“Aliena” di Phoebe Hadjimarkos Clarke

Una donna fuori posto, una cagna clonata, attorno a loro la campagna francese che culla dicerie e sospetti, nei campi trappole e animali smembrati. In Aliena di Phoebe Hadjimarkos Clarke (Atlantide, 2025) la violenza si mescola col paesaggio rurale, penetra nel terreno e avvelena ogni cosa. È invisibile eppure è presente in ogni pagina, in ogni parola.

Fauvel si è data un nome da sola, un nome ferino che vuole staccarsi dall’umanità e dalle sue implicazioni, dai suoi esausti schemi di potere: dopo aver perso un occhio negli scontri con la polizia durante una manifestazione, Fauvel cerca di rimettere in sesto la propria vita allontanandosi dalla città e accetta così la proposta del padre di un’amica d’infanzia. Il suo incarico è semplice, banale: tenere d’occhio la sua cagna Hannah mentre lui sarà in vacanza.

Hannah è palindroma, ambigua, soprattutto è clonata da un’altra cagna che ora osserva ogni cosa dal soggiorno, impagliata. A differenza della sua omologa ormai defunta, la nuova Hannah è aggressiva e selvatica, evade continuamente dalla sua casa, ringhia, aggredisce gli altri animali. Le persone del luogo pensano che sia proprio lei la causa delle continue morti misteriose del bestiame che da qualche tempo affliggono la zona.

Così, mentre Fauvel si lascia assorbire dal pastoso colare della vita di campagna, sullo sfondo di una tensione intangibile eppure evidente, i boschi che la circondano si punteggiano di cadaveri, animali brutalmente ammazzati, strani ritrovamenti che sembrano collegarsi in qualche modo alle vecchie vicende di rapimenti extraterrestri di cui molti continuano a blaterare.


Combat de Jacques André Portefaix et de ses compagnons contre la Bête du Gévaudan (XVIII Secolo)

Qualcuno li studia, con piglio moderno, provocatorio, provando a evadere con la scienza e il suo rigore dall’assurdità di questa campagna sigillata, qualcuno li insegue e ne è irresistibilmente affascinato: è uno strano magnetismo, un’attrazione erotica e ossessiva verso i corpi sgraziati dei cacciatori, tutti reduci da incontri del terzo tipo, forse è solo il richiamo della violenza che disgusta e attrae, soggioga in ogni sua forma.

L’autrice per questa storia equivoca e soffusa sceglie un linguaggio veloce, leggero, che aleggia sulle vicende con la consistenza di un incubo: l’assurdo mai chiarito, lasciato solo intravedere nel rigoglio della campagna e dei boschi, non rompe mai l’incantesimo di una narrazione che corre sul filo sottilissimo teso fra prosa realista e fantastico.

L’intersezione originale di un tema fantascientifico e di uno squisitamente sociale creano così un doppio binario di lettura particolarmente efficace: da un lato l’avventura weird, sulle tracce di un predatore misterioso, alieno, nascosto, dall’altro il reiterarsi di una forma strisciante di dominio e repressione, la prevaricazione dell’uomo sulla donna, dello Stato sull’individuo, della razionalità sulla spiritualità.


Accoppiamenti giudiziosi

Non a caso Fauvel è una donna, una persona che si trova senza lavoro, senza obiettivi concreti, un’outsider tanto per il mondo logoro della campagna francese quanto per la società frenetica e produttiva della metropoli da cui è evasa. Il suo essere aliena la pone dall’altra parte del confine, a cavallo fra la realtà prosaica della Francia contemporanea e l’altrove, il regno dei miti e delle leggende metropolitane che non conosce logica né moderazione: hic sunt leones, e le prede lo possono confermare.

Sono molte le suggestioni che Hadjimarkos Clarke sparge nel suo romanzo, a partire dalle leggende sulla bestia del Gévaudan che nel XVIII Secolo terrorizzò la Francia rurale senza venire mai realmente identificata. Lupo mannaro, uomo, alieno?

Il suo discorso sulla bestialità, fra visioni fantascientifiche e memorie personali, non può prescindere da un esame disilluso e tagliente sul dissidio fra ordine e libertà: da un lato l’organizzazione paramilitare dei cacciatori, la violenza della polizia contro i manifestanti, il controllo degli uomini sul corpo delle donne e sulle loro menti, le buone maniere e le convenzioni sociali, il lavoro, la famiglia, dall’altra la fuga, la connessione con la natura e i suoi cicli, l’accettazione del desiderio e della rabbia, la nudità scabrosa e chiarificatrice di fronte alle divise, ai distintivi, alle maschere.

Qual è allora la vera bestialità, chi è il mostro?

È una corrispondenza delicata ma persistente quella che unisce la vicenda di Fauvel al film Men di Alex Garland.

Anche qui incontriamo una donna, Harper, reduce da un trauma. Anche qui una minaccia velata, strisciante eppure onnipresente assume la forma di una moltitudine di uomini – vicini, mariti, padri, mostri, alieni? – capace di accerchiare la protagonista e soffocarla anche solo con la loro presenza ingombrante e con la maglia strettissima del loro gioco.

Il film è ambiguo, oscuro, teso. È reso ancora più angosciante dal fatto che gli uomini sono tutti interpretati dallo stesso attore.

Come nel romanzo di Hadjimarkos Clarke, anche qui la violenza svolge un ruolo ambiguo, allo stesso tempo oppressivo e liberatorio: le sequenze più splatter non si accontentano di essere una parentesi pensata per sconvolgere lo spettatore ma rivendicano un ruolo fondamentale e catartico all’interno della trama, ben radicate come sono nella simbologia dell’Uomo Verde, che simboleggia tanto l’idea di rinascita quanto il reiterarsi ciclico della forza distruttrice maschile.

Harper e Fauvel sono aliene nel dominio tossico dei maschi, sono vittime, ma sono anche l’elemento sovversivo che porta a compimento l’orrore e con esso il cambiamento. Sono il superamento dell’indicibile, dell’assurdo: la loro paura e lo smarrimento nei confronti di un ambiente ignoto, certamente ostile, definiscono presto la profondità della sopraffazione e rendono madornale, incancellabile la violenza latente che è sottesa a ogni meccanismo di potere.


Predatori o prede?

Aliena funziona bene perché non offre risposte scontate e non si presta a letture manichee. La bella principessa e la bestia feroce coincidono nel corpo morbido e pericoloso della cagna Hannah, che è un essere libero e brutale, indomito, ma anche in quello martoriato di Fauvel: sono due creature liminali, gemelle, sono le uniche in grado di uscire volontariamente dal dominio del razionale per saziarsi d’assurdo e ribaltare le regole.

La bestia è l’unica che può aggredire l’oppressore, mordere la società, sbranarla: è il caos fecondo che si oppone all’ordine sterile, è la natura che reclama la sua centralità in un meccanismo perverso fatto di consuetudini e regolamenti, di razionalizzazioni forzate, di pensieri a senso unico: la bestia, la donna, l’aliena.



Aliena

Phoebe Hadjimarkos Clarke – Atlantide, 2025


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