Quando pensiamo alla parola impero è normale evocare schiere di legionari, teste coperte d’alloro dorato, Napoleoni e Vittorie e soli che non tramontano mai.
Ben più difficile, parlando d’imperi, è figurarsi l’avventura coloniale tedesca nell’attuale Papua Nuova Guinea, più precisamente nelle terre selvatiche ai confini della realtà una volta note col toponimo di Nuova Pomerania.
Christian Kracht ci parla proprio di questo mondo sospeso, del suo squallido splendore e della sua traballante esistenza in bilico fra pulsioni libertarie e razzismo, sfruttamento coloniale e avventura, realizzando un ritratto spietato e totalizzante di un’epoca complessa che non esaurisce nella tumultuosa risacca politica del Novecento le sue ossessioni e i suoi ideali.
L’impero non incarna gloria e onore, non dischiude nuove possibilità a chi è così coraggioso da lasciarsi alle spalle la madrepatria. L’impero è una distesa di zanzare e malattie e bugie nascoste sotto la sabbia come cadaveri dimenticati dalla società, un pezzo di terra improduttiva e violentata, sperduta nel mare e nella carta di navi mercantili e piantagioni, commerci e lingue diverse e vite intrecciate in quel fenomeno distruttivo che fu il colonialismo.
Nessuno vuole realmente parlare di quest’epoca minuscola dal punto di vista degli sfruttatori – ci si vergogna del passato coloniale o lo si riscrive edulcorandolo, cercando di far prevalere l’aspetto avventuroso sullo squallore della sopraffazione e della civilizzazione forzata dei popoli non europei – soprattutto nessuno vuole veramente sporcarsi le mani con il colonialismo tedesco, col nome ingombrante del Secondo Reich d’oltreoceano e con le sue storie trascurabili, stritolate fra le voci prepotenti delle guerre europee, delle alleanze e degli stermini, nessuno tranne Kracht: per lui queste terre neglette rappresentano il territorio ideale in cui far germogliare la fantasia e l’invenzione, ben concimate dai residui di una storia vera e assurda, quella di August Engelhardt.
Vegetariano, nudista, questo strampalato avventuriero lascia l’Europa con un solo obiettivo: comprarsi un’isola tutta sua per creare una comunità di mangiatori di cocco, frutto perfetto che sembra infuso dalla generosità di Dio con la perfezione tonda delle cose che esauriscono in sé la complessità del reale.

Per Engelhardt il cocco rappresenta infatti l’alimento definitivo, capace di donare da solo tutto il buono che unisce il divino e il terrestre in un gesto di cura universale: le sue fibre diventano combustibile, la sua polpa bianca si eleva a carne del futuro, la sua acqua toglie la sete e rischiara la mente.
Dissetato e dissennato, idealista, eroe romantico, questo personaggio nelle mani esperte di Kracht si stacca dall’aridità della cronaca d’inizio Novecento per incarnare, nella sua parabola di follia illuminata, le contraddizioni e la fragilità di un mondo sbagliato e ricco e incredibilmente sfaccettato sotto la superficie opaca e compatta donatagli dai libri di storia.
Kracht frantuma il guscio durissimo di quest’era fatta di ottimismo e fede nel progresso, liberandosi di ogni scheggia di eroismo e patriottismo, per rivelare l’interno polposo di un frutto indigeribile: i prodromi degli eccidi che avrebbero sconquassato il Novecento, i cortocircuiti e le discrasie degli europei che si sono dipinti come civilizzatori e che invece hanno devastato il mondo con le loro ambizioni tascabili e la loro delirante sete di potere, di luce, di comprensione e dominio sulle cose.
Imperium non scivola mai nel buio, tuttavia, anzi riesce a mantenere in ogni sua parte un’ironia deliziosa e feroce capace di strappare un ghigno autoironico anche al più tetro dei lettori.
Accoppiamenti giudiziosi
A prescindere dal contesto sociale in cui si trova ad agire, Engelhardt è una figura titanica che sarebbe piaciuta a Werner Herzog. Non è difficile immaginarselo interpretato da uno spiritato Klaus KInski mentre furoreggia fra palme e seguaci denutriti, mentre corre nudo sulla spiaggia incontaminata di una Pomerania nuova di zecca per sfuggire alle zanzare e alla malaria.

Engelhardt, come Fitzcarraldo, esiste infatti solo per sovvertire i canoni imposti dalla società e rappresenta il paladino di un impero privato, fatto di sogni e non di terre, di obiettivi assurdi e di ideali che non concepiscono il denaro e il potere quali mete da raggiungere ma solo come incidenti sulla strada – impervia, dolorosa – verso un obiettivo che è prima di tutto spirituale e personale.
Io sono l’Eccesso e il Soprannumero. Io sono l’Ultima Battaglia. Io sono i Miliardi. Io sono lo Spettacolo nella foresta vergine
Fitzcarraldo
Cos’è eroico, per Herzog e Kracht? Non di certo l’inseguimento di un potere economico o politico, tendenza che viene anzi derisa apertamente con figure grottesche come quella del Governatore di Herbertshöhe o della ricca imprenditrice Queen Emma, bensì la capacità dell’uomo di sfidare l’impossibile per un ideale, la sua determinazione a perseguire un sogno irrealizzabile in sprezzo delle convenzioni sociali, la voglia – con le palme da cocco o il teatro dell’opera nella giungla – di accedere con un impresa irrazionale e meravigliosa al segreto stesso dell’immortalità.
