La sveglia segna le 22.00. Eccolo lì, solo, spaparanzato sul suo scomodissimo divano del salotto. Sta ascoltando alla radio la storia di un tizio. Almeno così sembra. A vederlo si direbbe privo di coscienza, anestetizzato dalla quotidianità. Oggi fa una settimana che dorme su quel divano, comunque. La cosa assurda è che ha una camera tutta sua, con un letto vero. Cioè, ha un’alternativa ma non la usa. In effetti ha proprio l’aria di uno a cui le alternative vantaggiose risultano essere le più scomode. Ma è per l’appunto solo un’impressione, la verità è che irrecuperabilmente annoiato.
La vestaglia che indossa da settimane è aperta. Senza nemmeno volerlo si ritrova a guardarsi l’ombelico. Non osa nemmeno toccarlo, però, perché ha il presentimento che possa risucchiarlo come un buco nero. Vorrebbe essere un fumatore accanito, in questo momento, un fumatore che ha consumato rapidamente la sua ultima sigaretta, così avrebbe una scusa valida per fiondarsi fuori a comprare una stecca e uscire da questa stanza. Peccato, pensa, che le sigarette e le dipendenze dalle sostanze mi hanno sempre fatto schifo.
Alla radio un radiofonico, con la sua voce insopportabilmente nasale e sottile, sta raccontando di come sia vivo per miracolo. Mentre stava distrattamente per attraversare la strada con il rosso, un cane è spuntato miracolosamente dal nulla. In un istante ha afferrato con i denti la giacca del tizio e lo ha trascinato in salvo sul marciapiede, appena in tempo per evitare di andare a finire sotto un autobus. Il cane come è venuto se n’è andato: dissolto nell’aria. Pare che il tizio non l’abbia nemmeno visto. Infatti è da giorni che lo cerca per ringraziarlo, ma senza risultati. Ha fatto anche un suo ritratto.
«Un ritratto» ripete lui tra sé e sé schiacciandosi un punto nero all’altezza dell’ombelico. «È come ha fatto a fare il ritratto di un cane che dice di non aver nemmeno visto?».
Allunga il braccio e spegne questo vociferare inutile. Mantenendo la posizione, si stende ancora un altro po’ per prendere il giornale che ha lasciato la scorsa notte sul comò alla sua destra. Proprio ieri, infatti, si è messo di malavoglia a sfogliare le pagine degli annunci di lavoro. Non c’era niente che facesse al caso suo, che suscitasse minimamente il suo interesse. Mentre se ne stava lì, sul divano, intento ad abbozzare un disegno di vita, ha realizzato che era da un paio di minuti che non prendeva fiato. Solo a quel punto si è chiesto quali fossero le sue priorità.
Gli tocca distogliere lo sguardo dal suo ombelico e vedere dove si è cacciato quel maledetto giornale. Il giornale non c’è. Ritirando il braccio, però, incontra il telefono. Dato che ci sono, pensa, posso approfittarne per chiamare qualcuno. Perché è chiaro, si capisce, che se non chiama qualcuno adesso potrebbe vomitare e affogare nella sua apatia liquida, giallastra. E se chiamassi Giulia? si domanda. Un pensiero gli fa rizzare il cazzo. Mentre si sfiora lascia galoppare l’immaginazione e abbraccia con decisione l’illusione di ottenere un briciolo di piacere, una qualche sorta di soddisfazione. Ma ecco che, quando arriva quel cieco invasamento, si sente più triste di prima. Ha una tristezza dentro che è più fitta della foresta dell’Amazzonia. Il problema delle fitte foreste è che per quanto sono grandi, non ci si ricorda mai dove si è costruita la base, la capanna artigianale simbolo dell’identità. Questa è la tristezza: quando ci perdiamo, incapaci di ritrovare la strada di casa. E vaghiamo, vaghiamo per cercarla in quel denso intreccio di alberi e ci convinciamo che siamo sul sentiero giusto. Poi, quando il sole scenderà e comincerà a fare buio, ci illuderemo ancora una volta pensando: per questa notte troverò un posticino al caldo e cercherò di riposare e domani, con la luce del sole, riprenderò il cammino, perché sento di essere vicino. Ma nella foresta la strada del ritorno la si trova solo se si è equipaggiati di una bussola interiore intatta. La sua si è rotta. Non ne ha un’altra. Oppure, in alternativa, bisogna trovare qualcuno che conosce meglio di noi quella foresta.
