“L’abolizione delle specie” di Dietmar Dath

Guardo a Dietmar Dath con l’ammirazione timorata che si riserva ai fenomeni naturali più pericolosi. L’altezza di un’onda anomala, l’oscuro turbinare di un temporale rivaleggiano per vastità e inquietante splendore con il suo capolavoro Die Abschaffung der Arten, portato da poco in Italia da Nero con l’inconfondibile copertina di gomma trasparente e una meravigliosa grafica underground da capolavoro pirata.

L’abolizione delle specie è senz’altro una delle letture più difficili e articolate che abbia mai fatto: per l’eroica impresa di tradurlo in italiano e per l’illuminante postfazione sono grato a Paola Del Zoppo che è riuscita a renderlo fruibile senza provare a limarne le fisiologiche asperità ma anzi esaltandone le vicende capillari, i tic linguistici, le parole inventate.

Non è un libro facile, non vuole intrattenere. Vuole illuminare, confondere, in un certo senso vuole uccidere.

Questo libro è strano ed enorme, è Esopo sotto acido, è Darwin che fa a pugni con Marx, è al contempo un’epopea leggendaria, una profezia devastante, un mito cyberpunk, è la fantascienza classica che cambia pelle e diventa qualcosa di inedito, incomprensibile e bellissimo.

Guillermo Lorca, The Empress (2020-2021)

È – prima di tutto – la storia millenaria dei Gente, popolo variegato di animali vagamente antropomorfi che si è avvicendato all’umanità nel dominio sulla Terra, e del loro sovrano, il leone Cyrus Golden.

La loro vicenda parte dalla fine, dal momento in cui dai rifiuti del mondo umano, noto come epoca della Noia, emerge una nuova divinità furente e conquistatrice che genera o assembla una forma di vita postbiologica, i Ceramici.

Dath sceglie per la sua opera la strada impervia delle narrazioni ambiziose che non guardano al gusto mutevole del lettore ma a un obiettivo più alto: creare qualcosa di profondamente innovativo ed esplorarlo integralmente, con tenaci astrazioni e rimescolamenti, sino alla completa erosione.

Vero romanzo speculativo, questo lavoro ambizioso ed estremo si compone di storie e personaggi che s’incastrano in una trama labirintica da cui è difficile districarsi: la complessa origine dei Gente grazie al lavoro scientifico di Golden nella prima parte della sua esistenza, il cambiamento della sua sposa in sciame e quindi in albero, l’arte delle scimmie, i sotterfugi politici dei tassi e dei pesci, la musica perduta e ritrovata come chiave per decriptare il mistero della vita, in qualunque forma essa si presenti.

Guillermo Lorca, The Healer (2021)

La penna di Dath, barocca e sfrenata, è capace di abbattere le barriere del tempo e le convenzioni di genere per aprire una nuova prospettiva sulla space opera grazie a una narrazione multiforme, allo stesso tempo eroica e squallida, spaventosa e seducente, disillusa e incantata.

Fra spionaggio e guerra si annidano infatti vicende umane e animali delicate, parentesi di fragilità e purezza, storie d’amore e di formazione che intrecciandosi e smarrendosi fra le pagine si contendono il lettore, elevandolo a uno stato di perenne epifania grazie a una comprensione necessariamente incompleta eppure saziante nella propria singolare ricerca di bellezza e di significato.


Fluidità e libero arbitrio

Il vero focus del romanzo cambia più volte: nulla è centrale per più di qualche pagina, nemmeno i protagonisti che si inseguono sulla carta fra disegni stilizzati e futuribili che sembrano allo stesso tempo loghi aziendali e antichissime incisioni rupestri.

Le parole sono libere e mutano continuamente, proprio come i personaggi che provano a raccontare.

Sciolte le catene dei vincoli biologici, i Gente si compongono di elementi animali e umani con assoluta fluidità e infrangono la barriera della nostra breve vita umana per frazionarsi o riunirsi, per farsi leggenda e cambiare linguaggio, sesso, forma, fino rendersi eterni o effimeri come un’idea.

Guillermo Lorca, The Encounter (2018-2019)

Ma qual è il fine ultimo dell’evoluzione? È il raggiungimento di una perfezione che per definizione non può che essere unitaria e intera? È l’immortalità, è la convergenza, è la soddisfazione di ogni desiderio?

In un panorama sconfinato di possibilità e ambienti che con le loro alterazioni superano l’umanità sbarazzandosi dei suoi limiti, i personaggi di Dath provano a influenzare il percorso dell’evoluzione che sembra volerli cannibalizzare in un duello impari con l’inorganico, con ciò che sta oltre la terza dimensione cui siamo abituati, insomma con l’ammasso incomprensibile di eventi ed elementi confusi che qualifichiamo abitualmente come futuro.

