“Jagannath” di Karin Tidbeck

Creature bizzarre, antiche tradizioni, nascite, morti, macchine di carne. Sono vicende di altri piani quelle narrate da Karin Tidbeck nella sua bellissima raccolta “Jagannath” (Safarà Editore), sono racconti strani e misteriosi in cui non esistono certezze ma solo enigmi che non sempre trovano una soluzione.

Certo il mondo di cui ci parla è simile al nostro, talvolta, o almeno entra in contatto con alcuni aspetti della realtà che siamo abituati a conoscere: la storia devia però subito, sterza bruscamente non appena il lettore comincia a immergersi nel suo flusso di parole e lo porta verso costruzioni assurde che richiamano i miti congelati degli Scandinavi e gli incubi stranianti dell’uomo moderno.

Il modo di scrivere di Tidbeck sorvola un panorama sconfinato di influenze, profondamente radicate nell’immaginario tradizionale nordico ma anche disposte ad osare, a creare universi assurdi e sfrenati, a demolire una ad una le barriere che separano il lettore dall’abisso di follia che ha dentro.

Non è un caso che la raccolta sia stata pubblicata originariamente in inglese da Jeff & Ann VanderMeer, veri numi tutelari del New Weird: “Jagannath” raccoglie in sé tutto ciò che un’opera weird dovrebbe avere, a cominciare dalla senso di meraviglioso che è la base imprescindibile di questo tipo di letteratura.

Pur prediligendo una prosa dal sapore minimalista, fatta di frasi pulite e minute, Tidbeck non ha paura di sfidare il lettore a calarsi disarmato dentro le atmosfere nebbiose delle sue narrazioni brevi, compattando in poche pagine storie ricche di potenziale e di domande che – provvidenzialmente – riesce a lasciare sempre aperte sullo sfondo, più simili a suggestioni da cui farsi illuminare o condizionare che a meccanismi da smontare, analizzare e comprendere in toto.

Tori Wranes, Sirkling (2017)

Le trame sono tanto varie quanto paradossali: spaziano spericolate da chiamate telefoniche profetiche a inquietanti storie d’amore fra uomini e dirigibili, da bestiari mitologici a strani universi paralleli senza il concetto di tempo.

E ancora esseri fatati, colonie umane che si sviluppano dentro enormi organismi-madri simili ad alveari, rituali, inimicizie, rapporti familiari.

Ciò che rende grande l’impianto narrativo comune a tutti questi squarci sull’assurdo è l’enorme umanità con cui i personaggi vengono trattati e lasciati crescere sulla pagina: Tidbeck se ne prende cura, nutrendoli con frasi piccole e perfette e con doverosi silenzi, li ripara con la giusta dose di opacità e infine li lascia liberi. Ciò che resta è un’impressione: il disagio sottile per qualcosa d’intravisto e non decriptato fino in fondo, l’idea di essere entrati in contatto per un solo prezioso istante con la magia.


Accoppiamenti giudiziosi

Il modo con cui Karin Tidbeck tratta il mistero ricorda molto il lavoro di un’altra artista scandinava, la norvegese Tori Wrånes.

Nota per le sue installazioni complesse, Wrånes stupisce il pubblico anche con performance conturbanti che giocano con il pubblico e con la sua percezione della realtà attraverso creature bizzarre: esempio emblematico è Naam Yai, proposta provocatoriamente per la Biennale Thailandese 2018-2019.

In quest’opera, un’isola al sud della Thailandia viene popolata di strane creature pelose che sono visibili al pubblico solo attraverso un’escursione in barca. Questi troll, inquietanti ma pacifici, trascorrono il loro tempo muovendosi lentamente, in accordo con l’ondeggiare del mare, mentre suonano e compiono danze rituali.

Falso, certo, inventato. Difficile però non lasciarsi trasportare da un’esperienza così assoluta, che sembra quasi aprire uno spiraglio nella nostra ordinarietà per permetterci di guardare nelle fiabe o negli incubi di quando eravamo bambini.

L’obiettivo, dichiarato, dell’autrice: “Riorganizzare il mondo per creare più libertà”.

Ed estremamente libero è indubbiamente il linguaggio parallelo di queste due artiste, impegnate a scandagliare ognuna con gli strumenti della propria arte il fondale oscuro della mitologia e delle credenze popolari, portandole a un nuovo livello di complessità e introspezione grazie a un lavoro tanto raffinato quanto destabilizzante di reinvenzione, messa in scena, camuffamento.

Al pari di Tidbeck, anche Wrånes è riuscita infatti a donare nuova vita al folklore scandinavo esportandolo oltre i confini gelidi del Nord Europa, sino a renderlo un patrimonio universale da cui attingere turbamenti e riflessioni utili per decodificare la realtà quotidiana.


Jagannath

Karin Tidbeck – Safarà Editore, 2022


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