Siamo europei. Siamo capaci di torturare gli esseri umani se questo può servire ad alleviare i nostri mal di testa.
Clemens J. Setz a partire da questo spunto intesse una storia bizzarra e spiacevole che scardina da subito tutti i cliché della fantascienza e del thriller per dare voce a qualcosa di nuovo, febbrilmente postmoderno, unico: “I bambini indaco”.
In questo mondo – un presente alternativo con dissonanze minute ma significative rispetto alla nostra realtà – ci troviamo davanti a un morbo inizialmente difficile da diagnosticare: un imprecisato malessere, diffuso soprattutto in alcuni genitori, fatto di emicranie e capogiri, di un progressivo indebolimento.
La causa di tutto sono i bambini, alcuni bambini che sembrano sani, anzi sono perfettamente sani, ma fanno ammalare chi li circonda.
Per questo i bambini indaco – così li chiamano scimmiottando un certo ottimismo New Age, col gusto tipico di Setz per le ibridazioni pop e una certa ironia malevola – vanno isolati, contenuti, insomma discriminati. Sono loro i portatori di questa patologia che li lascia indenni mentre distrugge chi li circonda, sono loro i colpevoli?
Gli adulti li mettono presto in istituti particolari, li segregano in stanze attrezzate per evitare ogni contatto col mondo esterno, contengono in ogni modo gli effetti della loro condizione, a volte li fanno proprio sparire.
Hanno anche inventato un termine dispregiativo per indicarli, un semplice giochetto, quasi un anagramma: Dingo.
I bambini sono dingo, sono cani, sono animali da cui guardarsi. Sono diversi.
Su questo sfondo opaco e confuso si stagliano nitidi due personaggi complementari: il professor Setz, omonimo dell’autore, che ha provato a decriptare il mistero di questi bambini dopo aver insegnato brevemente in una scuola a loro riservata, e il suo ex-alunno Robert, ora in cerca di affermazione come pittore dopo un affievolimento degli effetti della sua condizione di indigo.
Entrambi cercano una verità, nel complicato incastro di personaggi ambigui e ambigue moralità, vicende secondarie e scienza, cultura alta e cultura bassa – Thomas Pynchon e il Batman di Adam West, gli esperimenti sugli animali, le api, le lampadine alogene in via di estinzione,
Entrambi hanno un rapporto singolare con la crudeltà, specie quella su bambini e animali, soprattutto animali: se Setz sembra afflitto da una forma estrema di empatia, Robert con la sua arte esplora la sofferenza in un difficile percorso di crescita e presa di coscienza.

L’intero libro è un grosso puzzle con pezzi in eccesso e pezzi mancanti: un quadro necessariamente incompleto che si arricchisce famelicamente di materiali diversi, ritagli e foto à-la-Sebald disseminate nel testo, cambi repentini di registro e dialoghi degni del più assurdo Quentin Tarantino, in una vera esaltazione del modo postmoderno d’intendere la letteratura.
Il risultato è complesso, spesso difficile da comprendere. È una cartografia della sofferenza, in ogni sua forma: fisica e psicologica, spirituale. È un tentativo di scavare negli ingranaggi più sporchi della società per esporne le storture senza prestarsi a facili letture edificanti né a invettive semplicistiche. È un horror che non fa paura, è un thriller che non cerca il brivido, è un’ucronia che sembra vera. È disagio continuo, ricerca, scavo, erosione.
I bambini indaco sono certamente un problema, lo sono per la collettività, per chi li circonda, eppure sono esseri senzienti capaci di provare e comprendere il proprio dolore: sono animali, certo, come lo siamo tutti.
Setz si prodiga in un virtuosismo di voci e prospettive disturbanti per raccontarci una storia fatta di malessere, che riesce a contagiare il lettore con le sue panoramiche desolanti, con le sue estenuanti divagazioni, con l’impressione che manchi sempre qualcosa per riuscire a mettere a fuoco il tutto.
Come nella vita, come nella ricerca scientifica il colpevole non si trova nell’ultima pagina, forse anzi non esiste alcun colpevole perché sono tutti egualmente colpevoli, tutti complici di un meccanismo che si nutre di sofferenza per produrre altra sofferenza, ancora e ancora, incapace di fermare il suo feroce reiterarsi, incapace di spegnersi come quelle lampadine dimenticate accesse da decenni che continuano a funzionare senza alcuno scopo apparente.
Accoppiamenti giudiziosi
La struttura labirintica del romanzo, le lacune, la proliferazione di tesi e antitesi richiamano alla mente la serie di disegni Die Formen der Gefäße, la forma dei vasi, dell’artista tedesco Dennis Scholl.
Nelle sue opere, il tratto a matita permette di avvicinarsi alla complessità del reale scoprendo gradualmente nuovi dettagli e nuove prospettive nel groviglio di membra ed eccessi, disvelando lentamente una verità che sembra sempre incapace di emergere.

Alla luce di queste immagini allo stesso tempo spiacevoli e affascinanti, profondamente evocative nella loro mirabile difformità, viene spontaneo interrogarsi su cosa sia normale e su quanto sia legittimo decidere in base a un criterio puramente statistico un criterio di normalità e anormalità.
È malattia un diverso modo d’essere? È malattia qualcosa che ti lascia completamente indenne mentre fa star male chi ti circonda?
Le risposte non sono mai facili né è agevole l’atteggiamento morale del lettore di fronte a un panorama ambiguo e mutevole, che predilige le sfumature grigie a un netto chiaroscuro.
In questo modo, come nel romanzo di Clemens Setz, l’attività passiva dell’osservatore si trasforma in un’indagine destinata a scavare ferite nel sistema senza la pretesa di giungere a una rivelazione finale: ciò che s’intravede sembra talvolta prevalere sugli elementi ben definiti, come se una parola o un tratto bastassero da soli per far funzionare un meccanismo complesso e doloroso che riesce ad elevare il mistery e il thriller all’altare polimorfo della grande letteratura postmoderna.
