“Europeana” di Patrik Ourednik

Ci sono libri interminabili fatti di nulla e libri minuscoli che contengono un intero secolo. A questa seconda categoria appartiene Europeana, visionario collage storiografico con cui Patrik Ourednik immortala e appiattisce le asperità e le assurde vicissitudini di un secolo così breve da stare ammassato comodamente in una pila di ritagli che sembrano presi da un giornale o dalla pagina delle curiosità della Settimana Enigmistica.

Aneddotica e Storia (con la S maiuscola) s’inseguono e perseguitano in questa bellissima follia che volteggia e ammicca mentre ci parla di morti e di mode, di allunaggi e rivoluzioni, ridacchiando come un giullare del nostro disorientamento e delle nostre bocche ad O (altrettanto maiuscola, madornale) di fronte allo sfrontato carnevale ch’è il nostro passato.

Richard Hamilton, Interior (1964-1965)

Recente o remota, la storia ci preme per diventare futuro e replicarsi in un continuo gioco di specchi: ai campi di concentramento fa da contraltare una provocatoria Barbie col vestito a righe, agli stermini si oppongono le invenzioni utili e strampalate, le assurdità della vita quotidiana che s’insinuano nella cronaca per provare a concorrere con gli eventi più macroscopici a tessere il futuro.

Allora srotoliamoci insieme a Ourednik su questo tappeto d’informazioni inutili ed essenziali, su questo susseguirsi di quadri contrastanti e salti temporali che sembrano un’ordinata teoria di cause e conseguenze e invece sono pianeti anomali gettati in un universo vuoto senza alcuna traiettoria, tutti introdotti da un’equanime pacificatrice congiunzione “E…”.

Eppure non c’è pace, nel Novecento: ci sono solo tragedie di cui s’impara a ridere, alla fine, col sorriso amaro delle vittime e dei folli mentre la storia continua a macinarci per proseguire incessante la sua corsa verso qualcosa d’ignoto ma stranamente familiare.

E nel 1989 un politologo americano inventò la teoria della fine della storia secondo la quale la storia era giunta alla fine perché la scienza moderna e i nuovi mezzi di comunicazione avrebbero permesso a tutti di vivere nel comfort e diceva che il comfort universale era una garanzia di democrazia ma che non era vero l’inverso come avevano creduto un tempo i razionalisti e gli umanisti. E che il cittadino era a tutti gli effetti un consumatore e che il consumatore era a tutti gli effetti un cittadino e che tutte le forme di organizzazione della società tendevano verso la democrazia liberale che a sua volta avrebbe condotto alla scomparsa di tutte le forme autoritarie di governo e alla libertà politica ed economica e all’uguaglianza e a una nuova era della storia dell’umanità e che allora la storia non avrebbe più avuto ragione di esistere. Ma molti non conoscevano questa teoria e continuavano a fare storia come se niente fosse.

Richard Hamilton, Interior II (1964)

Accoppiamenti giudiziosi

È dada ma anche molto pop il lavoro di Ourednik coi suoi ritagli di giornale tramutati in romanzo: figurine stampate, accessibili a tutti, quasi prodotte in serie, che si affastellano in concetti o quadri capaci di far coesistere le incongruenze e l’accelerazione del Novecento in un ambiente estraneamente riassunto.

Concisione, riutilizzo, copiatura. Esiste uno stratagemma migliore per incorporare in una sola opera letteraria la complessità e lo Zeitgeist mutevole del XX Secolo, nato nella tragedia della guerra e degli stermini e sublimato nella commedia demenziale del consumismo, nella leggerezza come stile di vita, nel disimpegno obbligato?

Richard Hamilton,
Towards a definitive statement on the coming trends in menswear and accessories (a) (1962)

Ourednik descrive un’Europa (o meglio un mondo) in perenne fermento, un contesto che cambia continuamente e si smarrisce nell’ironia della quotidianità mentre, sullo sfondo, detonano i grandi eventi della Storia. Per Europeana non esistono fatti secondari: ogni cosa è indice del suo tempo e serve per completare il collage di eventi e colori e intuizioni che è l’apprensione fulminea e appiattita del secolo più scosceso che sia mai esistito.

Possiamo avvicinarci a questo romanzo anomalo e frammentario come a un collage di Richard Hamilton: un interno stilizzato, stipato di figure bidimensionali, ritagli, citazioni confuse che sovrapponendosi ritraggono alla perfezione un’epoca sfuggente.

Richard Hamilton, Just what is it that makes today’s homes so different? (1992)

Europeana è l’istantanea di un salotto in cui è pressato un intero secolo. Possiamo perderci nei suoi cunicoli o allontanarci di un passo per apprezzare meglio la visione d’insieme: resteremo comunque soverchiati e sorpresi dal suo vortice di avvenimenti e dalla sua confabulazione.

Come nelle opere di Hamilton, anche in Europeana l’accostamento stridente di notizie che sembrano ritagliate da un giornale colpisce il lettore con una forma molto originale di realismo. È la cruda onestà del frammento a riempire il campo visivo dell’osservatore, l’atroce consapevolezza che non servono monografie per creare un’icona immortale: spesso basta la forma giusta, le parole asportate e assemblate nel modo corretto, per condensare in un solo sguardo l’assurdità della storia e l’ironia della nostra condizione di pedine sull’enorme scacchiera del tempo.

Lascia un commento