“Mimesi” di Sara Spanò

sotto la scorza pendono crisalidi

morte, che non diventeranno mai farfalle

Primo Levi, Cuore di legno

Via Caboto, via Vespucci; via Vespucci, via Caboto.

Due strade parallele; una vita oscilla tra di esse, da sette anni. 

Caboto; Vespucci. Due esploratori. Loro. 

Il grigiore lattescente del cielo è greve, ma a ravvivare le strade ci sono platani, qualche acero; di ippocastani impostori, come quello in corso Re Umberto che si crede un ippocastano di montagna, nemmeno l’ombra. Quanto a impostura, basta lei.

La sala di consultazione al quinto piano della Biblioteca di Scienze Umanistiche – in via Caboto – è tranquilla, soprattutto a partire da mezzogiorno, l’ora preferita di Egle. 

Il velo di ottundimento da calo di adrenalina – succede dopo ogni scadenza di lavoro – la fa sentire leggera. Può dedicarsi alla revisione del progetto di ricerca post-dottorale per l’Università di Durham. Deve inviarlo entro due giorni. 

Prima di decidersi, Egle ha pensato – chissà perché – a un episodio del Paradiso di Dante: Gregorio Magno, viste con i propri occhi le gerarchie angeliche, scopre di essersi sbagliato nel descriverle e ride di sé. Egle aveva scritto un articolo nel 2014, quasi per caso, per gli atti di un convegno; non le era costato fatica. Sorride, inspira a fondo. Tante cose non le sono costate fatica: presentarsi, da perfetta sconosciuta, a un concorso di dottorato in filologia classica il giorno dopo la laurea; vincerlo; reinventarsi; pubblicare su riviste prestigiose al primo tentativo; eccellere. È un impostore, ma ingenuo, scriveva Levi dell’ippocastano cittadino. Quello che non si è guadagnato con fatica è immeritato, senza valore, effimero; questo le è stato insegnato. Così, Egle ha riso dei propri talenti dissepolti, guarda come luccicano, ma è oro dello sciocco; li ha sotterrati di nuovo, in un gorgo denso, nell’apnea di un lavoro da remoto che le dà molto, ma non quello che desidera. Una parete di vetro contro cui battere la testa a ogni successo professionale. 

Basta. Bisogna completare questa richiesta.

Gregorio Magno, ancora lui: un commento al libro del profeta Gioele, un solo testimone manoscritto del XII secolo custodito nel convento dei Frati Minori Cappuccini di Sant’Agnello di Sorrento; un unicum, dove il peccato mortale dell’accidia – atonia meridiana dell’anima – è chiamato acedia,senza la consueta galassia di sinonimi gregoriani, taedium tristitia torpor eccetera. Un falso? No; andrà a esaminarlo, dimostrerà il contrario. Nonostante l’accidia.

Le revisioni ricevute sono minuziose, ma non entrano troppo nel merito della ricerca. Buon segno. La cura linguistica messa da Giles Kaster, professore di storia altomedievale, fa ben sperare Egle; un’affiliazione temporanea all’università di Durham eliminerebbe lo scoglio formale maggiore per la sua richiesta di borsa di studio.

Sarebbe bello.

Un fruscio – forse un battito d’ali – distrae Egle, che guarda verso l’angolo superiore della finestra di legno scuro, alla sua destra. Da lì una volta un corvo si era scagliato giù, in picchiata. Il suono che ha sentito ora, però, è appena percettibile.

Egle si guarda intorno; la sala è vuota. 

Un manoscritto giace aperto sul tavolo due file davanti a lei – prima non lo aveva notato. Copertina blu scuro, formato piuttosto grande, forse un in folio. Egle si avvicina, con curiosità: si direbbe un trattato di botanica. 

Alla carta 121v., una composizione deliziosa: un ramoscello verde, una teoria di campanule bianche incorniciano due rose rosa; al centro della pagina, sul gambo di uno dei due fiori, accanto a una fogliolina carnosa, una farfalla grigia e nera – riflessi metallici, un occhio per ogni ala. La farfalla sembra avere una tridimensionalità insolita, pare in rilievo sulla superficie di pergamena. 

Che perizia questi illustratori, peccato non avere i guanti – a lei, per consultare semplici edizioni, non servono. Una nota a matita su un foglietto: sigillo di Salomone (Polygonathum odoratum); rose (Rosa alba); farfalla occhio di pavone (Aglais io). 

