“Perdido Street Station” di China Miéville

Una sola parola: worldbuilding. Le fondamenta di Perdido Street Station, prima pietra della gloriosa Trilogia del Bas-Lag di China Miéville, stanno tutte qui.

Potrebbe essere un manuale per capire come costruire un mondo – per un romanzo, una serie tv, una campagna di Dungeons & Dragons – e invece è un romanzo: una vicenda anche piana, che si arricchisce però ad ogni pagina di una profondità eccezionale grazie a un fine lavoro di cesello che va a scolpire e definire non solo i protagonisti ma anche lo sfondo, i dettagli apparentemente più irrilevanti, la geografia, la storia geopolitica di un universo creato da zero eppure maturo e coerente come qualcosa di vivo e assolutamente reale.

Siamo a New Crobuzon, città stato multietnica di vago sapore vittoriano, in cui coesistono specie diverse fra tecnologie steampunk e magia (qui chiamata taumaturgia), divisioni e intrighi politici.

Wangechi Mutu, Shy side-eye (2015)

La città, chiaramente ispirata alla Londra della Rivoluzione Industriale, è il ritratto horror della capitale corrotta di un impero che domina su un’infinità di popoli diversi: si possono trovare criminali e prostitute nei vicoli più sordidi, architetture assurde che squarciano il tessuto urbano con esplosioni di modernità o di antiquata boria, slums in cui sono confinati i “diversi” nonostante la marcia retorica dell’eguaglianza. Ci sono samizdat che si oppongono allo strapotere del Sindaco, scioperi soppressi nella violenza, ci sono privilegi duri a morire e segreti tenuti sepolti. Sopra ogni cosa, ci sono loro: gli abitanti multiformi e frenetici della metropoli.

Nei quartieri dai nomi più bizzarri possiamo imbatterci nelle khepri, creature umanoidi col corpo da donna e uno scarabeo gigante al posto della testa, oppure nei tozzi vodyanoi, esseri batraciani con l’innata capacità di scolpire l’acqua.

L’enorme varietà di specie senzienti che affolla le strade di New Crobuzon trova un corrispettivo ideale nel massimalismo descrittivo di Miéville, che nel narrarci la storia dello scienziato Isaac si prodiga in una vera prova di virtuosismo con quadri deliziosamente barocchi di descrizioni furibonde e minuziose divagazioni.

La trama, al contrario stranamente lineare, è scavata nel solco dei grandi romanzi d’avventura: ci sono gli esperimenti di Isaac e il flagello mortale che involontariamente scatena sulla città, ci sono improbabili eroi e altrettanti improbabili imprese, in un caleidoscopio impazzito di personaggi primari e di comparse che danno al lettore l’impressione di essere appena alla superficie di quella mistura di incognite e bizzarrie da svelare che è il Bas-Lag.

Wangechi Mutu, Riding Death in My Sleep (2002)

Romanzo politico e divertente, assurdo e grottesco anche nei momenti di più alta tensione, Perdido Street Station riesce nell’intento di offrirci una prospettiva originale sul multiculturalismo delle metropoli, disegnando un affresco vivido e brutale sulla frastagliata complessità delle nostre città grazie a una storia che parla di tutt’altro, o almeno finge di farlo.

Il vero tema, sommerso sotto strati di fantastico e visioni così ricche da lasciare senza fiato, è proprio la diversità: sfruttata per creare divisioni e dunque reiterare un meccanismo antichissimo di sopraffazione e sfruttamento, diventa per i protagonisti il vero motore dell’azione.

Come nei migliori giochi di ruolo, un party ben bilanciato è infatti essenziale per non essere distrutti: la cooperazione di fronte a un nemico comune, apparentemente invincibile, si rivela l’unico modo per poter sopravvivere nella vorace indifferenza della città, che si ciba di persone per produrre iniqui guadagni e montagne di rifiuti.

La città, multiforme e seduttrice, è in questo senso il personaggio più complesso e ambiguo dell’intera vicenda: autentico nemico e unica possibilità di salvezza, prova sistematicamente a impoverire le peculiarità individuali a fronte di un appiattimento universale che privilegia solo pochi fortunati mentre condanna alla disumanizzazione tutti gli altri, eppure lascia anche filtrare nelle maglie del suo severo stato di polizia sprazzi di purissima vitalità e di gioia carnevalesca.


Accoppiamenti giudiziosi

Fra le mirabili sculture di saliva khepri e altre avanguardie artistiche, meriterebbe un posto nei migliori musei di New Crobuzon anche Wangechi Mutu.

L’artista keniana-americana ha orientato il suo lavoro verso l’esplorazione dei concetti di trasformazione e di ibrido, elementi fondamentali per la lore dell’intero Bas-Lag, analizzandoli attraverso l’impiego di diversi media e tecniche che le consentono di affiancare – anzi sovrapporre, in una narrazione stratificata ed enigmatica – elementi fantastici e folkloristici con riflessioni sociali o antropologiche.

Wangechi Mutu, Yo Mama (2023)

I suoi personaggi, al pari di quelli immaginati da China Miéville, riescono in questo modo ad assumere sembianze mutevoli, sospesi fra l’evoluzione e il pregiudizio in un’incantata metamorfosi perpetua: avendo vissuto in prima persona l’esperienza della migrazione, Mutu ha potuto sviluppare un punto di vista privilegiato sulla complessità umana coinvolta nella definizione di identità in un contesto multietnico.

La coesistenza di numerose individualità, la loro difficoltà a riconoscersi in un contesto unitario, ma anche l’orgoglio di avere radici che affondano in molti posti diversi del mondo costituiscono un substrato fertile per storie come quella di Perdido Street Station, ambientate in un mondo ricco e vibrante, che si dibatte titanicamente fra pregiudizi e soprusi, squallore e iniquità, ma che si rivela anche capace di seguire squarci di vertiginosa bellezza, di pienezza narrativa, persino di armonia.

Wangechi Mutu, Lizard Love (2006)

Con opere come la monumentale scultura MamaRay, Mutu riflette sul tema della diaspora africana scegliendo la strada weird dell’afrofuturismo: un personaggio ibrido, un’entità collettiva che riunisce tutte le vittime dello schiavismo morte in mare diventa simbolo di rinascita e fusione, ma anche di ricerca di equilibrio e di consapevolezza.

Il filo rosso che unisce i suoi collage, i suoi dipinti e le sue sculture al monumentale romanzo fantasy di China Miéville è proprio questo: la volontà di definire un intreccio di diversità che sappiano collaborare in un ambiente ignoto e potenzialmente ostile, sfruttando le possibilità offerte dalla propria unicità e dall’interconnessione di diverse sensibilità per dare origine a qualcosa di nuovo. Un mondo più giusto, un’impresa strampalata e salvifica, una storia bellissima che riesca ancora a sorprenderci?


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