“Generazione X” di Douglas Coupland

X è l’incognita per eccellenza, in matematica, il problema da risolvere: è un numero qualunque, un obiettivo da scoprire, un esempio. È il punto d’arrivo di una mappa del tesoro.

Con la X ci possiamo perdere in congetture e ipotesi senza aver l’aria di essere stupidi. È un mistero, in fondo, e siamo tutti detective selvaggi davanti ai suoi bracci incrociati, sulle tracce di Mister-X o dentro gli X-Files.

X è extralarge, è proibita e scabrosa solo quando è trina, divinamente, è l’errore segnato in rosso.

X è anche la generazione immediatamente successiva a quella del Boom Economico. Un’incognita, anche stavolta, un enigma da sbrogliare per chi è venuto prima e ha conosciuto un mondo fatto di regole e consuetudini profondamente diverse.

Il termine – in quest’accezione – deve la sua notorietà proprio a Douglas Coupland e al suo romanzo cult Generazione X, da poco ritornato in libreria grazie ad Accento in una traduzione rivista da Marco Pensante.

Questa definizione per coloro che sono nati fra il 1965 e il 1980 ha conosciuto tanta fortuna da diventare uno spartiacque per identificare tutti quelli che sono venuti dopo: la Generazione Y dei Millennial, la Gen-Z, l’ancora indefinita Generazione Alpha.

Mettiamoci una croce sopra, la X non si potrà mai capire fino in fondo: abbiamo X motivi per dubitare della sua reale natura, nascosta ed evasiva, eversiva e spontanea quanto una firma analfabeta.

Douglas Coupland

Douglas Coupland in origine era stato incaricato dalla St. Martin’s Press di redigere un saggio sul tema, ma nonostante l’anticipo ricevuto dalla casa editrice aveva scelto di orientarsi verso la forma del romanzo, senza per questo rinunciare a una buona dose di anticonformismo: si tratta infatti di un romanzo atipico già a partire dalle curiose soluzioni grafiche che si muovono in un territorio inesplorato fra pop art, enciclopedia e grafica pubblicitaria oltre che per il formato quadrato delle pagine.

Accanto al testo compaiono fotografie, spiegazioni e slogan che accompagnano la narrazione con l’esplicita intenzione di farne un “manuale per una cultura accelerata”, mentre la vicenda prosegue fra la ricerca di senso di tre giovani, Andy, Dag e Claire, e le favole sgangherate che i protagonisti si raccontano da un bungalow in affitto a Palm Springs.

Nei loro racconti si respira l’atmosfera onirica e vagamente tossica che segue sempre un sogno d’irreale ottimismo: il risveglio brusco in un paradiso che si sta decomponendo, la stagnazione che obbliga i più giovani a cercare risposte fuori dai sentieri più battuti.

Si rivolgeva sicuramente ai giovani dell’epoca e ai più curiosi fra gli “anziani”, il lavoro di Coupland, ma a trent’anni di distanza si rivela capace di valicare ancora i limiti generazionali e i rispettivi linguaggi per raccontarci qualcosa di universale: lo scontro inevitabile fra nuovo e vecchio.


La tragedia del guru

Essere assurti a voce generazionale è di per sé sia una benedizione sia una maledizione: alla popolarità fa da contraltare la presunzione d’identità con chiunque sia nato in un determinato decennio, la pretesa di risposte, l’abito del guru. Ti possono chiedere di tutto e pretendere legittimamente che la tua replica abbia lo sguardo sconfinato di una statistica, anzi di un profezia.

Coupland, che anagraficamente sarebbe un boomer, negli anni ha fatto anche molto altro: ha scritto romanzi (uno su tutti, Girlfriend in a coma), biografie e articoli per Vice, ha disegnato accessori di moda, ha persino realizzato un’orca pixelata per il lungomare di Vancouver.

Douglas Coupland, Digital Orca (2009)

È però rimasto indissolubilmente legato alla sua prima fatica narrativa, anche oggi che i membri della Generazione X sono cresciuti.

I problemi dei giovani sono cambiati dagli anni Ottanta ad oggi, ma hanno mantenuto inalterate alcune costanti: l’America di Coupland ha ampliato i suoi confini alla nostra vecchissima Europa con le sue definizioni corrosive e la sua ironia disillusa. Si parla ancora di calo delle nascite, di precarietà, di condizioni ambientali prossime al collasso, di voglia di fuga.

Ancora, soprattutto, c’è la necessità di sopravvivere in luoghi finti e impersonali come locali di servizio o spazi vuoti dei centri commerciali, provvisori per definizione, in un prolungamento anomalo del territorio grigio che c’è fra infanzia e maturità: un momento che si espande continuamente e ingloba porzioni di vita sempre più consistenti, relegando uomini e donne a una perenne condizione di minorità ma garantendo anche un metodo per rimandare i problemi della vita adulta con le sue convenzioni sociali e le sue responsabilità ineludibili.