Aglais io. Egle sussurra quel nome, sorride, torna al proprio posto. Il lavoro sulle revisioni scorre, leggero. Egle dovrebbe sentirsi stanca, ma al rientro a casa – in via Vespucci – è piena di energia, sorridente, lei che è sempre appesantita dallo stress e dalla solitudine. 

In camera, Egle accende l’abat-jour beige sul comodino in noce e getta uno sguardo al quadro appeso alla parete sopra la testiera in ferro battuto: la giovane donna bruna con la maschera in mano ritratta nella copia di Doppio inganno di Lippi. Lascia cadere il maglioncino blu scuro e i pantaloni neri sulla savonarola accanto al letto, accarezza le lenzuola di cotone – le sue preferite, quelle violette con le rose bianche stampate – si corica, inspira profumo di gelsomino. Con le braccia incrociate dietro la testa, Egle passa in rassegna gli otto motivi del rosone in gesso, il lampadario a campanule in vetro opaco e ottone. Sta ancora sorridendo mentre lo sguardo percorre il soffitto incorniciato e scivola sull’angolo destro, vicino alla finestra dagli infissi in alluminio smaltato, dove la vernice color avorio si screpola, lasciando intravedere un alone verdastro dai bordi smerlati. Ah, quella macchia di muffa, pensa, prima di addormentarsi.

Sarebbe bello.

Al mattino, viene svegliata da un fruscio. 

Egle guarda in su, verso l’angolo vicino alla finestra, dove c’è la macchia di muffa; lì accanto, una grande farfalla grigia e nera – riflessi metallici, un occhio per ogni ala – batte le ali, forse tenta di uscire, la sua smania disegna ombre sulla parete. È bellissima. Più ancora delle farfallette bianche, piene di luce, che rincorreva da bambina tra le aiuole nel giardino dei nonni – irradiavano buonumore. Egle non riaprirebbe più le finestre, lascerebbe la farfalla lì a svolazzare – avrebbe abbastanza spazio, no? –, ma sa di doverla liberare. Apre la finestra, e la farfalla si avvicina, si allontana, gira in tondo, sembra non voler uscire.

Come vuoi, dice Egle, e raccoglie un respiro; deve prepararsi per la giornata. Si veste, indossa le scarpe, poi lo sguardo si ferma sul cassetto del comodino. Lo apre e cerca l’astuccio blu scuro, cerca il regalo dei colleghi per la festa di fine dottorato: un ciondolo in cristallo e argento, un fiore stilizzato dai petali viola. 

Dopo qualche ora di ricerche e scrittura, il lavoro sulle revisioni è finalmente concluso. Egle invia speranzosa il testo con le modifiche al professor Kaster. Chissà come sarà ricominciare, lontana da qui.

Sarebbe bello.

Egle tira un sospiro e lascia vagare lo sguardo intorno. Il manoscritto è sempre là – ma non se ne occupa nessuno? –, così come la farfalla. Egle si avvicina, la osserva con più attenzione: c’era qualcosa di diverso. La posizione, forse? Ora è rivolta alla finestra, pronta a spiccare il volo: è di buon auspicio. Che fai, mi segui e poi non ti ricordi dov’eri? sorride Egle, e torna a sedere.

La aspetta un’e-mail del professore di Durham. Non sa se aprirla subito o no. Inspira.

Un fruscio, un battito d’ali, la convince.

Non può crederci: è l’affiliazione temporanea.

Il processo di selezione è affidato a una commissione esterna, le spiega Kaster, ma per Egle questo è secondario: può concorrere. Un’ultima rilettura, poi l’invio mediante la piattaforma dell’università, il giorno dopo, il giorno della scadenza. Qualcuno ha fiducia in lei. Se non fosse in un luogo pubblico e silenzioso si metterebbe a saltare e a urlare di gioia.

Sarebbe bello.

Egle sta sorridendo, ancora prima di svegliarsi; i suoi sogni sono stati ariosi, pieni di luce, di farfallette rincorse e di aiuole fiorite viste dall’alto, traboccanti di rose rosa e di flessuosi rami di sigillo di Salomone, tintinnanti di campanule bianche. 

Aglais, al solito angolo, ha sanato la macchia di muffa – parrebbe impossibile, eppure è avvenuto, constata Egle alzandosi dal letto –, crea giochi di ombre più ampi e, soprattutto, ha indossato un nuovo vestito: le sue ali si sono tinte di rosso, gli occhi su ogni ala di viola. È stupenda. Egle – basta con i colori cupi! – sceglie un abito colorato che non indossava da quella stretta di mano alla proclamazione di dottorato, l’ultimo atto della sua vita accademica prima di sette anni di stagnazione. Vi compenserò delle annate divorate dalla locusta e dal bruco – ma cosa ti viene in mente? sì che Gioele lo conosci a memoria, però; Egle sorride, scuote la testa; per fortuna lo stick di rossetto rosso non è ammuffito.

