“Genesi 3: 1-6” di Francesca Bandiera

Le mutande sono parte dell’epidermide, ormai. Si aggrappano all’inguine come se fossero animate, preda di un terrore ancestrale: quello della Caduta nel vuoto, un vuoto allappante e nefando.

L’umore delle mie stesse perdite le inzuppa fino all’orlo, rendendole una conca traboccante di umidità e sangue stagnante che mi impedisce di essere libera: non posso interrompere il getto, né controllarne la traiettoria, nonostante abbia origine in una zona abissale dentro di me. Più il liquido scende, goccia dopo goccia, più la stoffa si tende nel tentativo di setacciarlo. Non ci riesce mai del tutto perché il flusso scorre abbondante e decine di rivoli finiscono per tracciare scie labirintiche lungo le cosce o piovere sul pavimento, tintinnando, rapidi quanto fiumi in piena.

Non serve che io abbassi lo sguardo per osservare la pozza allargarsi sotto il mio fondoschiena. La questione – lo so – è che non c’è nessuna pozza da osservare. Non c’è. Non c’è e basta. 

Esattamente come non c’era un’ora fa, nel bagno, quando ho scostato la vestaglia e tastato l’intimo, scoprendo una biancheria color avorio. Pulita. Asciutta.

Non c’è nulla.

Belial continua a fissarmi, silenzioso, dall’altra parte della stanza. È appoggiato allo schienale semi-rotto della sedia, eppure la sua stazza non lo deforma di un millimetro; la crepa è lì, al centro del legno, perfettamente stabile nella sua incrinatura a zigzag, mentre lui si sporge all’indietro per lanciarmi un’occhiata dall’alto in basso. È un movimento infinitesimale, reso visibile soltanto dalle pieghe della camicia che s’incastrano un po’ più a fondo nella fessura. L’assoluta rigidità dei muscoli lo fa apparire sospeso, simile a un disegno tratteggiato a matita nei minimi dettagli – l’arco di Cupido pronunciato, le palpebre sottili come carta di riso, i pori della pelle velati di una patina opaca. Non fa altro che squadrarmi, immobile, in quello spazio inalterato dalla sua presenza. Incollato su quel cuscino sgualcito, che ai miei occhi sembra così morbido.

Anche se la stoffa non sprofonda sotto il suo peso e il lampadario gli getta ombre soffuse sul viso, anziché sprazzi di luce, non c’è niente in lui che comunichi innaturalezza: si sta godendo lo spettacolo, e lo sta facendo con nonchalance dall’unica sedia della sala. Aspetta che sia io a implorarlo di accomodarmi, sapendo che accadrà appena l’ennesima scarica di dolore mi farà di nuovo contorcere a terra. Dammi tregua. Ti supplico.

All’improvviso le sue pupille si posano sul tavolino in quarzo. Pulsano di una vita che non abita davvero quel corpo – ma che gli calza stranamente a pennello – e si affollano di idee inaccessibili, come centinaia di falene in un barattolo troppo resistente da aprire. Nel loro frenetico svolazzamento, gli donano il guizzo di energia tipico dei mortali, spesso presi dall’impazienza di fare qualcosa e dall’affanno di non aver fatto abbastanza. E davanti a me, pur stando fermo, Belial sta facendo moltissimo per mettermi in soggezione: un micro-movimento alla volta, si sta risvegliando dal bozzolo di seta senza darmi la possibilità di intravedere cosa affiorerà in superficie. Quale tipo di emozione.

«È questo che hai paura di diventare?» sussurra. «Una mela avvizzita?» Le sue mani impugnano una metà recisa del frutto, cristallizzandosi attorno alla buccia. Adesso la stasi è talmente ipnotica da trasformarlo in una natura morta, la raffigurazione pittorica di una creatura densa e viscida assieme, capace di abitare o rifuggire il tempo a proprio piacimento: l’incarnazione di ciò che dovrei essere e che non sarò mai in grado di eguagliare. Scivolo giù, la gonna sollevata in uno sbuffo, quasi stesse sospirando di angoscia al mio posto. «Ti ricordo che crescere, per noi, non significa invecchiare. Significa respingere la mediocrità. Chi si accontenta di correre più veloce di un umano o di batterlo a braccio di ferro è una parodia della nostra specie, Eva. Un individuo insignificante.»