Il flusso dei pensieri pare abbia rallentato la corsa; merito forse dell’endorfina in circolo nel sangue. Tutto si muove lentamente, adesso. Tutto tranne il suo sguardo, che ritorna a fissarsi sul telefono. Lo porta all’orecchio. Un sentimento di aspettativa gli infiamma improvvisamente lo spirito.
«Pronto?» fa, ma sa che si è immaginato tutto. Nessuno chiama, nessuno lo aiuterà se non cerca aiuto.
Scorre i numeri della rubrica, va alla G. Preme il tasto verde. Squilla. Decide di mettere il vivavoce, così se qualcuno dovesse rispondere l’eco della voce raggiungerebbe le pareti della casa che successivamente lo intrappolerebbero, almeno per un po’, e lui non si sentirebbe così solo.
«Pronto?» sente dirle, ha la voce bassa. «Giorgio, mi senti?» grida il suo nome con voce energica. A questo punto lui le risponde.
«Giulia? Ti disturbo?»
«Sì. Stavo mangiando.»
La sente masticare, muovere la mandibola.
«E cosa ti stai mangiando?»
«Avanzi. Sto mangiando solo degli avanzi.»
«Io ho saltato la cena, mi sento lo stomaco chiuso.»
«Come mai?»
«L’ansia. Lo sai che somatizzo tutto sullo stomaco.»
«Ancora non hai trovato niente di buono?»
«Nada! Forse dovrei riconsiderare l’idea di tornare a Berlino» le dice. «Cosa ci resta, qui? In Italia combattiamo contro i mulini a vento».
Un’ombra cala su di lui, perché sa che a Berlino dovrà combattere contro qualcos’altro, qualcosa di più terrificante. Berlino è piena di gente sprovvista di una bussola interiore intatta. Esattamente come lui. La differenza sostanziale è che sono molto più bravi a pretendere di sapere dove stanno andando.
«Che palle» intona scocciata.
È stanca delle sue lagne. Lo è anche lui. Come sa bene che è la mancanza di un piano a inchiodarlo all’angolo, con le spalle al muro.
«Facile per te dire che palle… Tu un lavoro ce l’hai.»
«Non sono mica nata con il lavoro, io. E poi con chi te la prendi se a te non sta mai bene niente?»
«Sì, sì. Lo so. È un periodo di merda, Giù.»
«Hai bisogno di distrarti. Come mai non sei venuto al pub ieri sera?»
«Se eri così curiosa di saperlo, perché non mi hai chiamato?»
«Dio santo, Giorgio! Era semplicemente per fare conversazione. Anche perché sono sicura che perderemo il tempo a farci domande del cazzo, girando come al solito intorno al problema, perché tu non vuoi chiedermi quello che mi vuoi veramente chiedere, che è poi la ragione per cui mi hai chiamata. Quindi, perché non la fai finita una volta per tutte, eh?»
«Per “farla finita” intendi dire che mi devo ammazzare? È questo quello che mi stai dicendo?»
«Notizia dell’ultima ora: tu, mio caro Giorgio, sei un cacasotto! Ti rendi conto che non prendi nemmeno la macchina perché ti spaventa la possibilità di graffiarla, santo iddio? E hai paura a mischiare il dolce con il salato, o a farti la doccia dopo i pasti. Figurati se hai le palle per ammazzarti! Io intendo dire di farla finita con queste chiamate. Sono giorni che mi chiami, sempre a quest’ora tra l’altro, perché ti senti triste e solo e vorresti chiedermi di venire da te, bere un bicchiere di vino assieme. Non è così? Già ti immagino, sai? Sdraiato sul quel divano, a contemplarti l’ombelico e pensare…» fa una pausa, sospira, poi aggiunge «In realtà non ho la più pallida idea a cosa pensi, ma so che potresti usare il tuo tempo per fare altro. Questo so. E invece tu, che cosa fai?»
«Penso a te.»
«Era una domanda retorica! Pensa a cambiare piuttosto, Giorgio. Ci vediamo.»
«Aspetta!»
«Che c’è?»
«Perché quel giorno mi hai vomitato tutte quelle cose addosso?»
«Ero arrabbiata! E sai una cosa? Non so perché continuo ad arrabbiarmi con te. Non ne conosco la ragione, e questa cosa mi fa ancora di più arrabbiare. Sono arrabbiata con te perché non reagisci e rifugiarti nel tuo vittimismo ti sembra la soluzione più saggia? Sono arrabbiata con te perché pensi sempre di sapere come gira il mondo ma in realtà non sai proprio un cazzo? Non lo so, veramente. Comunque non ho voglia di parlarne. Anzi, non c’è proprio più niente da dire. Ci vediamo, Giorgio.»
