“Raccattacadaveri” di Juan Carlos Onetti

Nella storia della letteratura gli autori hanno fatto parlare più o meno ogni cosa: gli animali, gli alieni, a volte persino gli oggetti. Li hanno personalizzati, li hanno resi vivi, li hanno resi in un certo senso personaggi.

È più raro che questo accada con una città, con una cittadina per l’esattezza, come la Santa María tratteggiata dal grande Juan Carlos Onetti: non un paradiso, certo, non il carnevale colorato della Macondo di Márquez, ma d’altronde il mondo non finisce lì, nel realismo magico, il mondo prosegue e ristagna in pozze di umanità che diventano sempre più profonde mano a mano che si osa avanzare nella loro acqua torbida.

Onetti ha fatto della sua cittadina uruguaiana un vero personaggio – composito e complesso, contraddittorio, un vero alveare senza ordine e senza regine – dedicandole un’intera saga, esplorandola in ogni angolo con una prosa sorniona e disperata, mai banale.

Ci vuole uno sguardo speciale per riuscire a cogliere le sfumature di un’intera comunità e a rappresentarle con pochi dettagli perfetti: la voce di Onetti regna su questo panorama ineguale, permea ogni cosa col suo modo di guardare alle cose trapassandole, aleggiando fra i personaggi come uno spettro.

George Grosz, The Pillars of Society (1926)

In Raccattacadaveri, nostro casuale punto di partenza per questa esplorazione incauta, Onetti ci trascina al centro di un conflitto, quello sorto attorno all’idea di costruire una casa di tolleranza e affidarla alla gestione dello scalcagnato contabile Larsen: lenone per vocazione, per passione raccoglitore di prostitute malandate, raccatta-cadaveri che incarna alla perfezione l’idea del fallito onettiano.

Larsen rimedia professioniste troppo grasse o troppo magre, inadeguate come lui ad esistere e a trionfare, eppure si muove con una certa grazia in questo ambiente vivo, che pullula di personaggi minori, ritratti che sgomitano per guadagnarsi anche solo per qualche pagina un posto da protagonisti: il malconcio dottor Diaz Grey, il farmacista-consigliere, il giovane Jorge innamorato della vedova di suo fratello, il curato.

Basta un’occhiata per capire quanto siano sfaccettate e reali queste maschere con cui Onetti riveste i mille volti della sua cittadina, le loro storie minuscole crescono e si intrecciano a formare un sottobosco rigoglioso e squallido, grottesco e vibrante.


George Grosz, The Funeral (1917-18)

Le caratteristiche di un buon autore spesso coincidono con quelle di un buon osservatore: la capacità di cogliere velocemente la realtà che sta nascosta dietro la parvenza delle cose, l’acume, la propensione a farsi attraversare dall’umanità e accoglierla dentro di sé per poterla sperimentare in modi inediti, per comprenderla e smontarla o anche solo per imparare veramente a guardarla.

Onetti è indubbiamente un grande narratore, un ottimo osservatore, e ci parla di Santa María attraverso la storia del suo sfortunato bordello, un progetto fallimentare e assurdo che nasce con la predestinazione della disfatta impressa addosso. È un sogno degno di Herzog, un teatro lirico nella giungla con più fumo e più alcool, è la volontà di guardare diritti in faccia il fallimento e continuare ad avvicinarsi, spavaldi e strampalati, alla propria fine.

Larsen è apatico e solitario, è l’esatto opposto di un eroe che macera in un perenne senso di rivalsa fra storie accennate e ricordi che lasciano intuire la vastità del mondo non narrato che sta dietro, l’universo solo immaginato della vera letteratura che risiede oltre la carta stampata.


Accoppiamenti giudiziosi

Il modo con cui Onetti ritrae i suoi personaggi ricorda lo stile – grottesco e amaro allo stesso tempo – di George Grosz.

Nonostante la distanza enorme che li divide – temporale ancora prima che fisica – il narratore uruguaiano e il pittore tedesco condividono una certa inclinazione al tragicomico e una volontà chiarificatrice che li porta ad esplorare l’animo umano oltre lo schermo della semplice fisicità per ritrarre, con la penna o con il pennello, ciò che sta dietro le pose e le convenzioni.

George Grosz,
Deutschland, ein Wintermärchen (1919)

Grosz fa propria l’esperienza dada e quella futurista per allestire scenari caustici che bersagliano il potere nel contesto a lui contemporaneo della fragile Repubblica di Weimar: a collegarsi al tratto onettiano sono però i suoi personaggi, militari e civili, borghesi con la testa fumante che nel contesto vivido e deforme della città

Grosz come Onetti non illude lo spettatore, non costruisce panorami mozzafiato o storie variopinte di magia: a loro basta la vita, la sua raffigurazione vera e abrasiva, fatta di angoli assurdi e figure abbattute che si trascinano nell’ombra delle proprie storie sbagliate.

A chiarire l’approccio sarà la stessa voce dell’autore, che s’insinua imprevista nell’esistenza della sua creatura, come un graffio, come un appunto distratto ed essenziale:

È facile disegnare una carta del luogo e un piano di Santa Maria, oltre a darle un nome; ma occorre mettere una luce speciale in ogni negozio, in ogni androne ad ogni cantonata. Bisogna dare una forma alle nubi basse che vanno alla deriva sul campanile della chiesa e sulle altane con parapetti di color crema e rosa; occorre distribuire masserizie disgustanti, occorre accettare tutto ciò che si odia, occorre trasportare gente, da non si sa dove, per tarla abitare, insudiciare, commuovere, essere telice e sciupona. E, nel gioco, occorre che gli fornisca corpi, esigenze di amore e di denaro, ambizioni dissimili e coincidenti, una fiducia mai valutata nell’immortalità e nel merito dell’immortalità; devo fornirli di capacità di dimenticanza, di viscere e di volti inconfondibili.

La linea tesa fra Germania e Uruguay da queste due personalità così diverse taglia al piede ogni forma di eroismo: il loro legame è la sconfitta, l’inutilità del trionfo di fronte alla complessità brulicante del mondo che insiste a rincorrere le sue imprese nell’abbraccio languido della disfatta che si avvicina, attraversando come meteore infuocate le vite che scelgono di intrecciare alla propria e rischiarandole per un momento, fra il riso e il pianto, donando un barlume di grazia alla loro squinternata assurdità.

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