Una vena ha iniziato a ingrossarsi sul collo, indice di una rabbia che sta scucendo la sua compostezza. Vorrei avvicinarmi, lambirgli la gola e sperimentare l’impulso di morderlo per assaporare sulla punta della lingua quella stessa vena in rilievo, strabordante di anima e fervore, ma le mie gambe tremano, i secondi passano e la realtà resta uguale a se stessa: Belial non si lascerebbe toccare da me. Non a queste condizioni. Perdonami.

«Immagina di essere un vampiro dalle potenzialità immense e sprecare le tue giornate in una casa abbandonata perché rifiuti l’idea di migliorarti.» Le parole sono uscite in un soffio da una fila di denti appuntiti che, identici alle sbarre di una prigione, danno l’impressione – fittizia – di poter bloccare qualunque cattiveria; invece le lettere si sono assottigliate fino a perdere consistenza, sono state sputate fuori in un innocente colpo di tosse e hanno aperto una voragine tra noi. Quella provocazione, che a lui non è costata alcuno sforzo, nemmeno lo spostamento della mandibola, echeggia nel clima ovattato del salotto ed è un paletto di pioppo imbevuto nel palo santo: mi trafigge il cuore da parte a parte, e laggiù rimane conficcata.

Mi pento subito di aver sigillato ogni finestra, chiuso ogni scuro, accostato ogni porta per separare il chiacchiericcio delle strade dalle nostre conversazioni private, nella speranza di trascorrere un pomeriggio appartato. Non importa che questo pavimento sia più pulito del precedente, né che stavolta io abbia scelto un’abitazione in rovina a malapena da ottant’anni: a rendere l’aria così stantia e le pareti così claustrofobiche sono sempre e solo le mie mancanze, per lui. La mia incapacità di avvizzirmi.

«Un vampiro che non desidera passare da un’esperienza di non-Morte a una di non-Vita. Ecco qual è il punto.» La voce di Belial è il rimbombo di una campana a lutto: riempie l’ambiente di emozioni scomode e risuona sulle travi di legno marcio, amplificatori infernali del suo Verbo: “Ingrato è Colui che non coglie l’occasione di spingersi oltre. Ottuso è Colui che riflette sulle conseguenze. Non ci sono conseguenze per chi è Degno. E tu sei innegabilmente Degna, Eva.” Un mantra che ha ripetuto in migliaia di forme differenti e che sotto sotto lascia trapelare un’irritazione crescente per le mie difficoltà ad accettarlo.

«Immagina voler aspettare in eterno il momento in cui ti sentirai pronto, condannando chi ti sta intorno alla noia e te stesso all’estinzione. Un quadro penoso, non trovi?»

Noia. Chino il mento perché non ho il coraggio di incrociare le sue iridi nere, a tratti indistinguibili nelle tenebre. Lo so. Se ne avessi la forza spaccherei le lampadine che, con i loro raggi giallognoli, deviano la figura alabastrina di Belial per accanirsi sulla mia, dandola in pasto alla verità dei fatti: non esiste luogo in cui possa mimetizzarmi. La luce mi inseguirebbe ovunque, perfino sul fondale di una cripta o di un pozzo; il che è ridicolo perché il mio corpo si incastrerebbe dentro qualsiasi credenza, anche la più angusta, anche quella a lato del divano, stipata di tovaglie inumidite dal freddo e di fazzoletti da naso. Lo so. So che le mie dimensioni mi consentirebbero di strisciare sotto il letto più basso, o di passare attraverso le travi più strette, o di infilare la testa nella fessura più profonda. Come potrei non saperlo? Non è forse il mio corpo?

