“Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal

Entrando nel pub “Alla tigre d’oro”, nel cuore vecchio della Praga letteraria e ubriaca che siamo abituati a sognare, sembra quasi di sentire aleggiare la presenza sorniona e sfrontata del suo cliente più famoso: l’immortale Bohumil Hrabal.

Fra i turisti spaesati e i praghesi assetati di Pilsner è impossibile non immaginare – al centro esatto del caos, come una strana divinità della distruzione e della rinascita – il tenero barbaro Hrabal agitarsi nella frenetica invenzione di un altro dei suoi aneddoti.

Prolifico racconteur, immaginifico inventore di storie autobiografiche rocambolesche, Hrabal nei suoi romanzi si è ritratto parzialmente nelle più svariate pose e professioni, buttando su carta con uno stile inconfondibile il suo sguardo incantato e feroce sul mondo che lo circondava: quella Praga di orologi e marionette, di cultura ammassata e dimenticata, di oppressione e libertà e scherzi e crudele progresso che oggi si visita ciondolando fra la fiaba sgangherata di Staré Město e la modernità affamata di Piazza San Venceslao.

Brian Dettmer, Spellage (2020)

Una solitudine troppo rumorosa” è una vera gemma capace di distinguersi e brillare anche nel più alto panorama letterario ceco: è la storia – semplice e per questo profondissima – di un addetto alla pressatura della carta.

Pare che Hrabal abbia fatto veramente questo lavoro, così come migliaia di altri mestieri che fanno capolino fra le sue pagine e che contribuiscono con la loro pastosa quotidianità a imbastire narrazioni stralunate e meravigliose.

In questo caso la materia narrata si può riassumere in poche righe: l’addetto alla pressa per la distruzione della carta, dopo 35 anni di onorato servizio, si scontra con l’arrivo di macchinari e metodi più avanzati e si trova a lottare con la sua stessa obsolescenza.

Da questo spunto uno scrittore qualunque avrebbe probabilmente tirato fuori un racconto breve, un giornalista forse ci avrebbe fatto un editoriale, una polemichetta. Hrabal prende a piene mani questa materia semplicissima e grezza e ne fa un capolavoro.

Leggendo le sue parole riusciamo quasi a visualizzarlo, il virtuoso della pressa, il ferroviere divenuto scrittore, mentre arraffa libri e letture passate, esperienze di vita e vaneggiamenti, e li spinge a forza dentro il suo romanzo, afferrando anche altre cose che non c’entrano nulla eppure sono perfetti completamenti di una letteratura rigogliosa e coltissima e orgogliosamente popolare.

Incontriamo così un microcosmo interiore di incontri reali e presunti, amori naufragati nel silenzio e risate amare di una vita trascorsa in simbiosi col lavoro e con l’arte della sopravvivenza: Laozi e Gesù Cristo, Kant e Hegel, le zingare che si fanno ammirare e fotografare, i collezionisti, i lettori, gli operai, tutti gli abitanti di una Praga sospesa tra la carnalità del Novecento e l’astrazione più nobile del lettore che s’immerge in ciò che legge e vivendoci lascia una parte di sé, effettua uno scambio, scambia il proprio tempo mortale con le possibilità infinite dell’immaginazione e del pensiero.

Brian Dettmer, Bubblescape (2017)

Accoppiamenti giudiziosi

La scena ricorrente che forse rappresenta meglio la poetica di Hrabal è questa: l’operaio della pressa prepara il suo pacco abbellendolo con stampe o libri significativi, per cercare e raggiungere la bellezza anche nel processo di razionalizzazione dei rifiuti.

La crudeltà e la tenerezza sono elementi complementari indissolubilmente allacciati fra loro nelle storie di Hrabal che anche in questo caso riescono a descrivere perfettamente, con il loro evidente contrasto, la ruvida fragilità dell’essere umano fatto di carne e parole, diviso fra la corporeità e l’astrazione, fra i rifiuti e la volta celeste.

L’operaio della pressa ha una cultura involontariamente enorme perché, a differenza della macchina automatica destinata necessariamente a prendere il suo posto, lui i libri li legge, li salva, li abbellisce prima della morte, insomma diventa un tutt’uno con il loro contenuto rendendoli in qualche modo immortali nell’atto stesso di distruggerli.

Una solitudine troppo rumorosa è un romanzo di lentezza e riflessione, di distruzione e ostinazione, un inno inattuale e perfetto per tutti gli amanti dei libri che grazie alla lettura sono riusciti a sperimentare nuove vite e ad espandere il proprio orizzonte oltre la prospettiva limitata impostaci dalle logiche del profitto e della produttività, della convenienza, del lavoro.

Come Hrabal e il suo protagonista, anche l’artista americano Brian Dettmer distrugge i libri e li rende eterni.

Brian Dettmer – The De of America (2022)

Lo fa recuperando copie destinate al macero e scavandole, scolpendole, dipingendole riesce a donare una nuova vita al loro contenuto, creando piani e profondità nelle loro illustrazioni o semplicemente creando nuove prospettive sui loro caratteri tipografici, sulle successioni di pagine e parole.

Non so se anche Dettmer legga i libri prima di scolpirli, ma mi piace pensare che il loro contenuto – sia l’inattualità di un elenco telefonico, sia la pedanteria di un’enciclopedia ormai superata – possa in qualche modo esplodere grazie al lavoro di Dettmer così come si completano ed eternano i libri assemblati dal protagonista di Hrabal in pacchi perfetti: stampe di artisti famosi, libri epocali che solo grazie a questo riuso e all’amore di un lavoratore senza nome riescono a superare le barriere della censura e della moda per continuare a qualcosa d’inumano e sconfinato come il cielo, elevando la mente e rimuovendo confini anche sotto forma di rifiuto compattato.

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