C’è un’Italia adombrata e meschina, rincagnata su sé stessa come un fiore appassito prima ancora di sbocciare, un’Italietta periferica e malmostosa, imbronciata, un’Italia bigotta che si pasce della sua stessa mediocrità e continua a reiterarsi, sempre uguale a se stessa, sempre stretta nelle spire di una parola apocalittica e definitiva: provincia.
PRO-VIN-CIA. Ti si arrota la lingua come un serpente affamato mentre questo suono infamante eppure bellissimo ti ammorba con il suo charme dimesso e totalizzante. La provincia è fatta così: ti stordisce e ti manda al tappeto, anzi ti addormenta.
Di provincia si può scrivere in tanti modi: esiste nelle lettere una provincia metafisica e sconfinata, una provincia dell’anima fatta di amore e ricordi, una provincia arcadica di pace e serenità perpetua, ma c’è – per fortuna – anche la provincia corrosiva e surreale in cui furoreggia la fantasia di Alberto Ravasio.
È esagerata, è pessimista, è nera? La realtà delineata da Ravasio forse è meno fantastica del previsto, è solo esilarante e crudele: fa male perché sa dove pungere e dove scavare per trovare la radice di uno strano dolore che tutti conosciamo bene senza sapergli dare un nome.
Ne “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera”, piccola perla del grottesco italico confezionata nell’elegante veste grafica immacolata tipica di Quodlibet, questa provincia dolente e sulfurea esplode dentro la biografia di un protagonista scalognato e irresistibile, un fallito professionista, sessualmente inattivo, pornodipendente e derelitto come solo alcune figure marginali sanno essere.
Eppure Guglielmo Sputacchiera non è affatto un comprimario, è un protagonista sfortunato e senza qualità che riesce a prendersi tutto il centro della scena con una metamorfosi dissacrante dal sapore puramente kafkiano: una mattina si risveglia e scopre di essersi trasformato in donna.
Il suo bildungsroman è un’odissea di carne e deliri, quelli tipici di una generazione perduta, cresciuta con la condanna di avere enormi ambizioni dentro un ambiente inadatto e indifferente.
Alle prese con un corpo nuovo che fatica a comprendere ancora prima che a gestire, Sputacchiera diventa nel giro di poche pagine l’emblema del dramma dei millennial forgiati dalla periferia del mondo civilizzato: coraggiosamente codardi, orgogliosamente imbarazzati, quasi laureati, quasi assunti, quasi dipendenti, farciti dalle aspettative dei genitori e imbrigliati da un’infinita sequela di rituali di passaggio divenuti nel giro di poche generazioni veri cimiteri di elefanti.
In questa galassia di carcasse, Sputacchiera è innanzi tutto prigioniero: del proprio corpo improvvisamente femminizzato, certamente, ma anche di una provincia asfissiante e spietata, di una vita talmente piatta da risultare comica, di una serie di insuccessi umani e professionali capaci di rendere chiunque piccolo come un insetto terrorizzato che si dibatte dentro il letto di Gregor Samsa o di qualche altro nobile predecessore boemo.
Percorrendo la sua storia è possibile ripercorrere fedelmente l’incertezza di un preciso periodo storico – il nostro – caratterizzato dal collidere più o meno stridente di un vecchio mondo basato su un immobilismo gattopardiano, vetusti dogmi religiosi e deprimenti costrizioni sessuali con qualcosa di nuovo e indefinibilmente più libero.
Sesso, religione e vita professionale si intersecano così in una commedia spumeggiante ed esagerata, che riesce senza fatica a coinvolgere il lettore in un vortice di disavventure grottesche e tragicomiche destinato a culminare in un autentico coup de théâtre perfetto e sconvolgente che strizza l’occhio al mito classico e ai suoi tabù.
Accoppiamenti giudiziosi
L’innocenza e l’ambiguità di Guglielmo Sputacchiera giocano con la figura dedicata ed enigmatica della scultura di Ermafrodito Dormiente.

Soggetto riproposto più volte da diversi artisti a partire dall’epoca ellenistica, questo Ermafrodito torcendosi si presenta al contempo maschile e femminile, senza mai staccarsi dalla dolcezza di un sonno estatico, perfetto.
Difficile non rivedere nel marmo candido di questa scultura un po’ del nostro Sputacchiera e della sua singolare forma di innocenza, che trova compimento e soluzione solo nel suo percorso di trasformazione da uomo a donna, ma anche da bambino ad adulto: la sua è una crisalide generazionale che ha bisogno di risate e di pianti e soprattutto di profanazioni per essere scalfita e permettere così una vera crescita, anche se fuori dai binari predeterminati da una certa educazione e da un certo contesto sociale.
Alberto Ravasio – squisito iconoclasta oltre che spregiudicato pirata della parola – con quest’opera freschissima e caustica realizza un paradosso irriverente che riesce ad essere al contempo dolce e furente, costringendoci a ridere di noi stessi mentre ci scrutiamo dentro senza pietà fino a trovare snodi comici ed esilaranti simmetrie all’interno delle nostre comode tragedie monolocali.
