idea è tanto semplice quanto efficace: spalmare di vernice blu una modella e farla stendere sopra una tela per registrare con il colore il movimento del suo corpo, imprimendo cosi la sua umanità in un appiattimento di tempi e dimensioni.

Come Maggie Nelson, anche Klein qui capisce che l’unico modo per affrontare il blu, per capirlo veramente, è sfruttare l’esperienza umana: un’opera in cui l’essere umano e il colore sperimentano una vera unione, totale, ibridandosi per divenire arte senza bisogno di un pennello.

Leggere Bluets è come ricoprirsi di vernice e gettarsi sulla tela, non serve ragione, basta abbandonarsi. È inutile provare ad affrontare questo libro come un trattato, è meglio lasciarsi trascinare dall’ondeggiare ipnotico della sua prosa – pulitissima, precisa, tersa come il blu più puro – e continuare a vagare in un dialogo muto con un amore perduto, nell’impasto agrodolce dei ricordi, nelle elucubrazioni che illuminano il cervello di connessioni e idee e deviazioni impreviste e lo fanno risplendere – ne sono certo – di una maestosa scintilla color oltremare.


Bluets

Maggie Nelson – trad. Alessandra Castellazzi – Nottetempo, 2023


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