Riattacca e l’eco della sua voce rimbomba, lo stordisce. Posa il telefono, si alza e va in bagno. Non l’avesse mai fatto, è un porcile.
Apre l’acqua calda, la lascia scorrere affinché il vapore dilati i pori. Il vapore lo purifica, toglie tutte le croste di sporco. È l’unico mezzo che conosce per sentirsi più pulito. Si spoglia e sente già la pelle cambiare. Accende la radiolina comprata a un prezzo modico al mercato delle pulci ed entra nella doccia. C’è sempre lui: il tizio del cane. Mi perseguita, pensa. Sta raccontando di come un passante, che ha assistito all’intera scena, gli abbia descritto nella maniera più dettagliata possibile il cane: la razza, il colore del pelo, la lunghezza della coda e delle orecchie. Il tizio non perde tempo e proprio lì, mentre il passante si sforza di fornire un quadro delle caratteristiche fisiche più esaustivo possibile, tira fuori dalla borsa un quaderno da disegno e una matita e fa un ritratto del cane. Una volta terminato, lo consegna al passante. Quest’ultimo confessa imbarazzato che il ritratto del cane è molto distante dalla realtà. Il tizio gli domanda per quale motivo e il passante spiega che il ritratto non corrisponde minimamente alle descrizioni fornitegli. “E di chi è la colpa?” chiede il tizio. Quello, stupito dalla domanda, non sa cosa rispondere.
«La realtà» soggiunge il tizio del cane, «per voi che pensate di godere del senso della vista, è sempre troppo complicata. Per questo motivo vi annoiate facilmente e perdete interesse per ogni cosa.»
Il giorno seguente fa delle copie del disegno, scrive il suo indirizzo e il recapito in frontespizio e si mette a tappezzare i muri dell’intera città offrendo una ricompensa a chiunque lo trovi.
L’acqua bollente scorre lungo la pelle, lo ustiona. Tra un po’ lo squaglierà fino a ridurlo in liquido e andrà tutto giù lungo lo scarico. Si dissolverà e andrà a finire chissà dove, in chissà quale mare, e quasi sicuramente poi inquinerà anche quello. Ma la storia del tizio del cane arrivato a questo punto comincia a smuovergli qualcosa dentro. Il tizio racconta che quella mattina, quando era uscito di casa, stava immaginando di essere qualcun altro. Per questo motivo, senza accorgersene, aveva attraversato la strada con il rosso. Si era distratto, perso in quelle chimere. Ma non stava immaginando, ci tiene a specificare, di essere un vedente, portare un cappello e fumare una pipa mentre meccanicamente percorreva la strada che lo portava a lavoro. Stava immaginando semplicemente di essere qualcun altro, qualcuno privo di intenzioni e propositi. Sia pure un vedente con un cappello e una pipa; ma qualcuno che prima di tutto ha imparato a non essere, a perdersi.
Chiude gli occhi e stringe i pugni. Sembra stringere tutto in quei pugni, adesso, anche l’acqua, che non gli scappa, che non gli scivola. È come se il tizio gli stesse dicendo di non mollare, di non lasciare scivolare niente.
«Di chi è la colpa se la realtà è così complicata?» mormora.
Queste parole sono un elogio allo strazio e un inno alla vita, pensa. Essere qualcun altro. Quel nessuno, in particolare.
«Ok, tizio del cane. Ci sono. Anzi, non ci sono. Adesso esco dalla doccia e vado… No, che dico, non vado da nessuna parte. Sono un altro, privo di propositi e intenzioni». Allora continua a stringere i pugni, a strizzare gli occhi, a desiderare di vivere per essere qualcun altro. L’acqua lo sta veramente ustionando e pensa che adesso, se stringe i pugni così forte, è perché lo sente sto dolore, lo riconosce e gli dà un nome. La pelle sarà rossa, strinata. Deve aprire gli occhi, per vedere. Li apre.
«Sono vivo.»
L’Autore
Alfonso Dell’Agli nasce nel 1992 a Vibo Valentia. Frequenta, per amore o per accanimento, il corso di laurea in Scienze della comunicazione visiva. Al terzo anno, per odio o per accanimento, molla tutto per intraprendere un’esperienza di volontariato in Macedonia. Ama viaggiare e scrivere di luoghi e di persone, mostrare quanto soli possiamo essere se non ci raccontiamo. Ha pubblicato un racconto con la rivista letteraria Crack dal titolo La corsa.
In copertina: Mario Sironi, Paesaggio urbano (1992)
