“Siamo qui per farci male” di Paula D. Ashe

Perché desideriamo l’orrore? Me lo sono chiesto spesso davanti allo schermo nero che mi riflette alla fine dell’ennesimo film horror, dopo i titoli di coda.

Forse perché ci regala un brivido controllato, una paura gestibile, come le montagne russe. Ci porta vicini alla morte senza valicare il limite inviolabile della vita. Forse amiamo l’orrore perché ci porta ai confini di ciò che riteniamo accettabile e ci permette di esplorare quella zona grigia che sta fra il plausibile e l’assurdo, il giusto e lo sbagliato, la veglia e l’incubo.

Una cosa è certa: quando arriviamo all’orrore, quando ci poniamo volontariamente davanti all’abisso, siamo qui per farci male.

Emil Melmoth, Our Lady of the Blind Fate (2022)

Siamo tutti qui per farci del male ma anche per avere sollievo, per lenire il dolore psicologico che ci viene inflitto dalla consapevolezza di trovarci in un mondo in cui l’orrore esiste veramente, un posto terribile in cui ci sono il cancro e la guerra e gli omicidi insensati. Siamo qui per guardare il buio fino a farci abituare gli occhi, per poterci muovere con più scioltezza nelle tenebre che ci circondano sempre, anche in pieno giorno.

Paula D. Ashe, nelle sue short story premiate con lo Shirley Jackson Award, dimostra di conoscere bene l’oscurità e di saperla plasmare a proprio piacimento sino a darle la forma di un’intera mitologia o piuttosto di un intero universo che soggiace alle medesime regole e che ingloba in sé le medesime angosce.

Culti, mutilazioni, traumi, resurrezioni. Nei racconti di Ashe – tradotti da Claudio Kulesko per Zona42 – si sente chiara l’eco di un ambiente comune, fra rimandi più o meno espliciti e una sinistra continuità che sembra tracimare le pagine per alludere a qualcosa di comune e nascosto, sottaciuto.

Un segreto, una verità inconfessabile?

Emil Melmoth, Pious (2022)

Ci sono vittime pronte a tramutarsi in carnefici e strani rituali che erodono il confine fra la vita e la morte, ci sono Jack lo Squartatore e i suoi emuli più recenti, genitori degeneri e figli degeneri, sacerdotesse che venerano la decomposizione e orrori familiari nascosti, una vera mostra delle atrocità che sembra allargare famelica i buchi e le ulcere che punteggiano la superficie ordinaria della nostra realtà per svelarci qualcosa di autentico e terribile.


Accoppiamenti giudiziosi

Le storie di “Siamo qui per farci male” funzionano. Sono angoscianti, misteriose, non svelano mai troppo. L’ho sentita cantare è il racconto più atroce che abbia mai letto. Parla di due sorelle, di un passato di segregazione e abusi, del perpetuarsi di un trauma mai assestato.

Dopo averlo letto bisogna riprendere fiato. È troppo, è troppo. È un congegno troppo perfetto per lasciare indifferenti. Sconvolge, certo, ma ha anche la rara dote di perseguitare il lettore per molto tempo dopo la fine della lettura.

Maledizione o benedizione? Forse solo ottima letteratura.

Emil Melmoth, Lamento encarnado (2022)

In ogni storia Paula D. Ashe manovra con sicurezza i corpi e gli occhi dei suoi lettori, trascinandoli in vicende adombrate che non si pongono limiti e che – lungi dal volere strappare un urlo e un sobbalzo come il più banale dei jumpscare – riescono a dosare con cruda determinazione ombre e luci per dare consistenza a una forma pura e piacevolmente rivoltante di orrore.

La sua prosa non si ritrae mai dalle scene più cruente, eppure non le pone al centro: al contrario le usa, alternando toni e ambientazioni in un inquietante gioco di riflessi, per ritagliare quadri di terrore sempre a cavallo fra reale e soprannaturale, in un mondo malvagio che ricorda preoccupantemente la nostra realtà quotidiana filtrata da notiziari e paranoie, leggende metropolitane e paure ancestrali.

Tornano poi, in un sottile meccanismo di rimandi e citazioni, alcuni personaggi e alcune situazioni che sembrano costituire un’ossessione capace di corrodere le barriere naturali che stanno fra un racconto e l’altro: filtrano fra le pagine e si propagano come un contagio culti proibiti che celebrano ora la violenza ora la putrefazione, pratiche blasfeme di resurrezione, mostri che si palesano con l’incomprensibile dignità di una divinità e sconvolgono le menti dei loro adepti involontari.

Questa attenzione al sacro e alla corporalità richiama alla mente il lavoro di Emil Melmoth, artista messicano che esplora il mistero della vita e della morte con sculture realistiche e inquietanti.

Le opere di Melmoth (come l’uomo errante?) si pongono così come originalissimi tributi al barocco e alla scultura rinascimentale, ma costituiscono anche nette cesure rispetto alle convenzioni e al pudore dell’iconografia sacra: fra drappi leggeri e teneri incarnati diafani, l’artista messicano insinua infatti, con una spietata volontà profanatrice e rivelatrice, squarci macabri e spaventose rivelazioni anatomiche.

Emil Melmoth, Holy Child of the Plague (2022)

Come nei racconti di Paula Ashe, anche nelle sculture di Emil Melmoth è dunque possibile percepire la chiara intenzione di stupire e disgustare l’osservatore, ma soprattutto di infliggergli una visione talmente cruenta da risultare profondamente illuminante.

In questo panorama di carne e sangue, l’elemento sovrannaturale si affaccia agli spiragli lasciati fra una storia e l’altra come uno strano bagliore incapace di rischiarare ogni angolo: sono superstizioni e strane pratiche devozionali, sono luci posizionate accuratamente per dare più materia all’ombra, per creare con la loro presenza tremula e confusa uno spaesamento ancora più profondo nel lettore disarmato.

Incorporando nelle proprie opere il legame ambiguo che unisce luce e tenebra, Ashe e Melmoth s’inabissano così nel complicato rapporto dell’essere umano con la propria corporeità: un legame fragile fra desiderio e paura, fra celebrazione e punizione, nella perenne tentazione di scuoiare, strato dopo strato, il buio più puro che abbiamo dentro.

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