Al posto di discutere, vorrei aprire il baule di vimini in cucina e mostrargli la mia collezione di pezzi d’antiquariato umano – ossa seghettate, bulbi oculari acquosi, fili di capelli intrecciati a peli pubici, disegni su tele di pelle –, giusto per dimostrargli che me ne servo per decorare la casa in cui vorrei vivere con lui, non di certo per tenere traccia di ciò che è stato.

Non ho interesse nel passato. Ho interesse a sopravvivere.

E sopravvivere al suo fianco, pressioni escluse, renderebbe il tutto più che “Degno” di essere affrontato.

«Ti stai annoiando a venire qua?»

«Ad aspettare, Eva. Mi sto annoiando ad aspettarti.»

I capezzoli hanno ricominciato a bruciare: succhiati da sanguisughe invisibili, pizzicano e prudono, obbligandomi a stritolare l’orlo della vestaglia per mantenere le dita occupate. Avverto il seno gonfiarsi, liquidi e tessuti in tensione. Il cotone struscia sulla pelle, le mammelle riempiono le coppe della scollatura e il torace ne incassa la gravità, eppure quando sbircio oltre il mio petto ansimante trovo un décolleté privo di forme e un reggiseno svuotato di un’essenza femminea, adulta. Tasto alla ricerca della fonte di quel malessere – palpate forsennate – e trovo bottoni ben sigillati e stoffe in eccesso. Le mie mani, tozze. Falangi corte, unghie chiazzate di bianco. Cuticole arrossate a causa dei canini. Un polso dalla circonferenza esigua che ho misurato per mattine e sere interminabili, pregando di vederlo allargarsi – lo so, lo so, lo so. Me ne sono accorta. «Non annoiarti, per favore. È una situazione passeggera, n-non…»

«Se bevessi il sangue di tre vittime all’ora, accelereresti il processo di crescita del novantacinque percento.»

«Ne abbiamo già parlato. Potrei non reggere quella quantità e rischiare l’intossicazione.»

«Sono la prova vivente che questo piano funziona se si ha una mente determinata a tollerarlo. Tre vittime all’ora per dieci giorni e i tuoi crampi alla pancia saranno un lontano ricordo.»

«Basterebbe…» Una ciocca di capelli mi scivola sul volto, ma non la sposto per timore di muovere quei minuscoli pollici e avere la certezza che fanno parte di me. Che sono me. «Basterebbe lasciarlo avvenire con calma. Magari nell’arco di qualche anno. D’altronde, abbiamo l’eternità a nostra disposizione… n-no?»

Belial ride di una risata secca, dalla durata di un battito di ciglia. «Non prendermi in giro. Stavi andando benissimo finché non hai avuto i primi sintomi di quel finto ciclo mestruale e ti sei spaventata. Svegliati. Il tuo corpo sta cercando di avvisarti che vuole espandersi. Regalagli questa libertà. Riprendi da dove ti sei interrotta. Non. Fermarti. Per. Nessuna. Ragione. Al. Mondo.» Fa una pausa per togliere l’orlo del pantalone di lino dalla cucitura del mocassino, liberando il tallone dall’impaccio, e si lascia sfuggire una smorfia di disappunto. Le sue gengive di un rosso brillante sbucano in un attimo e in un attimo spariscono insieme ai resti sanguinolenti delle ragazze di cui si è nutrito un giorno fa. Poco più che ventenni, ovviamente. L’età ideale per morire. E il fatto che io non sia morta a vent’anni è una delle più grandi sfortune che gli siano capitate in un intero secolo di esistenza, a detta sua. «Te lo ribadisco, quel finto ciclo mestruale è un riflesso. Sparirà nell’istante in cui il tuo organismo si adatterà alle sue nuove esigenze. Sarai un’altra

Finto.Le mie sofferenze non sono che finzioni. Stupide, per giunta. Logico. Noi il sangue lo ingoiamo di modo che disseti la nostra diversità e non siamo stati programmati per perderne neppure una lacrima. Ci inietta le sclere, sfama le vene sottopelle. Amplifica i sensi per elevarci a una posizione superiore, più vicina a Dio che all’Uomo, più in linea con le regole del Cosmo che con quelle della Natura. Lui non mente: che io stia affrontando un mostro assolutamente evitabile, sorto da un anfratto delle mie paure, è assodato. Tuttavia, perché forzare la questione? Perché avere fretta?