Ci sono scienziati mutati in cigni decadenti e tassi che volano in aria come balene, asini afasici e compositrici letteralmente immortali, eppure l’atmosfera dell’avventura narrata da Dath è quella di un grande mito fondativo o di un testo sacro di cui è impossibile comprendere ogni parola: abbondano i riferimenti e i richiami che alacremente disegnano una parvenza di trama in una vasta polifonia di animali e uomini trasfigurati, abbondano le letture e gli spunti lasciati sullo sfondo in una delle sottotrame perdute, destinate a sgonfiarsi o confluire nello scorrere furioso degli eventi come tanti rami del medesimo fiume.

L’abolizione delle specie è una fiaba in cui l’unico animale rimasto è l’uomo, una storia che pone al centro delle proprie riflessioni il dilemma sui confini della libertà, sul senso della vita, sulle possibilità di un’esistenza oltre la Terra e oltre le regole della biologia.


Accoppiamenti giudiziosi

Dal mito alla fiaba, gli animali sono da sempre stati schermi ideali per parlare esplicitamente agli uomini della loro stessa umanità, emblemi involontari e archetipici di valori, qualità e difetti umanissimi e per questo perfetti diffusori di messaggi morali o avvertenze per il pubblico.

Esistono caratteristiche che questi animali umanizzati delle forme più antiche di narrazione si portano incollati addosso come profezie: l’astuzia della volpe, la fedeltà del cane, la spietatezza del lupo, la vanità del pavone. L’essere umano emerge da questi racconti come una figura composita, frutto della fusione di diverse caratteristiche animali e per questo motivo in qualche misura superiore ad ognuno di essi.

Guillermo Lorca, Costume Party (2013)

Dath con L’abolizione delle specie opera fra le altre cose un’ardita inversione di ruoli, immaginando un mondo in cui l’uomo è relegato ai margini dalla libertà sconfinata da un altro animale dominante, che riesce viceversa a imporsi sull’ambiente circostante per decidere il proprio destino in un modo inedito, assemblandosi come lupo, libellula, pipistrello o come una sorta di ibrido, a seconda della convenienza, insomma sperimentando una forma assoluta di libero arbitrio, senza confini fisici o morali.

Ecco dunque che gli animali si liberano dalle narrazioni primordiali scrollandosi di dosso i pregiudizi comodi inventati degli esseri umani: fuori dall’Epoca della Noia, fuori dalle categorie vetuste che il genere umano ha provato a imporre come dogmi e che invece, svuotate di ogni significato, divengono materiale polveroso per memorie adombrate o per musei soporiferi.

La convergenza verso un nuovo stadio sembra essere la sola risposta a un progressivo affinamento dell’arte della sopravvivenza del più adatto, l’unione di ogni animale verso una forma di vita completamente nuova, duttile e quasi immortale.

Eppure l’esistenza di una vita capace di muoversi fuori dai binari della biologia sembra alludere a ulteriori misteri lungi dall’essere chiariti e padroneggiati, in un perpetuo modificarsi e reinventarsi dell’universo, che – come per ogni cosa – lascia trapelare ai margini della narrazione l’idea che alla fine vi sia sempre un rinnovamento, una rivoluzione.

Il rapporto – insito in ognuno dei Gente – fra umanità e ferinità sembra richiamare i dipinti di Guillermo Lorca, artista cileno che riesce a fare coesistere sulla tela enormi gatti e bambine, lupi e tigri, in un’esibizione ora di violenza ora di ambigua sensualità che demolisce definitivamente i confini naturali che sussistono fra tempi e specie profondamente diversi: non stupisce allora osservare la danza enigmatica dei trampolieri con una ragazza che prova ad imitarli, né assistere alla cura reciproca di umani ed animali che si medicano le ferite e crescono insieme sovvertendo proporzioni e ruoli in un clima sfumato da sogno.

Guillermo Lorca, Eternal Life (2013)

Nei lavori di Lorca gli animali si staccano dalle simbologie convenzionali e diventano personaggi dotati di una propria interiorità, parti di un rapporto complesso e meraviglioso che li lega agli esseri umani con cui sprofondano in liquidi opachi o si gettano in enormi letti confusi di pellicce e lenzuola. Sono gatti giganteschi, scimmie rosa e cinghiali blu, sono uccelli che trapassano i muri col loro becco, cani che si accalcano su banchetti caotici e cruenti.

Sono forse vasti e mutevoli come le forme disegnate da Lorca anche i Gente, che si aggirano sui resti dell’umanità dentro ricche ambientazioni domestiche o scenari di macabra decadenza, languidi e imperscrutabili, combattivi e umanissimi, indefinibili nella loro continua ricerca di un fine.

Fra sogno e leggenda, Dath e Lorca inventano mondi complessi e plausibili che ci avvolgono nella loro diversa razionalità e ci obbligano a cambiare punto di vista per esplorare, almeno con la mente, il vasto insieme di possibilità che il reale sembra sempre più incapace di nasconderci con la sua quieta circolarità.



L’abolizione delle specie

Dietmar Dath – Nero Editions (2023)


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