Coupland dopo tutto questo tempo sembra parlarci da un futuro prossimo che si allontana sempre di qualche passo, come un miraggio nel deserto.

Il mondo ha proseguito la sua corsa all’utile, alla produttività, in un certo senso all’ordine, mentre le ultime generazioni hanno continuato a opporsi, rassegnarsi, omologarsi, nei ruggiti delle ribellioni sobillate e poi sopite, nei rigurgiti di un passato che è pronto a digerire ogni novità e renderla indistinguibile dal vecchio rassicurante status quo.

Coupland e i suoi personaggi ci portano ancora oggi dentro le vite sbilenche di chi sceglie l’evasione e prova in ogni modo a forzare le sbarre della sua gabbia: non importa se ciò avviene raccontandosi storie in una languida boccaccesca inattività o perdendosi nel deserto alla ricerca di sé stessi: ciò che conta è la voglia di rottura con ciò che è venuto prima, il bisogno di fuggire.

Generazione X ci insegna, soprattutto, che ci sono cose destinate a non cambiare mai, in ogni decennio, in ogni secolo. Ci sono ancora carrieristi affamati e adulti implumi che provano a spiccare il volo senza riuscirci, c’è ancora chi sceglie di restare cautamente nel percorso che altri hanno già tracciato e chi vuole inventarsi una nuova strada nel deserto o fra le nuvole, c’è lo scontro eterno fra chi non si rassegna ad essere diventato vecchio e chi non capisce come si faccia ad essere giovane.


Accoppiamenti giudiziosi

Ironico, stralunato e lieve, questo romanzo ha provato a sovvertire le regole, ha alzato la voce, è morto ed è risorto infinite volte.

I Gen-X sono invecchiati, i Millennial hanno lasciato spazio ai nuovi giovani che li stanno gradualmente relegando a Facebook, Instagram e altri fugaci social ritenuti comode anticamere per la casa di riposo, insomma il mondo è andato avanti.

Ci sono nuovi temi che Coupland nella sua pur visionaria fantasia non poteva prevedere e che pertanto non è riuscito a pugnalare con le sue definizioni sferzanti o con una favola postapocalittica, ci sono idee passate di moda e improvvisamente ritornate, più o meno come il mullet e i pantaloni a zampa.

Generazione X ha continuato però ad essere un oggetto di culto – fino a qualche anno fa anche una specie di rarità per bibliofili nell’iconica prima edizione Interno Giallo – proprio perché si è confermato un interprete perfetto del disagio e della smania che unisce i giovani di ogni epoca.

Cat Stevens (aka Yusuf Islam), Tea for the Tillerman

Già dai tempi di Aristofane c’erano padri e figli pronti a cantarsele (letteralmente) come in Father and Son di Cat Stevens: i giovani ribollenti e inesperti, pronti a cambiare il mondo senza sapere come fare, i vecchi restii e guardinghi, arroccati sulla loro tradizione stantia.

La stessa musica, lo stesso ritornello, eppure ci si stringe ancora il cuore quando ascoltiamo la penultima traccia di Tea for the Tillerman, forse perché Stevens ci fa comprendere nella sua sostanziale imparzialità il peso della ruota che ci porta progressivamente ad essere tutti il boomer di qualcuno.

Ha detto di essersi ispirato per il brano al suo rapporto con il padre, il ristoratore greco-cipriota Stavros Georgiou, che ha accettato di vedere il figlio allontanarsi dai progetti che la famiglia aveva per lui.

Negli Anni ‘70 il conflitto generazionale uscito dai grandi cambiamenti del decennio appena concluso portava forse con sé moti di cuore ben diversi da quelli di oggi (più assonnati, più a tinte pastello?), ma resta interessante notare che proprio Father and Son sia stata concepita all’epoca come parte di un progetto più ampio, un musical ispirato alla storia ormai trascorsa della Rivoluzione di Ottobre e intitolato icasticamente Revolussia.

Anche nel gelido 1917 russo ci dovevano essere padri preoccupati e figli trepidanti, anche allora a un certo punto si sarebbe arrivati al fatidico “I have to go”.

Cat Stevens a Londra nel 1970

Anche questo libro ha scelto di compiere il suo viaggio, dalla penna di Coupland alle mani delle nuove generazioni, passando per chissà quante librerie, appartamenti in affitto, locali alla moda, scatoloni, scaffali impolverati, McJob sottopagati, cene in famiglia, coinquilini, racconti trasognati. Chissà cosa avrà da dire, fra altri trent’anni, chissà dove lo leggeranno quelli che verranno dopo di noi mentre ci chiamano boomer.

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