Perché non lasciarmi un momento per digerire quantomeno il pensiero di dovermi abbeverare fino alla nausea? Perché sono obbligata a uccidere il triplo delle persone necessarie a sostentarmi per stare bene con te, Belial?

D’un tratto, la gravità mi sembra una forza magnetica insormontabile. La vergogna preme le spalle in basso, verso quel batuffolo di polvere sospinto dal tremolio dei miei piedi scalzi. Chissà se allo stesso modo i piedi di un Gigante potrebbero spazzare via me, ora. In un certo senso, sarebbe meglio essere calpestata o lanciata via che restare accartocciata qui, in bella vista: un mucchietto d’ossa sull’orlo del pianto, alla completa mercé di Belial.

«Ieri ho provato a mangiarne uno spicchio e non ci sono riuscito.» Nessun tentennamento, nessuna inflessione. Devia il discorso mentre rigira la mela fra le dita affusolate e magre, tali e quali ad artigli di pipistrello. «Ho assaggiato un lampone però, e il sapore non è stato un disastro.» La mia testa scatta a incontrare la sua. Un lampone. Non ricambia lo sguardo. Analizza le manine che sto affondando sotto gli strati di flanella per tenere a freno le gambe. I graffi sulla scollatura del mio seno atrofizzato. «Dai lamponi passerò alle mele, dalle mele alla carne, dalla carne a un pasto ricco e bilanciato. Non perché ne abbia bisogno, ma per dimostrare che possiamo farlo. Chi è Degno, può.» Mentirei, se fingessi di non cogliere la crudezza con cui ha pronunciato l’ultima frase. «Non ci sono più leggi antiche a cui sottostare. Se ti fiderai di me, diventerai un essere pressoché divino in meno di un mese.»

«Non si tratta di fiducia.»

«E di cosa, allora?» Un sopracciglio guizza in alto, sciogliendo la staticità dei suoi lineamenti. Si protende in avanti, ma la camicia rimane agganciata alla fessura dello schienale; un’ala bianca in procinto di dispiegarsi. Cedo, e lascio che le mie narici si allarghino a inspirare il suo profumo pungente di anice, l’impronta di una disuguaglianza che lo allontana da me. Neanche se inalassi a pieni polmoni potrei captare una fragranza provenire dalla mia, di carne morta: odore stantio nelle stanze vecchie, caramellato tra le giostre delle fiere itineranti, salmastro in riva al mare. Di un’inconsistenza umiliante.«Tu mi illudi di poterti avere, Eva.»

La sua dichiarazione mi appesantisce il respiro.

«N-non dirlo, dai. Non è v-vero.»

E riattacca di colpo. Un gorgoglio alla pancia e poi – tre, quattro, otto secondi – una presa ferrea all’altezza dell’utero, che spreme le tube di Faloppio come fossero limoni da cui ricavare succhi e vitamine. Le ovaie implodono e la sensazione di essere drenata dall’interno riparte da zero: due getti opposti nelle mie viscere – uno che risucchia i tessuti, l’altro che espelle fluidi caldi e viscosi.

