“Underjungle” di James Sturz

Siamo stati nello spazio, abbiamo camminato sulla luna e sulle montagne più alte, abbiamo conosciuto il cuore selvaggio della giungla e camminato sulle dune dei deserti più inospitali, eppure siamo riusciti ad esplorare solo il 5% dell’oceano.

La nostra fame di sapere sembra estinguersi di fronte a questo abbraccio azzurro che sprofonda e scorre: il mare rimane ancora oggi un mondo alieno che ci circonda e ci guarda dal basso con la stessa diffidenza e fascinazione che noi riserviamo agli abissi più profondi. È difficile persino immaginare questo universo al contrario di sconfinate profondità e luce che sfuma, che vive di flussi e di sapori, che respira e galleggia e brulica di vita ignota.

Nel mare tutto è collegato grazie alla sapienza liquida dell’acqua che collega le rocce agli organismi viventi, che trasporta nutrimenti e presagi di morte, diluendo ogni dramma personale in un amalgama collettivo di cui tutto fa parte.

James Sturz si è sempre occupato di acqua: dalle prime immersioni nella vasca da bagno da bambino al Skaneateles Lake, e ancora più a fondo in oceani, grotte, fonti termali, ha percorso a nuoto una ricca carriera di articoli di viaggio e di esplorazione, scrivendo per il Wall Street Journal e per il New York Times, per The Atlantic e per il National Geographic. La sua esperienza non poteva che sfociare in un romanzo poetico e delicato eppure profondissimo, proprio come il mare.

Stiamo parlando di Underjungle, pubblicato in Italia da Atlantide Edizioni (nomen omen) nella traduzione di Ilaria Oddenino: un lavoro visionario ed enigmatico che ci porta sott’acqua alla scoperta di una specie misteriosa e della sue complesse architetture sociali.

Il protagonista vede il mondo di fuori come una misteriosa e impenetrabile barriera d’aria e come noi ha una conoscenza lacunosa e imperfetta della vita fuori dagli schemi che gli sono familiari: per questo motivo non riesce a comprendere cosa sia lo strano corpo che un giorno precipita in acqua e comincia a decomporsi.

Cosa sono le appendici che ha al termine delle braccia, come fa a funzionare in un mondo etereo e asciutto, come è potuto sopravvivere senza conoscere intimamente l’acqua?

Con un materiale anomalo e perfetto, Sturz riesce a creare una piccola epopea di guerra e d’amore, scegliendo uno stile leggero e ricorsivo che ricorda la risacca delle onde e che porta il lettore a galleggiare sui temi e sui ricordi piuttosto che ad attraversarli direttamente: ci parla così di una forma di vita evoluta e intelligente, della sua divisione in tribù in perenne lotta fra di loro, ci parla di lutto e di abbandono, di alleanze e tradimenti, il tutto senza mai prendere una boccata d’aria.

Singolarmente, Underjungle ci parla di umanità senza parlarci di esseri umani: l’unico nostro simile che compare in questo libro è il cadavere che porta turbamenti e interrogativi con la sua imprevista caduta nel mondo alieno dell’oceano.

La sua decomposizione rappresenta la nostra marginalità in un ambiente che continua a resisterci, mantenendo inalterato il suo fascino e i suoi segreti e i suoi colori sconosciuti alla luce del sole nonostante la nostra voglia di chiarezza e di linearità.


Accoppiamenti giudiziosi

Sturz trionfa nel mostrarci la realtà dagli occhi di questi abitanti delle profondità, spostando il focus dalle ossessioni tipicamente umane senza mai perdersi in una narrazione fredda o cerebrale: il suo è un libro di carne e di sangue.

Le emozioni subacquee ci toccano intimamente, ci straziano e colmano di meraviglia nel procedere di una narrazione al contempo scientifica e fantastica, nella più autentica accezione del termine.

A cambiare radicalmente è il modo con cui i personaggi di questa storia guardano agli elementi cardine della propria esistenza, non l’intensità con cui li vivono: la morte e la vita nella comunione forzata dell’oceano diventano parte di un andamento circolare in cui ogni elemento mangia e respira tutto ciò che lo circonda.

Il protagonista, nel ricordo della compagna perduta e di una famiglia naufragata ancora prima di poter nascere, ci apre con la sua voce narrante spiragli verso una dimensione umana e vicinissima anche se saldamente ancorata al contesto bizzarro delle profondità oceaniche.

Per comprenderlo appieno dobbiamo prendere coraggio e allontanarci dalla riva, accettare di sprofondare nell’ignoto.

Guardare l’oceano dall’interno è anche quello che ha fatto Eugen von Ransonnet-Villez, esploratore e artista austriaco.

La sua curiosità per l’ambiente sottomarino lo portò a ritrarre con dedizione i fondali oceanici, coniugando sensibilità artistica e rigore scientifico. Come Sturz, per parlare dell’oceano scelse un approccio diretto: l’immersione.

È grazie a una sua stessa invenzione, infatti, che Ransonnet-Villez riuscì a calarsi in mare dentro una struttura a campana per ritrarre dal vero le meraviglie del mare: usando una carta resistente all’acqua e una matita grassa, per la prima volta lavorò en plaine mer, con l’illusione di essere parte del mondo a lungo ammirato e ritratto solo a memoria.

Più avanti, nella sua villa istriana, svilupperà metodi più comodi ed evoluti per lo studio delle profondità marine e per la loro resa su carta, ma la sua capacità di unire fantasia ed esame obiettivo della realtà ne consacreranno la fortuna non solo come inventore curioso e romantico ma anche come interprete sensibile delle bellezze sommerse del nostro pianeta.

La sua verve pionieristica e il suo approccio non convenzionale, riscoperti più tardi da giganti della fotografia subacquea come Hans Haas, ci ricordano ancora oggi che per comprendere l’oceano e per viverlo, anche solo con l’immaginazione, è indispensabile sovvertire le regole e dimenticare – almeno per un momento – cosa significhi vivere sulla terra ferma.

Presto ti rendi conto che nelle profondità dell’oceano non devi solo imparare a muoverti, ma anche a vedere e sentire.

Eugen von Ransonnet-Villez

Tutte le immagini dell’articolo sono litografie di Eugen von Ransonnet-Villez. L’ultima immagine è un dipinto ad olio elaborato sulla base degli schizzi “en pleine mer”.

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