“Orbital” di Samantha Harvey

Non lo spazio profondo ma la Terra, il nocciolo duro della sua umanità: è questo il focus di Samantha Harvey nella sua breve e anomala space opera, Orbital.

Si tratta di un lavoro sperimentale, quasi senza trama, un romanzo soffuso ed elegante che si prepara finalmente a sbarcare in Italia, grazie a NN Editore, dopo il trionfo al Booker Prize.

La materia narrata è tanto esile quanto impalpabile: sei esseri umani di diverse nazionalità passano un giorno intero in orbita attorno alla terra.

La mancanza di scopo e la solitudine non li rendono meno umani. Al contrario, li connettono al livello superiore, quello degli osservatori, garantendo loro il tempo necessario e la giusta prospettiva per guardare alla propria vita da un punto di vista letteralmente sopraelevato.

Alteronce Gumby, Infinite and Beyond (2022)

La vera forza di questo romanzo risiede nella scrittura, nell’uso calibrato del linguaggio – al contempo piano e ricco – che l’autrice usa per portarci nella Stazione Spaziale Internazionale, sospesi fra le vite degli astronauti e dei cosmonauti che si trovano a vivere ventiquattr’ore di esistenza sospesa, galleggiante sopra i problemi e le tragedie terrestri.

Elogio del tempo sospeso, viaggio circolare senza meta e senza scopo, la danza dei corpi umani sul baratro nero dello spazio è una parentesi quasi priva di eventi che lascia esplodere nel vuoto di un silenzio assoluto l’interiorità di ognuno, le paure, i sogni, le speculazioni sul senso del proprio percorso e della propria vita.

Alteronce Gumby, Life in Rainbow (2023)

La sottile barriera di metallo che li divide dal nero più assoluto che si possa immaginare li immerge in quella che sembra una gigantesca vasca di deprivazione sensoriale: sono fra la vita e la morte, vicinissimi al soprannaturale, al divino, eppure ancora saldamente aggrappati alla scienza e alla fisica che li ha definiti nella loro esistenza mortale.

A lettura terminata si resta quasi spaesati, come quando si scende da una giostra o quando ci si sveglia da un sonno particolarmente pesante: si riattivano i sensi uno alla volta, si impara nuovamente a camminare, a leggere, a vedere.

Non ci si può aspettare azione da queste pagine stilisticamente impeccabili, delicate e provvisorie come sculture di sabbia: solo equilibrio, attesa, visione.

Un romanzo rarefatto e finissimo, una storia di tempi dilatati e di spazi sconfinati, di uomini e nulla, di confini.


Alteronce Gumby, The sky was Blue glass (2020)

Accoppiamenti giudiziosi

Lo spazio si costruisce pezzo pezzo di fronte agli occhi degli astronauti: il moto lento e inesorabile dei pianeti, la deflagrazione lontana degli eventi che dalla Terra si proiettano nello spazio profondo con la loro distruzione, il loro effetto contagioso sulla memoria e sulla fantasia, la loro insensatezza capace di trasformarsi – dalla giusta distanza – in bellezza purissima.

Lo stesso procedimento muove le mani di Alteronce Gumby quando recupera pietre preziose e vetri rotti per assemblarli in forme vagamente celesti, astrazioni astronomiche che sembrano universali e prive di significato come una giornata spesa trascorsa in orbita attorno al nostro pianeta.

È un tentativo di ricostruirsi, di comprendere frammenti di una verità inaccessibile e soverchiante come lo spazio che ci circonda, ma è anche un modo per espandere la propria interiorità oltre i confini del corpo, cercandosi e perdendosi negli elementi essenziali che compongono le nostre percezioni: il colore, la luce, la forma.

Alteronce Gumby, Heavy is the Crown (2018)

Gumby senza parole e senza trama ci racconta una storia eminentemente umana, in cui spazio profondo e spazio interiore coincidono, risuonano e infine trovano un accordo: come da un oblò della Stazione Spaziale riusciamo a osservare da distanza i dettagli dei suoi lavori, che nel più completo astrattismo finiscono sempre per portarci dentro un meccanismo perfetto e lontano, qualcosa che è vivo e morto allo stesso tempo e che rivendica fieramente l’unione dell’essere umano con tutto il mistero che lo circonda.

Non scalfisce questa bella opacità nemmeno Samantha Harvey, che volutamente non imbarbarisce il suo esperimento con un abbozzo di trama o con un conflitto: la sua prosa non devia mai verso la fantascienza pur muovendosi, sicura ed elegante, in un territorio inesplorato più vicino all’astrattismo che al realismo.

Le vite sospese dei suoi protagonisti entrano nella loro quotidianità, nei ricordi delle loro vite terrestri interrotte, nel riposo forzato che li immerge in uno stato superiore, vicino tanto alla vita quanto alla morte e per questo dotato di una particolare lucidità allucinata su tutte le cose umane: come nelle opere di Gumby ogni cosa è connessa e trova una collocazione perfetta.

Non servono tracce da seguire, forme da comporre: basta abbandonarsi all’assenza di gravità per apprezzare la forma pura delle cose, il loro andamento serpentino o esplosivo, la loro distaccata intimità.

Alteronce Gumby, Mountains beyond Mountains (2020)

Nell’opera di Harvey, così come in quella di Gumby, lo spazio non diventa mai un obiettivo finale né un’ossessione: è un ambiente che permette all’uomo di restare solo con sé stesso, di analizzarsi con la giusta distanza, di nutrire e far crescere la propria consapevolezza. C’è sempre spazio per l’uomo, per i suoi interrogativi, per il suo istintivo bisogno di smarrirsi. C’è sempre bisogno di storie, anche oltre l’ultima pagina.

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