Non ho mai scalato una montagna ma mi sono chiesto molte volte come ci si senta una volta arrivati in cima, dopo la fatica e lo scoramento e la follia dell’ascesa: qual è il sentimento della vetta?
Il primo che viene in mente è la soddisfazione, il massiccio rilascio di endorfine, il senso di realizzazione. Ma sicuramente sotto il trionfo si nasconderà anche qualcos’altro, qualcosa di più strisciante e definitivo. Una perdita di senso?
In cima non c’è niente e questo di per sé è un bel dramma. Come si fa a tornare giù con questa tremenda consapevolezza, con questa visione nitida e definitiva del nulla?
Fino a pochi giomi fa non avevo mai letto un libro delle dimensioni e dell’importanza di Infinite Jest – una vera montagna di carta, uno dei magnifici massimi che molti millantano di aver letto per darsi un tono in certi ambienti sorseggiando vini impronunciabili e costosi – e la sensazione che ho provato è stata smisurata e difficile da definire.
Piacere, certo, pienezza, ma anche smarrimento e vero proprio sgomento, mancanza di un obiettivo. È la maledizione del vincitore? L’altro lato del trionfo?
Ho notato che curiosamente la fine di Infinite Jest genera esattamente il medesimo sconquasso emotivo di cui l’intero libro – fra una sottotrama e l’altra – ci vuole parlare.
È difficile capire cosa ci voglia dire una massa così incombente e tetragona di pagine: famiglia, talento, piacere, libertà. I temi si moltiplicano come i punti di vista critici che negli anni si sono stratificati e ispessiti in altrettante elucubrazioni più o meno edotte. È forse inutile cercare di riassumere in poche righe la grandezza di un romanzo sconfinato, eccessivo da scrivere, da leggere e soprattutto da comprendere nelle sue sfumature.

Il senso di tutto, come nella vita, è molto evanescente e – benché talvolta affiori con smargiassa evidenza – di norma tende a stare ben mimetizzato fra chilometri di note e abbreviazioni, divagazioni, allucinazioni, in un lucido sproloquio riportato su carta della mirabile grafomania di un autore – l’ormai leggendario David Foster Wallace – capace di parlare alle nostre fragilità facendoci sorridere mentre ci infligge meravigliose coltellate letterarie allo stomaco con scene potenti, esagerate, indimenticabili.
Prima di cominciare è impossibile non sentirsi influenzati dal profumo dell’impresa: non preoccupatevi se vi sentirete pervasi dall’istinto irrefrenabile di procurarvi un’armatura o un sommergibile, è il delirio dell’eroe. Vi sentirete inadeguati e senza difese, certe volte, vi sentirete immotivatamente euforici, attraverserete momenti di estrema e illogica fiducia nei vostri mezzi e intere ore depresse in cui la voglia di abbandonare tutto vi sussurrerà qualcosa di sconcio e seducente nelle orecchie. Ricordate però una cosa: in un oceano di pagine l’importante è solo non perdersi. Aver presente le coordinale forse può essere un aiuto per muoversi verso quella che sembra la fine (o forse il fine?) di ogni cosa.
Le coordinate
La geografia di lJ è molto semplice: l’intera America Centro-Settentrionale è stata unificata in una nuova realtà geopolitica icasticamente battezzata ONAN (a ribadire verbatim i temi centrali della solitudine e del piacere). Il suo emblema raffigura un’aquila con un sombrero, una foglia d’acero, una scopa. Il suo presidente è l’ex crooner Johnny Gentle, instabile maniaco della pulizia che sembra anticipare con preoccupante tempismo la nostra epoca di mascherine e igienizzanti. Da qualche parte fra i vecchi territori del Canada e degli Stati Uniti lo smaltimento di rifiuti tramite catapulta ha dato origine a una misteriosa zona inquinata, nota come Grande Convessità o Grande Concavità, che sarebbe secondo alcuni irrimediabilmente desertificata e contaminata, secondo altri selvaggiamente rigogliosa e per questo comunque inospitale.
Quello di DFW è insomma un mondo diverso dal nostro ma in qualche misura realistico, distopico e inospitale quanto basta per sembrarci sinistramente plausibile: anche il tempo, dopo aver abbandonato la canonica numerazione cui siamo abituati, scorre fra i nomi degli sponsor: Anno di Glad, Anno del Pannolone per Adulti Depend ecc.
