Ho incontrato una sola volta William T. Vollmann, a Mantova. L’ultima immagine che ho di lui è quella di un corpo massiccio, disordinato, due occhi difficili da decifrare, al centro di una chiesa sconsacrata come un bizzarro profeta. Parlava di guerre e di futuri tragici, parlava anche di prostituzione.
Nella sua sterminata e magniloquente produzione letteraria la prostituzione ritorna a più riprese – fra l’erotismo di un sogno proibito e la colpa che inchioda il sopraffattore al corpo del sopraffatto.
Ci avviciniamo a questo tema con uno dei suoi lavori più lineari ma non per questo meno riusciti: Storie di Farfalle, originariamente portato in Italia da Fanucci per la mitica collana Avantpop e successivamente riedito da Minimum Fax.

Un romanzo veloce, dicevamo, lontano dal massimalismo di Europe Central o del ciclo dei Sette Sogni. Storie di Farfalle va dritto al punto, senza comunque rinunciare alla ricchezza espressiva tipica della scrittura di Vollmann: ogni parola è esatta e vibrante come una coltellata, fa sanguinare e rivela in egual misura.
La brevità dei paragrafi che costituiscono questa storia sbagliata si sposa bene con il suo procedere spezzato: fra luoghi, tempi, realtà diverse. È ricordo, è allucinazione? La vita narrata si specchia in questo modo nella fantasia e nella biografia con la stessa disarmante onestà e la stessa difficile razionalizzazione.
Forse non ha importanza stabilire l’aderenza del romanzo a una qualche forma di cronaca, forse l’importante è lasciarsi sporcare dalle parole di Vollmann, lasciarsi profanare.
Partiamo dall’inizio, partiamo dalle farfalle.
Il termine ritorna più volte nel romanzo: sono farfalle le ragazze che aleggiano fra i locali di Bangkok, ali fragili di carta sempre pronte a farle precipitare, ma sono farfalle anche i turisti che comprano il loro amore, svolazzando da un corpo all’altro senza voglia di impegnarsi, in un vicendevole gioco di menzogne e inganno.

A un certo punto vediamo le farfalle banchettare col sangue dei pesci. È un quadro che dura un istante eppure sconvolge, perché contiene in sé il cuore dell’intero romanzo. Levità e crudeltà, dolcezza e sopraffazione spesso vanno di pari passo.
L’incipit, esatto e incisivo, ci porta subito al centro dell’azione:
C’erano una volta un giornalista e un fotografo che partirono per l’Asia per andare a puttane. Il viaggio riuscirono a farselo pagare da una rivista di New York.
Dopo un breve excursus sul passato del protagonista, fra il bullismo subito da bambino e i primi viaggi lontano da casa, il romanzo torna al suo nucleo centrale: il turismo sessuale nel Sud-Est asiatico.
Il giornalista e il fotografo fanno piovere i loro soldi su una terra martoriata, alternando sesso e morte nel loro viaggio iniziatico e allucinato.

La loro esperienza in questo senso è la condensazione di una divina commedia che scopre la misteriosa coincidenza di inferno e paradiso. In una discesa asfissiante fra la forza di una natura sconosciuta e inquietante e la rigogliosa proliferazione delle malattie, il giornalista senza nome sperimenterà un’educazione sentimentale dolorosa e ambigua.
Accoppiamenti giudiziosi
L’amore ha bisogno di comunicazione? Ha bisogno di comprensione, di reciproco sostegno, di corrispondenza?
Quello descritto senza sconti da Vollmann è un sentimento monodirezionale che ci schiaccia necessariamente nella nostra interiorità, imprigionandoci fra il nostro stesso egoismo e la parte peggiore del nostro desiderio.
È carnale, irrazionale, è una tortura che non conosce limiti.
Il giornalista al centro della narrazione si invaghisce di ogni prostituta che incontra, corpi intercambiabili per lo stesso ideale esotico da dominare, ma soprattutto di Vanna. Le compra un braccialetto, la considera una moglie anche se non riescono a comunicare senza un interprete.

Il protagonista è un personaggio ripugnante, un outsider sopraffatto da un sottile desiderio di autodistruzione che assiste nello stesso istante al compimento del piacere e alla devastazione della guerra. È orribile, certo, è anestetizzato di fronte al dolore del mondo, ma non lo siamo forse tutti? Se ogni cosa ha un prezzo perché l’amore dovrebbe fare differenza?
Il più grande pregio della letteratura di Vollmann è la spietatezza con cui penetra in ogni ambiente, la volontà di contaminarsi con la materia narrata per comprenderla fino in fondo, la comunione intima con l’umanità malandata dei suoi personaggi, con la loro perversione, con la loro mancanza di scopo o di razionalità: di fronte all’onniscienza dello scrittore che studia e sperimenta in prima persona si snoda la vista allucinata e febbrile del protagonista, un corridoio claustrofobico che porta necessariamente alla tragedia, al naufragio.
Lo stesso dolore, la stessa ambigua dolcezza insanguinata la ritroviamo nelle opere di una giovane artista sudcoreana, SillDA.
Come nel romanzo di Vollmann, anche nelle sue illustrazioni disturbanti il realismo funge da punto di partenza per un viaggio destinato a perdersi nel delirio, nella concretizzazione delle peggiori paure e dei peggiori desideri che infestano l’animo umano.
Ci sono bellezza e inquietudine nei suoi lavori contraddittori, che usano il corpo umano e i suoi limiti per dare forma a un disagio esistenziale: incompletezza, sopraffazione, desideri proibiti e sbagliati trovano così spazio fra i colori carichi di un sogno ad occhi aperti.
È difficile restare indifferenti di fronte a questo carnevale sanguinario: allo stesso modo la catabasi del giornalista raccontata da Vollmann tocca i nodi scoperti della nostra ipocrisia, denuda le malattie di un Occidente ancora colonialista e sfruttatore, ci inchioda al nostro perseguimento cieco e animale del piacere.
È dolore, consapevolezza, accettazione? È sogno o incubo?

L’impressione davanti a queste opere d’arte scomode e rivelatrici è la stessa: qualcuno riesce a infilarci la mano fra le coste, strisciante, insinuante, ci avvolge le dita attorno al cuore e stringe con tutte le sue forze.