Sarebbe bello.

Prima di sedersi alla solita postazione, Egle va a rendere visita al manoscritto, con trepidazione: la farfalla ha ali rosse, occhi viola, accende la composizione sulla pagina. Egle sorride, si siede davanti al portatile per rileggere e inviare la richiesta.

La attende un’e-mail del professor Kaster, inaspettata, senza oggetto.

In allegato, un articolo del 2021 di Padre Jérôme Hertzka, benedettino francese in cattedra alla Sorbonne, dal titolo Encore sur l’attribution des Expositiones in librum prophetae Ioelis à Grégoire le Grand

Il suo testo. Il suo manoscritto.

Perché non ha rinnovato l’abbonamento alle rassegne di studi aggiornate?

Egle comincia a leggere; già dall’abstracttutto si sgretola. 

Il saggio archivia la questione con modalità categoriche, attribuendo l’opera, sulla base di testimonianze manoscritte coeve, all’abate Arsicio, vissuto nel XII secolo. 

Tutta l’architettura del progetto di ricerca di Egle ha la solidità di un castello di sabbia in balìa di un trickster irrequieto. Lei lo vede franare con i propri occhi. Dal basso.

La sabbia la travolge, le invade gli occhi, il naso, la bocca; si fa strada nel suo corpo, la soffoca. Egle non sa più se il cuore stia pompando sangue o sabbia.

Se siano passati secondi, minuti, ore, Egle non lo sa; ora però può respirare. 


Si alza, inciampa sui propri piedi, le gira la testa, e a fatica raggiunge il manoscritto. Egle sgrana gli occhi: sulla pagina, Aglais è tornata ad essere grigia e nera – riflessi metallici, un occhio per ogni ala – e a voltare le ali alla finestra. 

Rientrata a casa, barcollante, Egle abbassa le tapparelle, si siede sul letto, accende l’abat-jour, passa macchinalmente un dito sul comodino. Sui polpastrelli restano pigmenti colorati, impalpabili. Tracce di Aglais. Egle pensa ai propri disegni di bambina, colorati sfumando con le dita lo scarto delle matite temperate. Vorrebbe sorridere, ma gli angoli della bocca sono troppo pesanti.

Tre giorni passano nella stanza di Egle, alla luce tenue dell’abat-jour, su cui Aglais, grigia e nera, si è posata, battendo le ali inquieta. Strisce d’ombra si sono intrecciate sulla parete, fino al soffitto – all’angolo c’è muffa, di nuovo, oppure ombre, oppure entrambe, ma che differenza fa? Tra via Vespucci e via Caboto, così vicine, c’è un abisso, ormai. Quando Egle è costretta ad alzarsi dal letto, strascica i piedi, il pigiama nero a pallini bianchi, un peso immane che la schiaccia. 

Aglais non c’è più. L’ha lasciata sola. Restano soltanto le tracce colorate che Egle continua a trovare sul comodino. 

Il manoscritto è ancora là, sul tavolo. 

Alla carta 121v., una composizione deliziosa: un ramoscello verde, una teoria di campanule bianche incorniciano due rose rosa; sul lato destro della pagina, appoggiato al gambo di uno dei due fiori, proteso su una fogliolina carnosa mezzo divorata, un bruco nero a puntini bianchi. Il bruco sembra avere una tridimensionalità insolita, tanto da apparire in rilievo sulla superficie di pergamena; si lascia dietro – visibile fino all’angolo inferiore destro della pagina – una scia di pigmenti rossi, viola e argentei.


L’Autrice

Sara Spanò, calabrese nata al solstizio d’inverno a Torino, dove ha conseguito un dottorato in filologia classica. Dopo aver vissuto in tre Paesi, si è fermata a Brema, dove attende che i musicanti smettano di gozzovigliare e varchino le porte della città. I suoi racconti sono stati pubblicati online su “inutile”, “Racconticon”, “Malgrado le mosche”, “Enne2”, “Wertheimer”, “Nabu”; in versione cartacea su  “Erbafoglio. Rivista di cultura poetica” e su varie antologie. Il suo racconto “Agnus Dei” si è classificato nella cinquina finalista del premio Zeno. 

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