Ben più complessa per gli incauti esploratori postmoderni è la geografia (anzi l’architettura) delle diverse trame che convergono a comporre, a detta dell’autore, un fantasmatico finale comune.

Possiamo schematizzarle secondo alcune direttrici fondamentali che fungeranno da spina dorsale più o meno evidente per l’intero arditissimo impianto narrativo:
- Il primo filone riguarda la famiglia Incandenza, sviluppata attorno all’assenza del tormentato ed evanescente capofamiglia James (noto come Lui in Persona, oppure la Cicogna Folle o ancora la Cicogna Triste), ex prodigio del tennis e fondatore della prestigiosa accademia sportiva che farà da sfondo a buona parte delle vicende del romanzo, nonché geniale cineasta incompreso. Di lui avremo quasi solo scorci indiretti, veicolati dai figli: il seduttore seriale Orin, il talentuoso infelice Hal e l’irresistibile Mario, infermo nel corpo e nella mente ma dotato di una traboccante umanità che lo porta ad essere una sorta di catalizzatore d’affetto per tutti quelli che lo circondano.
- Il secondo si snoda attorno alla Ennet House, un centro di recupero per tossicodipendenti, con il suo personale e i suoi multiformi pazienti. Il centro gravitazionale attorno a cui ruotano tutte le tetre, orribili, surreali vicende dei degenti è il colossale Don Gately: ex ladro, ex tossico, ora colonna portante dello staff della struttura che l’ha aiutato ad uscire dal gorgo della dipendenza.
- Il terzo è composto prevalentemente da dialoghi di vaga impronta filosofica fra l’agente sotto copertura Steeply, americano che lavora travestito de donna e si spaccia per giornalista, e Rémy Marathe, agente doppio o triplogiochista a cavallo fra l’ONAN e una cellula ultraviolenta di indipendentisti del Québec i cui membri sono tutti in sedia a rotelle.
A unire queste tre manifestazioni della medesima ricchissima narrazione ci sono alcuni elementi che trapassano i confini fra le diverse storie: la Prettiest Girl Of All Time Joelle, che dopo aver recitato nelle pellicole di Incandenza Sr. finirà velata e (forse) deturpata alla Ennet House, le droghe che circolano dentro e fuori l’accademia di tennis, i ricordi, le divagazioni, le interviste.
Al centro di tutto troneggia la ricerca di un oggetto leggendario e maledetto, la famigerata copia master di un film girato proprio da James Incandenza con Joelle intitolato “Infinite Jest”, infinite burle come nell’Amleto di Shakespeare, talmente perfetto da rappresentare la forma definitiva di intrattenimento. Si tratta di una visione perfetta e totalizzante, capace di togliere il senso alle vite degli spettatori e di sommergerli di puro irresistibile piacere, fino a ucciderli.
Cosa resta
A lettura terminata le riflessioni sono tante, disorientanti. Restano i personaggi, indimenticabili dopo aver condiviso così tanta vita col lettore. Sono cresciuti, siamo cresciuti? Sicuramente siamo cambiati.
Restano i diversi temi che si rincorrono sulla carta senza mai dare risposte ma sollevando domande fondamentali capaci di scuotere anche il lettore più saldo. Sono sensazioni stagnanti e profonde: la crisi del sogno americano (anzi occidentale), la deriva del dogma laico della ricerca del piacere, il cortocircuito di un certo utilitarismo che istintivamente si avverte come buono e razionale e funzionale. È davvero positiva la ricerca spasmodica di un benessere assoluto?

Su questo sfondo si stagliano le figure formidabili e sfaccettate cui DFW ci ha abituato nella sua folgorante carriera: uomini e donne dolenti e squinternati, comici e commoventi, dotati di una tristezza impalpabile.
DFW ha predetto il binge watching e Netflix, OnlyFans e TikTok, i problemi ambientali e sanitari del nostro tempo assurdo, la politica scaduta in farsa. Ha prospettato per il suo futuro soprattutto un incubo in cui l’intrattenimento riesce ad essere così ben calibrato da risultare assuefacente e destabilizzante per le vite del pubblico, come effettivamente oggi accade a causa degli algoritmi dei social network che selezionano contenuti escogitati appositamente per tenere incollato il pubblico allo schermo il più a lungo possibile, auspicabilmente fino alla catatonia.