«No, non ci sto.» Sento lo scricchiolio delle sue ginocchia quando si alza. Un rumore di rami spezzati che non racchiude alcuna parvenza umana e che, per questo, mette il mio stomaco in subbuglio: le sue membra di granito si stanno scomponendo in una silhouette ciclopica, intenzionata a saturare la casa. Belial cammina in tondo, le suole che rasentano le piastrelle; ciascun passo produce il suono di un fruscio di foglie e racconta la storia delle emozioni che lui non è disposto a concedermi: davanti alle pareti di mattoni, la sua andatura spedita è l’unico cenno di apprensione che lascia trapelare. Lo so. Non chiedermelo. «Se non vuoi farlo per te stessa, almeno cresci per me. Ne sei in grado. Il tuo cervello si è sviluppato.» Si blocca, a un metro dal mio mutismo.

La pancia è un bollitore nel quale un coltello estremamente affilato sta galleggiando e fendendo l’acqua a metà. Gli spasmi all’addome mi paralizzano sul posto, impedendomi di drizzare la schiena o massaggiare il bacino per un minimo di conforto. Fulminato da una serie ininterrotta di scosse elettriche, il filo dei miei pensieri si perde lungo la corrente; riesco soltanto a notare le pieghe della vestaglia che si accumulano sul ventre.

Immutabilmente piatto.

Così inadeguato nel rappresentare i miei sentimenti.

Una presa in giro.

«Sarà peggio.» Il suo alito mi sfiora la punta dell’orecchio sinistro. Provoca una leggera variazione nell’aria dal gusto zuccherino. Se non fossi impegnata a placare i sudori freddi e la tachicardia e le nausee – dammi una cura, salvami, sono stremata – l’avrei stretto in un abbraccio disperato, facendomi cullare dalle sue costole sporgenti, i sensi finalmente intorpiditi. Ma lui incombe sopra di me ed è una presenza troppo ingombrante, al punto da schermare la luce del lampadario. Non lascia spazio a certe fantasie. «Se non ti aprirai al cambiamento, morirai murata viva dentro un corpo che non ti appartiene più.» Mi accarezza una guancia, addolcendo la sentenza. Ma la sua mano tiepida mi ricopre il viso, sottolineando l’urgenza di una reazione da parte mia – nostra – al problema. «Vedo cosa ti sta succedendo.» Mi liscia i capelli, indugiando sulle clavicole scoperte. Sui tendini del collo. Ma una lieve spinta sarebbe sufficiente a sradicarmi mezza cute. «Devi lasciarti andare.»

«N-non penso di poter sopravvivere a un ritmo di nutrimento simile.»

Si irrigidisce, prendendo le distanze, e la mia vista si colma della sua bellezza eterea. «Tu sei un’adulta, Eva. La tua mente lo è.» A un palmo dalle mie palpebre bagnate, solleva il frutto che ci è stato proibito per generazioni e che tra una manciata di settimane lui sarà abbastanza potente da mordere senza ripercussioni. «Possiamo essere più che semplici viaggiatori di bevute.» Lo so. Ricoperti di una polpa appiccicosa, i suoi polpastrelli strusciano sui semi centrali, scavando un passaggio. «Se non crescerai, io ti lascerò indietro, lo sai?»

«Lo so.»

«Perché a me non piacciono le bambine di sei anni.»

«Lo so.»

«E tu non mi costringerai a stare in compagnia di una bambina per molto, giusto?»

«G-giusto.»

«Né a giacere ancora e ancora con il corpo di questa bambina.»

Deglutisco. «S-sì.»

«Ottimo.»

Belial mi porge la mela fermentata, come a invitarmi a prometterglielo. E io non posso far altro che afferrarla, incerta, anche se non è quello che voglio.

Non è quello che voglio.


L’Autrice

Francesca Bandiera è una ragazza che non vuole crescere e che, per questo, continua a scrivere. Da sempre appassionata di storie (meglio se weird e macabre), ben presto scopre nello studio della Narratologia una ragione di vita. Nel 2017 esordisce con Delos Digital e due dei suoi racconti appaiono sulle riviste Writers Magazine Italia (La danza della morte) e Spore (Dentro la casa del Buio).

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