L’oscurità è il marchio di fabbrica di Cormac McCarthy: con lui il lettore arranca in un buio assoluto e impara ad attivare altri sensi per provare a orientarsi. Nella sua lunga carriera ci ha abituato a fare a meno di ogni riferimento a cominciare proprio dai trattini o dalle virgolette del dialogo diretto, perché tutto si capisce anche così o perché forse non serve capire, basta lasciarsi trasportare.
“Il passeggero”, la sua ultima fatica insieme a “Stella Maris”, porta all’estremo le tematiche e lo stile di un autore capace di affermarsi già a partire dalle prime pubblicazioni come un vero classico.
La trama, che in McCarthy finisce sempre per rarefarsi dando risalto a una certa atmosfera piuttosto che a una concatenazione serrata di eventi, diventa qui un oggetto liquido, impalpabile, più simile alla ricostruzione di un sogno che a un resoconto di fatti e situazioni: ci sono un sommozzatore tormentato e una ragazza geniale e folle, Bobby e Alicia, fratelli, amanti. Uno è vivo, l’altra è morta. Fra di loro aleggia una storia non risolta che si snoda fra visioni di strani personaggi da vaudeville e lunghe conversazioni, incontri memorabili, silenzi, fughe. La caccia all’uomo che percorre l’intero romanzo – Bobby ha visto qualcosa che non doveva vedere, sul fondale del mare, nel relitto di un aereo caduto – si rivela presto una fuga dal mondo e dalle sue istituzioni o addirittura dalla vita.

Ci sono scene rapide, inquadrature, dialoghi che potrebbero fungere da spina dorsale per narrazioni ben più estese e invece vengono scavati, spolpati, snudati dall’autore che li riduce a una forma pura e spiazzante: reggono da soli, come pilastri esili ma indistruttibili, un impianto narrativo complesso e cavo, che si nutre di vuoto e fa del vuoto il proprio obiettivo d’indagine.
“Il passaggero” è il punto di arrivo di una lunga ricerca, ma forse è anche l’esasperazione delle ossessioni di un autore giunto alla fine del suo lunghissimo percorso di vita e di scrittura: disgregato, mutilo, storto, vago. È un’opera difficile, come sempre quando si parla di Cormac McCarthy, un lavoro di confine ancora più radicalmente metafisico dei suoi capolavori del passato – La trilogia della frontiera, Cavalli selvaggi e La strada, per citarne solo alcuni.
Si dice che McCarthy negli ultimi anni si fosse avvicinato alla scienza frequentando spesso il Santa Fe Institute e dialogando con fisici, matematici e astronomi e proprio questo ambiente fornisce al suo ultimo romanzo un substrato importante, che talvolta trapela e più spesso resta nascosto come una solida ossatura invisibile, sotto i fili di una narrazione estrema, cupa ed evocativa, fatta di ambienti e sensazioni, armi e alcool, filosofi vagabondi e profeti impazziti.
La bellezza de Il passeggero è un’esplosione tetra che può disorientare: seppellisce in confronti serrati quadri d’immane bellezza e frasi densissime che sembrano uscite dalla Bibbia o da una poesia antica e invece sono neonate, fresche di stampa, e parlano al nostro presente e al nostro futuro con l’immediatezza che solo un narratore navigato e visionario può avere ancora alla soglia dei novant’anni.

Commiato, sintesi, delirio: Il passeggero è tutte queste cose. È un’architettura sottile e impalpabile che si sgretola come la civiltà umana in un ambiente selvaggio e ostile e crudelmente meraviglioso, è uno sguardo nel buio che circonda le nostre esistenze, è dolore puro, ricordo, paranoia, lucida premonizione. In una parola, è McCarthy.
Accoppiamenti giudiziosi
Il lavoro meticoloso di McCarthy si riflette nella costruzione – con pochi tratti confusi e perfetti – di personaggi che riescono ad essere indimenticabili pur nell’inospitale aridità delle poche pagine destinate a ospitarli. Non servono lunghe divagazioni, basta qualche parola pronunciata davanti a una birra, basta un gesto quasi impercettibile per fare una storia.

Gli uomini e le donne che popolano questo romanzo sono voci subito riconoscibili che si aggirano in un vuoto minaccioso: come nei ritratti di Francis Bacon la loro comparsa è l’istantanea di un movimento o di una torsione, è un’impressione sfocata, è l’interazione fulminea con un’atmosfera o con un ambiente di forme confuse, che ora si amalgamano ora si dividono in un incomprensibile e ostinato mutare.
Come Bacon, anche McCarthy sfrutta la ripartizione – in romanzi gemelli l’uno, in trittici che rimandano alla pittura sacra l’altro – per dare centralità a elementi altrimenti marginali: non è un caso che Bacon sfrutti in diverse occasioni questo meccanismo per trasfigurare elementi tradizionali della storia dell’arte, donando nuova vita e nuovo respiro a soggetti che sembravano aver esaurito il loro potere narrativo e che invece continuano a rinnovarsi, rivelandosi ora complessi, ora oscuri. McCarthy, similmente, arriva a considerare i corpi collocandoli in un vuoto quasi metafisico, irreale, per cogliere la loro umanità in una dimensione più profonda di quella garantita da un realismo fedele e piatto: serve movimento, serve uno sguardo acuminato per distinguere volti nelle pieghe di carne dipinte da Bacon o nelle geometrie esistenziali dei suoi sfondi colorati.

Solo in questo modo ciò che viene impresso su carta e tela acquista vita e spessore, diventando portatore di estasi e tormento in territori liminali normalmente preclusi ai mortali: è fine di una vita, la fine del genere umano?
Disorientante e ipnotico, sbagliatissimo e abbacinante, Il passeggero riesce a scavare nella desolazione un passaggio luminoso: una strada da seguire non per arrivare a una risposta ma per perdersi, profondamente e definitivamente, nel mistero della vita e della morte, del ricordo e dell’invenzione, della follia, dell’inspiegabile che ci circonda ogni giorno.
