“Alla gola” di Henry Hoke

Cosa prova un animale selvatico? Essenzialmente fame, sete, forse paura nei confronti delle scimmie bipedi che lo chiamano mostro e gli danno la caccia, forse un indicibile soffuso senso di abbandono.

Henry Hoke con il suo brillante romanzo Alla gola, pubblicato in Italia da Mercurio con la pregevole traduzione di Valentina Maini, ci porta dentro gli occhi e la mente di un puma che vive sotto l’iconica scritta Hollywood.

Il suo habitat è deformato dalla presenza umana, fra i rifiuti e gli esiti infelici del cambiamento climatico, ed è martoriato dalla siccità.

Il puma senza nome è il simbolo della wilderness dei grandi spazi americani, ma è costretto a una convivenza forzata con gli esseri umani che hanno colonizzato e devastato il suo mondo: conosce bene il terrore degli escursionisti che osserva mimetizzato nella boscaglia, ma anche la tiepida familiarità di un accampamento di senzatetto che hanno in qualche modo accolto la sua presenza invisibile attorno alle loro tende.

Il leone di montagna assiste al disfacimento di una California retorica e banalmente ossessionata dal successo, abituata a restare indifferente di fronte all’evidente collasso climatico che la sta distruggendo.

Alla gola si rivela presto una bella variazione attorno al romanzo di formazione: è una storia di cambiamento e di scelte nella miglior tradizione americana, ma è anche la ricostruzione di una crescita personale anomala e feroce che pone al centro i concetti di libertà e definizione della propria identità senza rinunciare a gustose parentesi gore e pop.

Lo stile è veloce, istintivo, quasi bestiale: procediamo per graffi di poche righe in una trama lineare eppure non esente da sottili ambiguità: il puma nella sua purezza felina chiamerà le cose col loro nome, schiettamente, Los Angeles sarà “elley”, la città diverrà sinonimo di scarsità, ristrettezze, “scarcity”.

Sarà maschile e femminile, sarà selvatico e domestico, sceglierà di essere una persona, un essere pensante in grado di modificare – in modo straordinariamente umano eppure ancora vicino alla sua originaria ferinità – il destino della terra in cui vive.


Accoppiamenti giudiziosi

Alla gola ci permette di osservare il mondo con gli occhi di un animale, sentire la natura non con la serenità edulcorata della poesia arcadica o con l’innocuo rigoglio dei giardini all’inglese, ma con il sangue vivo e l’angosciosa bellezza della realtà spietata.

La natura ritratta da Hoke è contaminata e sfruttata, devastata da incendi e sfruttamento senza controllo, eppure non è addomesticata al volere dell’uomo, ci sono ancora terremoti e predatori che la rendono tremenda e magnifica e vera.

Si può provare a vedere le cose da un altro punto di vista con il romanzo di Henry Hoke, si può farlo anche con un videogioco.

Nell’ormai lontano 2013 fu pubblicato un titolo indipendente di raro impatto grafico, Shelter, in cui al giocatore veniva data l’opportunità di interpretare una mamma tasso nell’ardua impresa di assicurare la sopravvivenza dei suoi cuccioli.

Spiazzante e rivoluzionario, anche se non esente da naturali possibilità di miglioramento, questo prodotto coraggioso ha saputo dare origine a un sequel ancora più vicino all’opera di Hoke, in cui i giocatori vestono i panni (o meglio la pelliccia) di una lince.

L’idea di poter esplorare un open world che cambia, alternando il giorno e la notte ma anche le stagioni, offre l’opportunità di calarsi nella quotidianità della vita selvaggia grazie a soluzioni artistiche di altissimo livello, fra paesaggi mozzafiato che sembrano dipinti e struggenti vicende animali che riescono a connettersi a fondo con la nostra umanità.

L’esito di queste operazioni narrative, seppur con medium profondamente diversi, è il medesimo: il fruitore di entrambe le opere riesce infatti a sentire come un animale il dolore per la perdita e la speranza, la fame costante e il senso di minaccia, ma riesce anche a comprendere meglio la matrice invisibile e sopita che ci unisce a tutti gli altri abitanti del pianeta in un unico ecosistema fatto di vita e di morte, di prede e cacciatori.

È umano il dolore di una lince? Sono umani l’attaccamento – amore – che lega una mamma tasso ai suoi cuccioli? Sono umani la fame, la capacità di togliere la vita, la lotta quotidiana per la sopravvivenza degli animali che vivono negli interstizi verdi delle nostre città o ai margini della nostra quieta ripetitività urbana?

Forse non lo sapremo mai. Sapremo però comprendere meglio e con maggiore empatia le meraviglie terribili e lo splendore indomito del mondo che ci circonda, ci ospita, ci nutre e, inevitabilmente, ci uccide.

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