Il nostro modo di intendere la fine del mondo è qualcosa di molto più prosaico rispetto alle allucinate visioni che i mistici medioevali e i profeti hanno descritto nell’antichità.
Certo la popolarità di un genere letterario di questo tipo non poteva che risentire dell’avanzamento tecnologico e del maggior grado di consapevolezza dei lettori: chi parlerebbe oggi di angeli che discendono in terra, di Cristi sovrani e giudizi universali?
Ovviamente Huw Lemmey.
Artista, critico e scrittore impegnato sui temi della sessualità e della galassia LGBTQ+, Lemmey ha trovato uno spirito affine nella voce antichissima e verde di Ildegarda di Bingen, monaca benedettina vissuta nel XII Secolo e vera donna rinascimentale ante litteram: fu infatti mistica e musicista, teologa ed erborista, gemmologa, guaritrice, naturalista.
Fu anche inventrice di una delle più antiche lingue artificiali, la lingua ignota che ha ispirato l’opera di Lemmey, dotata di un proprio alfabeto di 23 lettere e di un proprio vocabolario, destinata a un uso ancora oggi non compreso fino in fondo.

Lemmey recupera gli scritti di Ildegarda e li colloca in una modernità da cui la mistica, nella sua visionaria capacità di astrazione, senz’altro avrebbe ricavato quadri d’angosciosa bellezza.
Lingua ignota parla infatti di giudizio universale ma lo fa con la consapevolezza e la profondità dell’uomo contemporaneo seduto sul baratro dell’apocalisse nucleare, ambientale, sociale: in questo panorama disilluso e secolare trovano misteriosamente una collocazione perfetta le visioni di Ildegarda e gli spunti della sua opera si arricchiscono nella nostra età dell’ansia di descrizioni potenti che spaziano dal gore più estremo a un impalpabile lirismo, esplodendo in un’opera di difficile classificazione sospesa fra romanzo, poesia e trattato.
La storia che si sviluppa sullo sfondo della fine dei tempi è quella di una donna qualunque, stritolata dal lavoro di ispettrice sanitaria e per questo rappresentate di un ordine umanissimo e burocratico, che prova a sottrarsi alla sanguinosa occupazione degli Angeli discesi in terra per amministrare il giudizio universale.
In questo presente concitato e maestoso, la protagonista, innominata, cerca una via di fuga nei campi e nella natura che separa l’abbacinante luce dell’ordine divino dalla rigogliosità animista della terra, per recuperare in qualche modo un diverso sentire e un diverso rapporto con il proprio corpo e la natura.

I cori angelici, sesta visione del manoscritto Scivias (dal Codice di Wiesbaden)
L’autore dà materia in questo modo a una storia squisitamente moderna, con coraggio e sprezzo per i canoni di genere: la sua apocalisse è spirituale ancor prima che fisica, è personale e universale allo stesso tempo, è formazione e deformazione e muove da considerazioni irrazionali e poetiche che pure trovano campo aperto nelle asperità e nel rigore logico del prossimo futuro.
Ci sono nelle sue parole una ricerca di senso continua e un costante tentativo di scalfire il mistero del rapporto fra parola e cosa, una comunione col divino che passa necessariamente per la spinta creatrice e rinnovatrice che divampa in ogni creatura, la viriditas di Ildegarda, la potenza dei boccioli prima che diventino fiori o foglie:
L’impulso al cambiamento, a inventare le cose, a rifarle, è dentro tutti noi – dottori, scrittori o viaggiatori
La tragedia cui assiste la protagonista è quella dell’uomo moderno che si trova alla resa dei conti col primordiale: in lei osserviamo lo scontro finale non tanto fra il bene e il male, quanto piuttosto fra la pulizia inerte della città e la marcescenza della foresta, emblema di morte e di vita e sintesi della dissonanza fra l’ordine costituito e la bellezza istintivamente selvatica di un ecosistema che travalica l’individuo e diviene sacro.
Accoppiamenti giudiziosi
Il brulicare delle forme e la commistione dei tempi operata da Lemmey ricorda l’opera altrettanto rivoluzionaria di Nicola Verlato.
L’artista veronese nel suo percorso artistico ha infatti saputo recuperare la sensibilità e le forme del dipinto per gettare una luce diversa sulle incongruenze del nostro presente, offrendoci scorci di un mondo terribile e meraviglioso.

La luce irreale, la materialità sovrana dei corpi, che sembrano sculture e teatranti, donano al lavoro di Verlato la stessa spinta generatrice e visionaria che è sottesa al lavoro di Lemmey nella costante rielaborazione di panorami ultramoderni.
Anche Verlato ci parla di apocalisse e di futuro e per farlo ricava potenza espressiva e presagi dalla tradizione della pittura sacra: il suo pennello ottiene dal passato una forza rinnovatrice capace di abbagliare gli osservatori e si nutre di colori e forme senza tempo per continuare a raccontarci un futuro intravisto in un’emicrania o in un sogno – utopia o devastazione, apocalisse o ascesa al cielo? – mentre il nostro presente prosegue incessantemente la corsa della ragione e della logica discorsiva precludendosi intuizioni di sfolgorante bellezza chiarificatrice.