Lo sguardo acuminato di DFW tuttavia non biasima lettori e personaggi, anzi ci parla di ogni disagio dall’interno, con una prospettiva disarmante e chiarificatrice. La sua penna trafigge e inchioda sulla pagina: eleva, denuda. Rende indigesto, ci costringe a sputare quello che sentiamo dentro e che continua ad agitarsi.
La sua non è una disamina scientifica, naturalmente. È letteratura, anzi è la migliore letteratura che si possa leggere attorno al tema della Dipendenza in ogni sua accezione: dipendenza da alcune sostanze, da alcune persone, ma anche dal successo, dall’approvazione sociale, dal sesso, in definitiva dal piacere stesso. Infinite Jest ci costringe ad andare a fondo, dentro storie esilaranti e torbide, ora orribili ora leggerissime, per scavare sino al punto più molle e fragile della nostra umanità ed esaminarci finalmente senza pietà e senza sconti. Davanti a lui siamo nudi, siamo indifesi, siamo bellissimi.
Accoppiamenti giudiziosi
Infinite Jest è un romanzo talmente complesso che nessuno tranne l’autore sembra avere la competenza e la conoscenza necessarie per cominciare a parlarne. Possiamo avanzare ipotesi, schemi di lettura, ma la cosa più importante è lasciarsi assorbire dalle parole di questo capolavoro postmoderno e provare a uscirne – feriti, ammaccati, estasiati, non importa.
IJ è un’opera molto americana perché, oltre a collocarsi nel solco della grande letteratura postmoderna che ha regnato negli States per buona parte del secondo dopoguerra, ci parla delle malattie endemiche di un pensiero americano che di fatto ha plasmato e colonizzato tutto l’occidente.
È americano il nostro modo di vestire, sono americane le parole con cui lavoriamo e con cui ci procuriamo piacere, sono americani anche la retorica del successo e il godimento solitario del consumismo che ormai hanno devastato anche il Vecchio Mondo.
DFW ricama la sua opera più grande con i sintomi di questo disagio, sfruttando elementi simbolici come il tennis e il cinema per forzarci ad analizzare il nostro futuro prossimo.
Non è un caso infatti che proprio il tennis si riveli uno snodo fondamentale della trama: lo sport individuale per eccellenza, in cui il successo e il fallimento godono di una risonanza enorme e assolutamente personale. Parallelamente, un altro gioco si affaccia in modo importante sulla scena surreale dell’Accademia di Incandenza: l’Eschaton. Anche in questo caso si tratta di un gioco competitivo, cerebrale, estremamente complesso, con un sottofondo geopolitico e regole sviluppate dagli stessi studenti che l’hanno inventato: ancora una stilettata all’America, al suo modo di fare politica, alla sua aggressività da leader mondiale.

A illuminare quest’opera monumentale e complessa ci pensano i neon di Nam June Paik, pioniere della video-art, che nel 1995 ha realizzato un’installazione intitolata Electronic Superhighway: Continental U.S., Alaska, Hawaii che consiste in una mappa degli Stati Uniti fatta solo di tubi illuminati e televisori perennemente accesi.
Cosa può incarnare meglio la nostra idea di modernità?
La grande mappa disegnata dall’artista coreano è materia aliena, rappresenta il momento esatto in cui il progresso tecnico prende il sopravvento sulla dimensione umana dei suoi inventori e li travolge, li strazia, li trafigge.
Nam June Paik e DFW dispiegano così una mappa abbagliante della nostra contemporaneità, in cui l’intrattenimento diventa fondale e perimetro all’interno del quale si agitano, umanissimi, fantasmi ed esseri viventi toccati dalla grazia di una fragilità commovente o di un’eccezionalità sofferta, in un’infinita ricerca che sembra terminare, miracolosamente, solo in una zona sfuocata e remora fuori dal nostro sguardo.
Bonus
Per facilitare l’immersione in questo romanzo-mondo lasciamo in chiusura qualche riferimento utile:
- Un bellissimo schema dei personaggi
- L’indice dei nomi e dei luoghi
- L’atlante dei luoghi raccontati nel libro
- Un’ipotetica spiegazione del finale (ATTENZIONE SPOILER)
