L’America non è mai stata innocente. Lo mette subito in chiaro James Ellroy nell’introduzione al suo libro più famoso, American Tabloid: siamo tutti colpevoli, bisogna solo capire di cosa.
L’America che ci raccontano le sue pagine veloci e febbrili è quella dei rotocalchi scandalistici e dei casinò, delle prostitute e dei potenti, delle armi esibite, dei segreti marciti sotto i cuscini con i sogni che qualcuno ha mandato ad annegare, un mondo verde costruito integralmente sui soldi e sul loro potere impalpabile e sporco.
Sentite ululare? È lui, il Demon Dog della letteratura americana. E ha fame.
Ellroy è uno showman fatto di contrasti: è esagerato, aggressivo, spregiudicato. Si muove solo grazie al fiuto fra le rovine di un’America leggendaria e patinata, poi corre e sbava dietro le sue prede finché non riesce a inchiodarle contro la loro stessa umanità.
Il Demon Dog è fatto così, si ciba di miti.
Il mito americano – prelibato, proibito – è un quadro edificante che ci ha colonizzato la mente da tempo: le star di Hollywood, il chiasso delle elezioni e della propaganda, lo scintillio della celebrità che crea icone pop e modelli positivi coi denti perfetti, le guance piacevolmente rosate, i capelli forti e folti. Eppure dietro questo spettacolo, dietro la retorica dell’America vittoriosa e forte, s’intravedono le ombre di uno sfondo marcio e corrotto, un retroscena scabro in cui finiscono stipati tutti i risvolti negativi di quel sistema che sullo schermo sembra perfetto eppure continua a scricchiolare.
I protagonisti di Ellroy non sono mai individui isolati, sono una rete di contatti. Sono cibo per la sua penna frenetica, sono colpevoli e bugiardi, come tutti, del resto. Si conoscono, di fama o di persona, si odiano, si corteggiano, si prendono a pugni, si ammazzano.

Sono loro il nostro materiale, le nostre fonti, un sottobosco maleodorante, gli ingranaggi minuscoli e indispensabili che fanno funzionare uno stato enorme senza mai comparire: l’agente Kemper Boyd, ambizioso doppiogiochista impegnato in un flirt mortale con CIA, FBI e crimine organizzato, il rigoroso Ward Littell infatuato del giustizialismo del procuratore Bob Kennedy, il massiccio Pete Bondurant, faccendiere vicino tanto alla mafia quanto al sindacato.
Le loro storie s’intrecciano a quelle dei grandi personaggi che provarono all’inizio degli Anni Sessanta a plasmare a propria immagine gli Stati Uniti e il mondo intero: il sindacalista Jimmy Hoffa, il boss della mafia Sam Giancana, i fratelli Kennedy e il loro potentissimo padre, l’eccentrico magnate Howard Hughes, l’eterno direttore dell’FBI J. Edgar Hoover.
Sono personaggi maiuscoli e minuscoli, che Ellroy riesce a ritrarre con lo stesso tratto isterico e spietato, senza sconti: la sua prosa sincopata si scava a morsi un tunnel nella storia americana inventando e profanando le icone pop del nostro passato in bianco e nero, come un verme ubriaco dentro una mela particolarmente succosa e cedevole. Non ci sono santi, non ci sono eroi. Solo colpevoli.
Andando a fondo, fra leggende metropolitane e illazioni, Ellroy allestisce col suo stile rapido e incisivo un teatro spaventosamente coerente da cui emerge, fra colpi di scena e colpi di pistola, il ritratto crudo di un paese troppo orgoglioso per riconoscere di essere irrimediabilmente avariato.
È inutile chiedersi cosa sia vero e cosa sia falso. Leggendo American Tabloid si capisce presto che a contare veramente non sia la realtà accertata bensì il pettegolezzo, la calunnia, il sospetto: dietro ogni famiglia rispettabile si celano segreti vergognosi ben sigillati sotto il tappeto, nelle fondamenta di ogni edificio ordinato riposano cimiteri abusivi e verità sepolte troppo a fondo per essere riportate alla luce.
Nei personaggi di questo noir sulfureo e paranoico, sotto la loro pelle di carta e inchiostro, si dimena come un parassita l’ambizione del sogno americano senza confini, senza più morale, senza via d’uscita.
Vincere o morire
I protagonisti di Ellroy sono su una scacchiera enorme di cui non si comprendono chiaramente confini e forma. È impossibile capire quanti stiano giocando, eppure è evidente che sia un gioco la corsa di ogni personaggio verso l’epilogo, il suo gravitare indecifrabile nella complessa galassia geopolitica che unisce gangster e rivoluzionari castristi, politici e funzionari, poliziotti corrotti, cabarettisti, sindacalisti, star del cinema, giornalisti. La traiettoria confusa di ogni elemento è una danza imprevedibile fra estratti di diario e registrazioni telefoniche, fra omissioni e menzogne.

Il lato più affascinante della visione comunque manichea di Ellroy è la sua costante propensione all’oscurità. In ogni evento sono in agguato interessi nascosti a tirare le fila della Storia, a creare eroi e proclamare vittorie. Nulla avviene per caso, nessun pasto è gratis. Ci sono solo il bianco e il nero, e forse il bianco non esiste.
Così, fra vendette e complotti, la penna nervosa del Demon Dog di Los Angeles si sazia sbranando stelle e strisce sino a snudare senza pietà il cuore infetto del suo ingombrantissimo paese.
Accoppiamenti giudiziosi
Il modo più efficace per visualizzare le narrazioni di James Ellroy, spesso talmente ricche e sfaccettate da tracimare la durata di un singolo romanzo, è quello della rete.
Ogni elemento è un polo, ogni storia un incrocio fra fili rossi che s’incontrano senza alcun senso e creano un ricamo, un nodo, un groviglio difficile da districare.
Come nelle opere di Chiharu Shiota, è inutile provare a seguire un unico filo: bisogna arretrare di un passo di fronte alla sua architettura aracnea per apprezzarne l’inquietante bellezza e riuscire a trovare un senso e una risposta nelle sue minute simmetrie, nei suoi percorsi tortuosi.
Shiota, giapponese residente a Berlino, affronta spesso nelle sue opere il tema della memoria collettiva attraverso un uso sapiente e totalizzante di fili e oggetti d’uso comune, che vanno a comporre davanti agli spettatori strutture complesse fatte di pieni e di vuoti, di contatti, di connessioni.

Gli oggetti che troviamo avvolti dalle trame tortuose di Chiharu Shiota vengono definiti nella loro essenza proprio dai fili che li intrappolano: la loro posizione nel mondo, il loro ruolo diventano così inscindibili dalla selva di fili tesi che sono visioni e relazioni, punti di vista.
Allo stesso modo, James Ellroy non si accontenta di presentare gli eventi storici come verità fisse, assolute, ma sceglie la strada labirintica dei fili rossi, dei legami proibiti e degli intrecci torbidi per riempire di letteratura e di tensione narrativa le incongruenze della nostra storia recente.
