Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini (in arte _t_w_i_g_) potrebbe scrivere di qualunque cosa. Mi immagino mirabili istruzioni di tostapane scritte da lui, bugiardini indimenticabili per ogni farmaco, trattati di geopolitica, cartelli stradali, recensioni di hotel. Penso che qualunque cosa gli riuscirebbe bene perché ha il sound giusto: le parole che sembrano buttate sulla carta si incasellano alla perfezione come in un tetris stranamente cupo e seducente. Potrebbe scrivere di tutto, ma sceglie di scrivere in questo caso di sesso e covid.
La sua carriera letteraria, cominciata sempre per i tipi di Agenzia X con il romanzo “Nitrito”, decolla con “Il giorno è indegno” verso un nuovo livello di consapevolezza e libertà. Si tratta di un’opera breve ma complessa, di difficile categorizzazione, che sfrutta una prosa poetica – ora tremendamente feroce, ora ironica, ora trasognata – per portarci dentro un autobiografismo onirico e schietto, fatto di inquadrature erotiche, ricordi d’infanzia, sfoghi, dialoghi interiori, lavoro, lettura, reclusione.
La pandemia appare infatti sullo sfondo della narrazione come un convitato di pietra – impossibile ignorarla, in fondo – e straripa dalla pagina grazie a un’esplorazione personalissima e autentica che si discosta tanto dal memoir paludato quanto dalla retorica stucchevole del “CE LA FAREMO”: lungi dall’essere un canto fine a sé stesso, per _t_w_i_g_ l’arte di scrivere e scriversi è come ogni altra vicenda umana un atto politico.

E politico è innanzi tutto il suo essere contro un sistema che escogita ogni giorno un nuovo metodo per schiacciarti, i piccoli liberticidi quotidiani del turismo, del lavoro, del dibattito pubblico, della normalizzazione dell’emergenza come nuovo stadio di quiete, della crisi divenuta sfondo abituale per la vita di un’intera generazione cresciuta a pane e regresso.
Eppure non c’è spazio per la commiserazione, nelle pagine di questo libricino magrissimo ma enorme: ci sono solo grida nel buio capaci di riscuoterci, di farci male, talvolta di farci ridere con una bestemmia o con una visione iperrealista e proprio per questo assolutamente grottesca.
Dalla storia della nonna al lavoro di cameriere, dalla droga al sesso la sua voce si staglia sullo sfondo di un paesaggio interiore ricchissimo e invisibile con un vigore da cui è impossibile fuggire: l’alternanza di poesie e frasi orfane, racconti e memorie crea un tessuto stranamente coerente, fortissimo, immediatamente riconoscibile.
Accoppiamenti giudiziosi
L’approccio di _t_w_i_g_ alla luce e al realismo richiama almeno in parte il lavoro del pittore americano Jeremy Mann: le sue opere si dispiegano in un groviglio urbano fatto di luci e pozzanghere grazie a riflessi che raccolgono il buio e si nutrono di buio per comporre un paesaggio fortemente artificiale: l’uomo non c’è ma si vede dovunque, le sue tracce sono evidenti nei profili degli edifici, nei cartelli stradali, nelle insegne illuminate.

Il mondo disegnato da Mann è straniante perché è progettato per l’essere umano ma si rivela fondamentalmente privo di umanità: ci sono gli effetti di un passaggio, di un’esistenza capace di plasmare il panorama ma non di imporsi come qualcosa di stabile e positivo. La società divora sé stessa, si cannibalizza, si annulla.
L’immagine, così – narrata o dipinta – si scompone nei suoi elementi essenziali: luci sfuocate, buio, una realtà stupefacente e realistica nei suoi contorni imperfetti, esplosi.
Gli ambienti urbani deserti, come durante una pandemia, come ai tempi del lockdown, aprono le porte a un’introspezione spietata e illuminante: è l’anello di giunzione fra impressionismo ed espressionismo, fra poesia e prosa, fra delirio e ragione. È lotta, è furia malinconica, è vagabondaggio. E, sopra ogni cosa, è letteratura.
